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Sul clima non siamo affatto in tempo. È vero: secondo gli esperti, se agissimo subito sulle cause che generano il riscaldamento globale, potremmo mitigare - e non di poco - gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi e, in definitiva, sui nostri modelli di sopravvivenza e di vita come specie. Ma non siamo affatto in tempo.

Nel giro di una settimana la Regione Emilia-Romagna, in un rinnovato ‘Piano Aria’, ha dapprima escluso le auto Euro 4 dalla circolazione nei maggiori centri cittadini nel periodo invernale, e poi, a seguito delle proteste, si è rimangiata tutto. Ora, lasciando per un attimo da parte le valutazioni di merito sull’utilità o meno dei blocchi del traffico, e di questa specifica limitazione, se assumiamo la prima decisione della Regione come una policy presa per la necessità di ridurre il danno ambientale (e per la tutela della salute), è evidente che basta ben poco per soprassedere al raggiungimento di tali nobili obiettivi. Nello specifico, basta qualche protesta sotto la velata minaccia di una scopola ancora più grave del previsto nelle prossime tornate elettorali. 



Ma se questa è la fermezza delle politiche ‘ambientaliste’ di una regione italiana, pensiamo a quanto sia complesso prendere decisioni ben più fondamentali e d’impatto a livello globale, coordinando le politiche di tutti i maggiori Stati. Non è mai stato facile, ovviamente, lo è ancor meno oggi in un mondo in cui le pulsioni atomiste del nazionalismo stanno nuovamente prendendo il sopravvento. E lo è ancora meno davanti alla necessità di adottare tali decisioni in tempi rapidissimi.



Ecco perché non si può non essere pessimisti nel leggere l’ultimo rapporto speciale sul clima elaborato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite, che segnala con molta forza, l’urgenza di adottare soluzioni al più presto affinché la temperatura sul nostro pianeta non arrivi nei prossimi decenni (perfino 12 anni con l’andamento attuale) alla soglia di +1,5° rispetto alla media preindustriale e mai arrivi al +2° (oggi siamo a +1°).

Perché, da un lato, i maggiori esperti mondiali di cambiamenti climatici indicano la necessità di dare il via immediato a una rivoluzione globale - che sia industriale, economica, sociale e culturale - per limitare i danni del global warming di origine antropica e, dall’altro, c’è la fortissima sensazione di vivere nel peggior momento storico-politico per poterla attuare.

Perché la questione è risolvibile solo con interventi radicali - in quel ‘futuro è adesso’ di una stupida pubblicità di anni fa - che richiedono non solo la volontà politica ma anche la capacità di più Stati di prendere decisioni comuni e farlo in maniera rapida e coerente. Cose che chi scrive fatica a vedere. Cose, peraltro, che richiedono una spinta culturale notevole in un contesto però in cui non esiste un pensiero politico profondo, radicato, in grado di tramutare l’attuale esigenza alla preservazione ambientale in idee politiche, sociali ed economiche diffuse. Non c’è più o non si vede dove ha avuto una ‘tradizione’, a sinistra; non c’è dove per troppo tempo ha regnato il disinteresse (spesso interessato); non c'è nella destra liberale che per lungo tempo ha coltivato e dato acqua al negazionismo e che oggi – soprattutto quando si proclama ‘amica della scienza’ – avrebbe il bisogno e il dovere di affrancarsi da tale visione.

Il tutto si riflette – o forse ne è il frutto – in un disinteresse generale da parte dei media (in senso esteso). Salvo rare eccezioni, in Italia il rapporto Ipcc è stato letteralmente trattato con molto meno rilievo di una notizia di gossip, o degli 8 euro per la bottiglia d’acqua di Chiara Ferragni. E anche laddove, più meritoriamente, si è data la giusta dignità alla questione, la lettura è quella tutto sommato dell’ottimismo: manca poco al punto di non ritorno, ma ce la faremo, nonostante negli ultimi decenni – in cui sì potevamo farcela – abbiamo solo perso tempo; nonostante fossimo in condizioni migliori per raggiungere obiettivi oggi non più raggiungibili.



E invece non è vero che ce la faremo. Non nelle condizioni attuali, con una Cina che programma di aumentare l’uso del carbone – che dovrebbe essere azzerato invece -, per sostenere la crescita; con gli Stati Uniti che si sono ritirati dal loro ruolo di leader nella lotta ai cambiamenti climatici, per perseguire al propria via – sporca – alla crescita; con un’Europa che è sul podio delle emissioni di anidride carbonica e che potrebbe essere il volano per un cambiamento ma che invece si sta sfaldando sempre più, con il potere che pian piano scivola verso le forze centrifughe dell’atomismo nazionalista. 



Non è che non sopravvivremo, ci saranno ancora uomini in futuro. Lo faranno anche le altre specie, quelle almeno che saranno in grado di adattarsi a cambiamenti repentini a cui le abbiamo esposte e le esporremo. Ma tutto avrà un costo: l’uomo del futuro prossimo – che siamo in parte anche noi dati i tempi ristretti, lo saranno del tutto i nostri figli - dovrà pagare un enorme dazio ambientale (in termini anche, ma non solo, di ecosistemi distrutti), sociale, economico. A noi starebbe oggi il compito di far sì che quel dazio sia il meno salato possibile, non rinunciando al nostro benessere, bensì muovendo ogni forza, da adesso in poi, affinché quel benessere non sia la base di danni irreparabili e incontrollabili. È già tardi, ma qualcosa si potrebbe salvare, possiamo infliggerci il male minore possibile in questo dato momento, in queste condizioni.

Ma - anche se, come si dice, la speranza è l’ultima a morire - guardiamoci negli occhi: non abbiamo motivo di dirci ottimisti.