Greta Thunberg1

In un’epoca caratterizzata dall’accessibilità dell’informazione che sta alla base della conoscenza da parte di chiunque sia provvisto di una connessione ad Internet, la funzione di mediazione di studiosi ed intellettuali non è – come troppo spesso si dice – venuta meno; come tutto, è semplicemente evoluta.

Se un tempo erano gli studiosi a farsi promotori di modelli di futuro capaci di orientare – non senza difficoltà e ritardi – le scelte collettive, oggi quei modelli sono suscettibili di essere veicolati da chiunque voglia farsene portavoce. Uno degli spazi residui della mediazione intellettuale è quindi quello, assai meno confortevole, di svelarne la dimensione metateorica; in altre parole, di portare in superficie la visione del mondo che vi sottende e che genera, come una grande matrice occulta, le corrispondenti narrazioni della realtà. Narrazioni che non raramente finiscono col pervadere il sentire comune fino a farsi verità, consegnando lo studioso piú rigoroso il compito di dissotterrare i credo sottostanti: spesso a costo del rischio, paradossale, di venire travolto dal sospetto di eretica antiscientificità.

Quella di un genere umano condannato alla propria autodistruzione in virtú della sostituzione del rapporto generativo e significante con la natura con quello alienante e devastatore di una modernità asservita alla brama di accumulo, è forse la visione del mondo piú persistente e pervasiva di quell’area geografica e culturale che chiamiamo Occidente. È pressoché egemonica nel mondo accademico; siede nei boards delle riviste scientifiche; riempie quelle divulgative e, con esse, invade il discorso sociale. Quanti tentano di discuterla criticamente vengono marginalizzati dai loro stessi pari. Emblematica in questo senso è la recente fondazione di The Journal of Controversial Ideas, rivista nata per dare spazio a saggi non allineati col “conformoralismo” accademico dominante in cui è possibile pubblicare anonimamente.

Alla base dell’inattaccabilità di questa visione del mondo vi sono fatti storici incontrovertibili; ma anche la cifra stessa dell’Occidente, che è la concezione onnipotentistica dell’uomo. Come disse un mio amato professore di filosofia, tutto ci è accettabile – tranne il pensiero che alla natura non importi nulla di noi; che la natura accada a prescindere dal nostro agire. Parimenti, nella narrazione dell’Occidente come primo assassino di un supposto rapporto armonico con la natura, si annida l'agio con la colpa proprio della cultura giudaico-cristiana: che è la cultura del paradiso perduto, dell'apocalisse, dei profeti inascoltati e perseguitati, dell’annuncio messianico di un nuovo ordine. Quanti, da oramai due secoli, di quell’ordine predicano l’avvento, non sono che gli adoratori del vitello d’oro della modernità: l’equilibrio. Perché è essenzialmente di disequilibrio, con la Natura e con l’Altro, che in questa narrazione l’Occidente è il bieco promotore; nonché il tiranno pronto a qualunque colonizzazione violenta – del pensiero e delle cose – pur di preservare il proprio primato di usurpatore di risorse ed accumulatore di beni.

Quando Greta Thunberg dice che intorno all’anno 2030 saremo prossimi alla fine della civiltà come l’abbiamo conosciuta; che essa “viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare ad accumulare un'enorme quantità di profitti”; che la nostra biosfera viene a sua volta sacrificata “per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso” in quanto “è la sofferenza di molti a garantire il benessere a pochi”, non fa che riprodurre ed amplificare questa narrazione del mondo. La stessa che, prima di riempirle di studenti preoccupati per i cambiamenti climatici, le piazze le ha riempite di manifestanti contro le riunioni dei Paesi industrializzati; di abitanti contro questa o quella opera infrastrutturale; di scioperanti contro questa o quella attività industriale; di promotori di questo o quel modello produttivo bonificato da ogni interferenza tecnologica, capace quindi di ristabilire l’originario equilibrio tra Uomo e Natura. Di tutti quanti, insomma, si sono di volta in volta identificati con il banale antioccidentalismo, scontato anticapitalismo e miope anti-industrialismo di cui Greta non è che l’ultima e quantomai efficace portavoce.

Sono tra quanti credono nell’autenticità delle sue motivazioni e nella genuinità del suo agire. Credo anche che l’attivismo di Greta rappresenti un orientamento sociale emergente dal chaos dell’indecisionalità politica del tutto desiderabile. So anche che le piazze di ogni epoca sono state riempite in quantità consegnando un nemico comune alle folle: nulla è piú aggregante della colpevolizzazione, e nulla è piú colpevolizzabile del “sistema”. Quello da cui, come ha scritto qualcuno, ci allontaniamo in motocicletta ignari di cavalcarne gli ingranaggi – ed incapaci di coglierne la bellezza.

La generazione di Greta non coglierà la citazione – ma legge i rapporti dell’IPCC scaricabili dalla rete. Sa che il consenso scientifico che gravita intorno al rapporto causale tra emissioni nell’atmosfera di anidride carbonica di provenienza antropica ed innalzamento della temperatura terrestre è tale da giustificare la pienezza di quelle piazze. L’errore che commette è motivarne l’iniziativa politica e contestualizzarne la necessità nella narrazione del mondo che ho appena ripercorso.

La reale motivazione per agire contro i cambiamenti climatici consiste nell’inaccettabilità del non-agire giustificandosi sulla base delle residue e motivate incertezze scientifiche, a partire da quelle facenti capo alla modellizzazione dei fenomeni climatici: esercizio di una complessità tuttora irriducibile, ma che non giustifica, per usare le parole del bioeticista Philip Gardiner, la scelta di non far nulla. La via della sostenibilità è lastricata di modellizzazioni fallite, predizioni sbagliate, stime errate: le conseguenze dei cambiamenti climatici sono invece certe, e troppo devastanti perché si perda altro tempo a dividersi tra deniers e believers.

A rafforzare questa posizione è uno dei principi fondanti dell’Unione Europea, che é il principio di precauzione. Principio che il cuore pensante dell’Occidente ha fatto proprio prima che la generazione di Greta si affacciasse al mondo. Mondo che, al di là di quel cuore, non è necessariamente impegnato nel contenimento dei propri impatti sull’ambiente; che non contiene, ma in molte regioni traina l’aumento della popolazione mondiale in virtú della tragica mancanza delle più banali libertà; ma soprattutto, che raramene fornisce i mezzi culturali, materiali e politici a dei sedicenni per esercitare il proprio dissenso e farsi portavoce di un imperativo politico capace di riempire le piazze virtuali e reali del nostro tempo.

Se avessi sedici anni, in quelle piazze ci sarei anche io. Quando li avevo, ci andavo trascinata da cortei indignati per le “guerre del petrolio”, filo conduttore delle manifestazioni di oggi come di allora. Di quelle lunghe camminate tra calli pericolosamente intasate ricordo nitidamente due cose: l’espressione compiaciuta sul volto ingiallito dalle Camel della professoressa Mariangela Sasso quando ci vedeva radunarci davanti al portone del mio liceo; e l’imbarazzo rivelatore che provai il giorno in cui qualcuno, in Piazza San Marco, bruciò la bandiera americana.

Alla partenza dei cortei al seguito di Greta non ho nessuno sguardo compiaciuto. Soltanto alcune ragioni valide per seguirli. Una, è di gridare a gran forza il valore straordinario della libertà di camminare.