Gaetano Costa e il perenne 'tempo d'estate' siciliano
Diritto e libertà

Gaetano Costa, Procuratore di Palermo, 6 Agosto 1980. Fu ucciso perché indagava, quando non era uso fra i PM svolgere indagini: routine inoffensive a parte, giusto per fingere di giustificare lo stipendio (postura di inesausta continuità, come anche qui si dirà).
Così, quando ritenne che vi fossero elementi sufficienti, decise che si poteva disporre la cattura di 55 uomini d’onore, per lo più riconducibili alle famiglie italo-americane Inzerillo-Gambino-Spatola.
Affinché risultasse una scelta più simbolicamente chiara, chiese all’Aggiunto e ai Sostituti di sottoscrivere gli atti relativi. Fra pretesti legulei (“sicuri di questi elementi?”), urla e viltà malamente mascherate da protervia, nessuno accettò di sottoscrivere l’indagine di Costa e i mandati di cattura che dovevano concluderla. Firmò lui, da solo. E solo lui fu ucciso.
Questi e altri pertinenti dettagli, li trovate in un articolo di Damiano Aliprandi, come di consueto preciso quanto appassionato di passione civile (sempre che quei delinquenti che si trastullano, con concorrente condotta, a disattivargli l’account FB un giorno sì e uno no, ve ne diano il tempo).
Sommariamente, tali fatti, e tali incancellabili dinamiche, sono state richiamate anche da vari comunicati di competenza forense. Ed è il punto su cui vorrei brevemente soffermarmi.
Il giornalista Felice Cavallaro, infatti, e l’ANM che lo ha “copiaincollato”, hanno pochi giorni fa dichiarato che Costa fu ucciso perché avrebbe infranto un “patto”, fra Cosa Nostra e gli “Avvocati dei mafiosi”, avente lo scopo di “eliminare i processi di associazione per delinquere”. Di questa singolare causa, nulla seppero mai Falcone, Sciascia, e i poveretti come noi che tentavano di capirci qualcosa prestando attenzione a questi incomprensibilmente famosi sciocchini. Ora, il velen dell’argomento è l’ambiguità, la frase scivolosa che dice e non dice: la mistificazione.
Viene citato Rocco Chinnici: in un’audizione al CSM, ricordando l’ambiente del Palazzo di Giustizia di Palermo in cui Costa agiva (e lo stesso sarebbe rimasto per lui, e per Falcone e Borsellino: “Nido di vipere”, l’eloquente epigrafe di quest’ultimo, ancora dodici anni dopo Costa), proprio con riferimento all’episodio di Costa e i Pubblici Ministeri in fuga, avrebbe implicato l’esistenza del fantomatico “patto”; che Costa fosse l’unico a volerli arrestare, Cosa Nostra l’avrebbe saputo dai suoi avvocati: macabro contributo all’evocato abracadabra dei processi.
Il verbale dell’audizione è di 47 pagine. In nessuna di queste, Chinnici anche solo allude ad un “patto” o similari sciocchezze. Conferma che la notizia della opposizione venne data da uno dei sostituti. Il quale, uscendo dalla stanza del Procuratore, la rovesciò sui presenti: giornalisti ed anche avvocati, ovviamente, essendo un Palazzo di Giustizia. Lui lo apprese dai giornali, che uscirono persino con dei virgolettati, evidentemente dettati dai magistrati. E così conobbe l’ostilità interna contro Costa anche Cosa Nostra. Niente avvocati. Sarebbe in qualche modo utile sapere quale verbale abbiano letto Cavallaro e l’ANM.
Ma ipotizziamo per un attimo che, nelle poche ore precedenti l’uscita dei giornali, la notizia fosse trapelata: lo avrebbero saputo proprio da quei magistrati, ansiosi di allontanarsi dal pericoloso (per loro) Costa. O no? Che dice, Cavallaro? Che è uguale alludere ad un “patto”, avente ad oggetto una firma assente, senza che del patto stesso faccia parte chi quella firma ha omesso, l’unico interessato a fare sapere di averla omessa? Dite, Cavallaro e CSM, che è la stessa cosa? Ah sì? O, in un caso ci sono, per lo meno, anche i magistrati del Pubblico Ministero (all’evidenza la fonte primaria del veleno), e nell’altro invece non ci sono più, Lor Signori? E qui tutti fessi siamo, tranne voi due.
Inoltre, di passata osserviamo che certi fatti, certe atmosfere, non sempre e non tutte si traducono in condotte di rilevo giuridico: come, ad es. che Chinnici e Costa dovevano incontrarsi in ascensore, essendo tutto intorno a loro avvertito evidentemente come infido: così, non basta rilevare che questa eloquentissima abitudine non figuri in qualche atto processuale: figura nella nostra memoria storica, validata dagli Sciascia e dai Falcone.
Ma perché questa “rivelazione” pacchianamente illogica, quanto maldestramente pettegola e deliberatamente confusionaria? Perché balla la separazione della carriere, e Vostro Onore teme che la sua rendita parassitaria, a base di “avanguardie cattive” che sfasciano, e di massa di “buoni” che riscuotono status satrapici (tutti e nessuno escluso: di qui il “colpire come un sol uomo”) possa essere in qualche modo intaccata. Visto che, morto un Palamara se ne fa un altro: ma extra ecclesiam, nulla salus.
E poiché l’Avvocatura, bene o male (più male che bene, per la verità) s’intende come una oppositrice di questa rendita, e, soprattutto, ispiratrice della maledetta riforma, nell’isteria autarchica da cui sono presi Vostro Onore e i suoi “embedded”, non si butta via niente: nè i vivi, con le logore indagini di intimidatorio-negoziali (si dovrebbe dire, “trattativistiche”, ma non vogliamo rischiare analogie con i Benemeriti della Patria, Gen. Mori e gli altri, cui quel campo semantico è stato lungamente e ignomibilmente riferito, lungo trent’anni e sette proscioglimenti, variamente denominati); nè i morti, con gli altrettanto logori arnesi del mestatore: logori, ma con un dí più di esalazione nauseabonda.
Ed ecco il “Corvo alla Memoria”: in tempo d’estate, pour case. Perché, certe cose, in Sicilia, sempre d’estate accadono.






