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Il Governo gialloverde non è un esecutivo “di destra” e l’alternativa non può e non deve essere “di sinistra”. Il saldarsi di questo fronte etno-nazionalista e costitutivamente antieuropeo è a suo modo rivoluzionario e va interpretato con categorie diverse, evitando riflessi consolatori e coperte di Linus. L’alternativa non sarà nemmeno “liberale”. Dovrà essere repubblicana, perché fondata su un’idea alternativa della Repubblica italiana, del suo ruolo nella Ue e del destino dei suoi cittadini.

Il Governo gialloverde ha una sua unità ideologica, quella del nazionalismo populista di cui Steve Bannon ha riparlato di recente a Roma. Il nazionalismo economico (i “dazi infiniti” del Salvini di “prima gli italiani”) non può che essere sovranista e accoppiarsi con l’idea del popolo che strappa lo Stato ai governi, alle istituzioni e al check and balance costituzionale per realizzare il sogno dell’autogoverno diretto (“lo Stato siamo noi” di Luigi Di Maio).

La sinistra alla Sanders o Melenchon, che da noi tuona contro “l’Europa della banche” e fa campagna per affossare l’accordo di libero scambio con il Canada, ha una visione ed un programma di politica economica in larga misura sovrapponibile a quello gialloverde. Stefano Fassina di LeU non dice certo cose alternative a Borghi e Bagnai su euro e “austerità”.

Al successo salviniano del “cancelliamo la Fornero ed esiliamo la signora Elsa”, ha spianato la strada la CGIL, con la sua opposizione tetragona e senza sfumature. E così sul jobs act: su pensioni e lavoro Camusso e Salvini dicono oggi esattamente le stesse cose. Il sindacato storicamente di sinistra non farà più scioperi generali contro il governo su questi due temi, se non per chiedere di tenere fede al contratto di governo.

Semplificazione e flat-tax evocano riflessi liberisti, ma né Di Maio né Salvini lo sono. Danno voce a riflessi anti-statuali e ribellistici, non libertari. La “semplificazione” non è la razionalizzazione della gabbia di adempimenti e scartoffie che spesso si chiude attorno alla vita economica e civile, ma una sorta di battaglia “anticasta”, non solo antipolitica, ma anche antiburocratica. E possiamo essere certi che il decisionismo del governo giallo-verde, come già si vede dal primo decreto di materia economica, produrrà un sovrappiù di regolamentazione astrusa e arbitraria. La flat tax inoltre non risponde all’esigenza di abbassare la pressione fiscale (e la spesa pubblica), per favorire il risparmio e l’investimento, ma, fatta in deficit, come si pretende di farla, servirebbe solo per trasferire sul debito dei figli il perdurante egoismo dei padri.

Il sincretismo giallo-verde del nuovo governo è potente e attrattivo ma non inquadrabile nello schema destra/sinistra, e così saranno le sue politiche.
Il fronte di cui i pentaleghisti sono campioni e saranno precursori nelle grandi democrazie europee è quello della chiusura: dai dazi ai migranti, dalle “interferenze” della Ue ai vincoli del diritto internazionale. La sovranità monetaria è stata il testo e rimarrà il sottotesto della propaganda del nuovo governo, nonostante le rassicurazioni del Prof. Tria.

Salvini ha un vantaggio innegabile su Di Maio: sui migranti anche gesti simbolici, come impedire alla nave di una ONG di attraccare in un porto, generano un consenso potente. Di Maio, con il suo ministero monstre ha detto che, su crisi aziendali e altro, ascolterà tutti: certo, ma poi dovrà decidere e scontentare molti. Su Tap e Ilva, pensioni e lavoro, sarà di Maio a dovere realizzare promesse incoerenti e a cercare di lenire i contraccolpi con l’unguento miracoloso ma razionato del deficit. Su questo piano, la pura retorica funziona meno. Servono i quattrini. Promettere di “licenziare il Jobs Act” e limitarsi a ridurre da tre a due anni la durata dei contratti a termine non serve a niente ai lavoratori, ma neppure a Di Maio, oltre a danneggiare l’efficienza del mercato del lavoro.

Il consenso gialloverde non si è fondato sulla realizzabilità e/o sulla razionalità degli impegni, ma sulla radicale promessa di rottura e di chiusura identitaria. Ma attendere un possibile collasso della coalizione non è una strategia possibile. Così come attendersi un rapido crollo dei consensi causato dalle inadempienze dell’esecutivo. Concordo con Giuliano Ferrara, che ha scritto di avversare i nuovi potenti non per ciò che fanno (o faranno) ma per ciò che sono. Specularmente, un pezzo maggioritario del paese li sostiene proprio per ciò che sono - e che dicono e che consentono di dire - più che per ciò che promettono.

