Meloni Trump 1 grande copia

Dopo sedici anni al potere, Viktor Orbán ha perso le elezioni parlamentari in Ungheria. Una svolta politica che appare storica, non solo per il Paese, ma probabilmente per l’intera Unione europea. La vittoria di Péter Magyar libera infatti l’Ue da un leader che ha usato il potere di veto per paralizzare le scelte non solo sull’Ucraina, ma anche in materia di Cina e di conflitto israelo-palestinese. Orbán ha costituito una barriera interna durante questi quattro anni di invasione russa: la decisione di bloccare il prestito da 90 miliardi di euro agli ucraini è stata solo l’ultima di una serie di mosse che hanno colpito al cuore la capacità decisionale dell’Ue.

Se Magyar, conservatore di centrodestra con un passato al fianco dello stesso Orbán, resta chiaramente una figura da osservare con attenzione, la sconfitta di quella che è stata la vera colonna putiniana in Europa è in ogni caso una grandissima soddisfazione. Tisza, il partito di Magyar, disporrà tra l’altro di una supermaggioranza, superiore ai due terzi dei seggi: una soglia decisiva, perché consentirà di intervenire anche sulle cosiddette “leggi cardinali”, cioè quelle norme che, negli anni dei quattro mandati, hanno consolidato il sistema illiberale orbaniano. Bellissime e piene di speranza le immagini degli ungheresi in festa, che delineano un passaggio importante per l’Ungheria e per l’Europa intera. L’affluenza ha superato il 78 per cento, il livello più alto dalla fine del comunismo, a sottolineare la portata della posta in gioco.

In particolare, le elezioni ungheresi hanno messo in luce la vera frattura politica che oggi attraversa i confini comunitari, cioè la sfida tra integrazionisti ed europeisti, che immaginano una proiezione globale dell’Ue come attore politico, e sovranisti delle piccole patrie nazional-populiste. L’europeismo diventa, in questo contesto, un presupposto fondamentale della competizione elettorale, in continuità con le partite più importanti giocate nei maggiori Paesi europei, almeno nell’ultimo decennio, dalla Brexit alle presidenziali francesi fino alle politiche tedesche. Ecco perché questo voto è stato e sarà così rilevante, anche sotto l’aspetto simbolico: perché traccia una direzione che segna il futuro della sfida elettorale negli Stati membri, in modo particolarmente evidente e impattante in Italia.

Questa spaccatura tra società aperta e comunitaria, da un lato, e chiusura sovranista, dall’altro, mostra plasticamente le difficoltà di Meloni nel rimanere a metà, costringendo la presidente del Consiglio a una chiara scelta di campo, praticamente da subito. Quando arriva il momento dei nodi da sciogliere, l’equilibrismo meloniano, quel continuo barcamenarsi sia all’interno dell’Europa sia tra le due sponde dell’Atlantico, viene meno, toccando talvolta frangenti di crisi sistemica. