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La vicenda del bimbo immunodepresso che, dopo avere sconfitto la leucemia, potrebbe essere costretto a restare a casa perché nella sua classe ci sono alcuni bambini non vaccinati, se confermata, è odiosa, oltre che abbastanza sintomatica dell’epoca in cui viviamo: cinque non vaccinati in una classe di (presumo) circa venticinque bambini sarebbe una percentuale pazzesca e intollerabile, il venti percento.

Detto questo, il decreto Lorenzin impone la vaccinazione come condizione per entrare in classe solo per i bambini di nido e materna, nonostante l'obbligo formale sia previsto fino ai 16 anni di età. Questo episodio sarebbe quindi accaduto anche l’anno scorso, con lo scorso governo in carica. E questo per alcune ragioni non banali: la prima, il conflitto in termini di diritto tra obbligo scolastico e obbligo vaccinale, che ha impedito già alla Lorenzin di prevedere l'allontanamento dalla scuola dell'obbligo per i non vaccinati. La seconda ragione, che in genere si tende a rimuovere dal dibattito pubblico sulla salute: le politiche sanitarie vengono decise in base a un calcolo molto pragmatico sui costi e i benefici, costi e benefici che sono anche (direi “soprattutto”) di tipo economico. E meno male che è così, altrimenti le politiche sanitarie non servirebbero a nulla.

Obbligare alla vaccinazione fino a una certa soglia di età ha un costo, che aumenta man mano che si alza questa soglia. Per questo oltre un certo limite ci si ferma, nonostante qualcuno rimarrà inevitabilmente vittima o pagherà i costi di quel limite, trovandosi al di sopra di esso. Per questo è di difficile soluzione il problema degli adulti non vaccinati contro il morbillo, perché obbligare tutti gli adulti a vaccinarsi avrebbe un costo (economico) non sostenibile anche rispetto al beneficio (in vite umane) atteso.

Ed è per questo, quindi, che trasformare l’obbligo vaccinale in una sorta di totem religioso (pro e contro) tradisce la missione stessa di qualsiasi politica sanitaria, che per funzionare deve ispirarsi a un criterio di efficienza e di razionalità e non a principi ideologici: ci sono ottime ragioni “razionali” che rendono oggi necessario l’obbligo fino alla classe di età prescelta, come ce ne sono altrettante, probabilmente, che impediscono di superare quella soglia. Un domani ce ne potrebbero essere di simili per abbassarla, se alcune condizioni oggi date venissero meno o se ne presentassero altre, e il dibattito pubblico su una simile ipotesi dovrebbe fondarsi sull’analisi di queste condizioni in rapporto ai costi e ai benefici attesi (in coerenza con il quadro normativo di riferimento, naturalmente), e non su altro.

Semmai, quello che davvero può essere imputato all’ideologia che ispira e ha portato al successo i partiti oggi al governo, è proprio l’abbassamento della soglia della razionalità nel dibattito pubblico, l’aver “ammesso” alla discussione ipotesi e opzioni logicamente inammissibili: nel caso in questione, avere pervicacemente, per anni, messo in discussione la stessa efficacia dei vaccini - salvo i frettolosi “errata corrige” dell’ultimo momento una volta giunti al governo - come forma di contestazione preconcetta del palazzo a cui dare l’assalto. Avere contrastato le politiche tese a incrementare la copertura vaccinale non nella prospettiva di trovarne laicamente altre più efficaci, ma come semplice atto di coerenza con una visione ideologica che considera in sé la scienza e le sue evidenze come "funzioni" di una sistema politico ed economico che si pretende necessariamente corrotto, e delle sue istituzioni. 

Ben prima di avere “annacquato” le politiche sui vaccini con confuse e poco sensate circonvoluzioni normative sull’autocertificazione, ancora peggio è avere contribuito negli anni a rendere normale e “accettabile” quel numero spaventoso: cinque bambini non vaccinati in una sola classe. Buon primo giorno di scuola a tutti.