Le discussioni iperboliche di questi giorni sui migranti sono un buon esempio del contagio emotivo della retorica sovranista: con il minimo degli sbarchi abbiamo il massimo delle tensioni politiche e l’unilateralismo del governo italiano ha diffuso ovunque in Europa, innanzitutto ai nostri confini, un riflesso difensivo di sospetto e di chiusura. I grandi amici e alleati ideologici di Salvini, Seehofer e Strache, stanno per sigillare la frontiera del Nord Est come risposta proprio agli allarmi italiani. Se si sdogana il pericolo saraceno, il neo-crociato Salvini non avrà rivali, in Italia, come defensor fidei e come alfiere della “nostra” identità, ma troverà poco più a Nord politici come lui intenzionati a fare proprio dell’Italia una riserva saracena, a difesa della “loro” identità.

Diceva bene Marco Bentivogli qualche giorno fa: anche nelle cose della politica, l’offerta può creare la domanda. L’alternativa repubblicana nasce(rà) anche dal contrasto alle politiche del Governo. Ma soprattutto dovrà costruire una agenda propria e cercare consenso su questa diversa e non solo “contraria” piattaforma politica, culturale e ideale.

Un capitolo decisivo dell’agenda repubblicana dovrà riguardare l’Europa. Sull’Unione europea e sulla sua stessa esistenza si sta concentrando un’offensiva potente da parte dell’asse etnonazionalista e populista, in molti paesi e soprattutto in Italia, primo grande paese Ue governato da una coalizione integralmente anti-europeista. Salvini e Di Maio in queste settimane, mischiando sapientemente istituzioni dell’Unione e governi dei singoli paesi, hanno sempre nel mirino l’Europa matrigna eretta a nemico dell’Italia sovrana e materna. La morsa antieuropea, che si stringe dall’esterno con i Salvini e dall’interno con Le Pen e Seehofer, mette alla prova la tenuta dei baluardi di Parigi e Berlino e con esse il futuro dell’Unione.

La tentazione di partecipare al coro delle critiche sulle disfunzionalità delle attuali istituzioni Ue è forte, anche o soprattutto da parte di chi vorrebbe una svolta federalista. Ma credo oggi vada messa in seconda battuta, rispetto alla difesa senza esitazioni di ciò che abbiamo (conquistato). Se togli la bandiera europea come provocazione, foss’anche propositiva, apri la strada a chi quella bandiera la getterà fuori da Montecitorio, come è accaduto dal Parlamento di Budapest. Il discrimine resta infatti nettissimo: “noi” amiamo l’Ue nonostante i difetti e fallimenti che conosciamo e soffriamo, “loro” la temono e la combattono per i suoi pregi e successi. Quando Salvini dice che mai come oggi i popoli europei sono stati in conflitto ribalta una verità storica facilmente documentabile (dal costituirsi degli Stati nazione a oggi non è mai esistito in Europa un periodo di pace così duratura e generalizzata e di crescita così straordinaria) sulla base di un sentimento diffuso altrettanto facilmente attivabile e manipolabile. Come sempre accade nelle neo-lingue orwelliane, è relativamente semplice chiamare e far “spontaneamente” chiamare dal popolo la pace guerra e la guerra pace.

Non è comunque l’incompiutezza dell’Europa a scatenare i suoi nemici. Non è il deficit di federalismo a scatenare i nazionalisti. Non è l’incompleta “democratizzazione” del processo legislativo e di governo europeo a far guadagnare consenso a opzioni autoritarie. Gli Stati Uniti sono la patria simbolica e realizzata del federalismo, della democrazia e della libertà politica, eppure Washington è comunque finita nel mirino di un fronte protezionista ed etno-nazionalista parente stretto di quello diffuso in Europa.

Con Forza Europa e con +Europa abbiamo cominciato e ricominceremo a lavorare su di un’agenda alternativa a quella di chi vuole riconquistare agli Stati membri la sovranità ceduta all’Unione. Penso che quello dell’unità europea sarà un punto decisivo dello scontro politico e potrà essere una chiave di aggregazione nuova delle forze sociali, culturali e politiche; con alleanze inedite perché nuovi sono i tempi e nuovi i loro pericoli. Sulla difesa e la protezione, sul lavoro e sul commercio, sui nuovi paradigmi della creazione e distribuzione della ricchezza, sulla ricerca e l’ambiente, sull’immigrazione e sulla globalizzazione - non inutilmente avversate, ma razionalmente regolate - sulla privacy e il fisco nell’era digitale, sulle libertà e i diritti “umani” perché tutelati da un diritto sovranazionale: su questo e altro la sovranità europea è un pezzo della soluzione non del problema.

Infine la politica europea: l’alternativa repubblicana in nome dell’Europa non la si costruirà in un solo paese. Lo scontro in atto richiede forze europee: i nazionalisti hanno un obiettivo, non un’ideale comune e possono marciare separati per colpire uniti. I costruttori dell’Europa devono marciare uniti il più possibile, competendo nella cooperazione: le “famiglie politiche”, il PPE in primis, sono etichette che al massimo sono alibi per coprire politiche diverse ed antagoniste tra i paesi e ormai anche dentro i paesi. Dobbiamo costruire alleanze paneuropee - non so se subito partiti - fondate su visioni e politiche condivise: per noi che vogliamo riconquistare il consenso per battere il governo gialloverde l’unione - anche in Europa - fa(rà) la forza. Più e meglio Europa.

@bendellavedova