animali e uomini big
 
È difficile restare lucidi quando si combatte un’emergenza. Ce ne rendiamo conto leggendo alcuni tentativi di spiegare la pandemia da SARS-CoV-2, che talvolta cadono in tentazioni deterministiche portate all’estremo. Assistiamo ad un particolare tipo di  naturismo che, concentrato a demolire un certo neopositivismo, pare dimenticare l’esistenza del caso come fattore connaturato – è il caso di dire – alla vita stessa e alla sua evoluzione.
 
Avere paura è legittimo; di più: è doveroso. Ci scopriamo vulnerabili e, se ci è consentito il paradosso, ciò è salutare. Uno dei pericoli da evitare è quello della paralisi, del fatalismo. Tanto per citare l’ormai famoso David Quammen, il cui libro Spillover abbiamo tutti riletto in queste settimane: “Tra le caratteristiche fondamentali dell’evoluzione […] c’è l’assenza di uno scopo. Pensare che tutto si muova con un fine significa cedere a una fallacia pseudoreligiosa, che può avere appeal dal punto di vista emotivo ('la rivincita della foresta'), ma è del tutto errata.” 
 
È vero: molte zoonosi derivano da stretta convivenza tra animali e uomo, perché essa aumenta le probabilità che un patogeno casualmente mutato in direzione favorevole contagi l’uomo. Se poi casualmente si evolve la trasmissione da uomo a uomo, allora può partire l’epidemia. Ed è vero: l’alterazione di habitat naturali ad opera dell’uomo ha in molti casi favorito le zoonosi. Gli esempi raccontati da Quammen sono parecchi, dalla crescita della popolazione di peromisco dai piedi bianchi che ha portato a una diffusione abnorme della malattia di Lyme nel nord est degli Stati Uniti, alle colonie di pipistrelli portatori di virus micidiali come Marburg e Nipah. 
 
Allevamento e zoonosi si intrecciano molte volte nel corso della loro storia. Basti ricordare che, come scrive William McNeill nel classico La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea, abbiamo in comune con i bovini una cinquantina di malattie, più o meno altrettante con le capre e le pecore, una quarantina con i maiali, ventisei con i polli: tutti animali che abbiamo iniziato ad allevare migliaia di anni fa. Con loro ci siamo evoluti, con le loro malattie abbiamo imparato a convivere e da esse a difenderci
 
È un evoluzione non solo strettamente biologica, ma anche culturale: l’allevamento fa parte non solo della storia del nostro sistema immunitario, ma anche delle nostre tradizioni culturali. L’influenza  - termine non casuale - che esso ha avuto nello sviluppo delle nostre civiltà è innegabile. Non mancano scoperte scientifiche che possiamo attribuire alla nostra tradizione di allevatori: non per niente il vaccino ha questo nome, perché scoperto grazie alla contaminazione fra allevatori e vaiolo bovino, è stato successivamente messo a punto e si porta ancora dietro quel nome.
 
Da allevatori abbiamo anche imparato l’importanza delle norme igieniche. Pensare di paragonare i moderni allevamenti che troviamo in Italia e in Europa alle situazioni di malsana promiscuità tutt’ora esistenti in alcune zone più arretrate del sud-est asiatico è fuori luogo. I nostri allevatori hanno da tempo imparato a proteggere se stessi e i propri consumatori e a tutelare il benessere dei propri animali. Questo grazie al progresso nelle conoscenze e all’implementazioni di sistemi ispirati al rispetto di principi di etica, chiaramente normati a livello europeo. 
 
Ci potremmo fermare un attimo a guardare quanta strada abbiamo percorso. Nel 1956 sono state liberate le ultime case nei Sassi di Matera: lì la commistione tra animali e uomini era spaventosa, con gli escrementi animali che fungevano da riscaldamento del tugurio. Oggi la nostra cultura ci rende inaccettabile la scomparsa di tante vite umane per la pandemia. Ma in Africa o in India queste morti non vengono nemmeno conteggiate essendo meno del 1% dei morti per malaria: le malattie trasmesse dalle zanzare causano annualmente 725 mila morti al mondo. La nostra cultura ci rende insopportabile la scomparsa di ultranovantenni per il coronavirus perché, come ricordava Philippe D’Averio, noi nasciamo anche dalla fuga di Enea dal rogo di Troia. Una fuga nella quale l’eroe non può che caricarsi sulle spalle il vecchio padre Anchise, ossia anche la memoria e le tradizioni. Ma tradizioni portate in un nuovo mondo, cultura che non resta ferma e paralizzata, ma che si muove e si adegua ai tempi mutati.
 
Facciamocene una ragione: abbiamo iniziato migliaia di anni fa a modificare piante e animali, e loro hanno modificato noi, la nostra biologia, il nostro sviluppo fisico, le nostre civiltà. Siamo legati a doppio filo all’agricoltura e all’allevamento. È un processo da cui non si torna indietro. Ci siamo evoluti raffinando la nostra capacità di adattarci al cambiamento, usando la cultura e quindi l’innovazione: a chi impaurito cerca di far fare un passo indietro alla nostra civiltà, raccomandiamo invece di farne due avanti. In fondo, per quanto ne sappiamo siamo l’unica specie che ha trasformato in etica la propria istintiva e naturale convenienza di gruppo.
 
McNeill ricorda che le epidemie sono sempre state catalizzatrici di eventi storici significativi: prendiamo le redini di quanto troveremo alla fine di questa epidemia e governiamo le nostre esistenze. La presenza della specie umana su questo pianeta è qualcosa di extra-ordinario, richiede l’applicazione di tutto il nostro ingegno per essere gestita nel rispetto dell’ambiente e delle altre forme di vita, richiede coraggio extra-ordinario.