militari grande

Con meritoria iniziativa di ristampa, le prestigiose edizioni Crucis restituiscono al pubblico la possibilità di apprezzare le pagine di un saggio, sinora immeritatamente negletto, a firma del celebre antropologo Jason Fellow. Si tratta del suo Instructions for a fluid democracy, che è insieme un’indagine sulle cause dell’inefficienza di Stato nella repressione delle sedizioni libertarie e una ricognizione delle “tecniche di contenimento del danno da responsabilità individuale”, due argomenti la cui allarmante attualità non può sfuggire all’interesse dei nostri lettori.

Questo brillante autore disegna - o per meglio dire rievoca, come immediatamente vedremo - un modello alternativo a quello comunemente adottato nel trattamento sanzionatorio delle insubordinazioni sociali; e spiega come l’uso della forza, cui giustamente ma ingenuamente hanno fatto ricorso i sistemi democratici riformati, non abbia senso ed anzi si riveli improduttivo quando non contempli il previo rafforzamento delle qualità morali di chi la esercita. E questo rafforzamento, chiarisce, può essere ottenuto solo mediante la radicale alterazione degli assetti emotivi del militare (che è il prescelto esecutore degli intendimenti di regime), inducendolo a spostare il mirino della sua violenza verso il vero flagello dell’ordinamento: l’incolpevole, l’innocente, l’inerme, cioè la materia passiva del rischio di contaminazione liberale.

Nel rigore del suo procedere, ma anche a prevenire il frustrante sentimento che si tratti di un sistema tanto mirabile quanto insuscettibile di attuazione, questo originale studioso vanta il possesso di documentazione posta a certificare inoppugnabilmente la realtà storica di una nobile civiltà repubblicana che avrebbe fatto propri i canoni di quell’organizzazione perfetta prima di soccombere nell’assedio degli autoritarismi deboli e corrotti,.

Argomenta che, in applicazione di quel modello, il militare incaricato di dar corso ai rastrellamenti sarebbe tanto più feroce con i parenti e gli amici passati perché il regime remunererebbe i suoi servizi con promesse paradisiache. L’invidiabile spietatezza terrorista era sconosciuta al tempo di quel suo scritto: lo storico di oggi, se non ricorresse alla comune e illusoria lente materialista, ne apprezzerebbe l’efficacia preveggente e comprenderebbe che l’affidamento fideistico piuttosto che il riscatto mercenario mantiene inflessibile il lavoro dell’aguzzino in divisa.

Quei militari sarebbero stati gli esecutori di un apostolato perversamente sublime, che avrebbe purificato il mondo purificandosi innanzitutto nel sacrificio della gente cara: in una specie di antropofagia spirituale, avrebbero ucciso non per indurre conoscenza ma per acquisirne. Il rantolo del padre messo a tortura, lo sguardo cieco della sorella fucilata, le implorazioni dell’antico compagno di giochi incurvo sul ceppo, sarebbero stati altrettanti insegnamenti sull’oscena inanità di quelle vite incapaci di migliorarsi: e sulla necessità di interromperle spremendone l’unico risultamento significativo, quel segno di revoca di un’esistenza altrimenti infruttuosa.

Questa militanza sicaria, solo apparentemente crudele, si eserciterebbe in omaggio a un comandamento pietoso. Fellow, facendo appello a testimonianze che abbiamo l’obbligo di ritenere autentiche, annota che nell’inveramento del modello competeva al soldato bensì di sterminare i propri affetti, ma anche il dovere di non concedersene altri. Il nuovo matrimonio, infatti, la nuova paternità, la nuova amicizia, avrebbero costretto il militare a rivolgere la propria missione di giustizia contro un soggetto incapace di intendere - perché pregressa - la trasformazione che armò la mano dell’amato. E solo l’osservatore inammissibilmente malizioso coglierebbe in quel divieto il timore del regime davanti al pericolo di una resipiscenza del soldato: e l’orrore per l’idea che essa trovi causa nell’interstizio di autonomia, nello spiraglio di libertà che ancora gli ha permesso di anelare a una contraffattoria riparazione palpitante nel mondo conchiuso e santamente infertile del suo combattimento.

Il prosieguo di questo bel lavoro di Fellow è perlopiù di profilo tecnico. Indugia sui dettagli minuti e quotidiani dei cimenti militari: i tempi di inquadramento dei plotoni d’esecuzione, così incerti nelle disordinate organizzazioni delle democrazie originarie; le mappature dei territori da monitorare e i censimenti delle popolazioni da deportare, questi delicati adempimenti che altrove, incoscientemente, qualcuno affida all’insulso ed inefficace potere prefettizio; infine le statistiche apparentemente inessenziali e in realtà utilissime sul processo di elevazione morale del soldato, con interessanti relazioni circa la progressiva inibitoria della sudorazione e dell’impulso cardiaco nel dispiegarsi della carriera omicida. Un capitolo, significativamente intitolato Transfiguration of horror, descrive la pace degli accampamenti militari ai margini dei massacri e la fermezza dei bulbi del soldato nelle sue albe di sogni immobili.

Tecnicismi, appunto, ma riguardandoli in rassegna il lettore non prevenuto apprezzerà la grandiosa precisione, e direi quasi la poesia, del disegno complessivo cui ciascuno di essi, immancabilmente, appartiene e contribuisce. L’opera è prevedibilmente incompiuta, e dunque si ignora come sarebbe apparso il mondo degli uomini nel definitivo impianto del modello. Si vagheggia di città felicemente disabitate nel trionfo muto delle purificazioni, e di affaticati eserciti migranti alla ricerca d’umanità residua altrimenti destinata alla condanna di vivere. E’ un futuro di salvazione che questa raccomandabile lettura offre alle nostre speranze.

@iurimariaprado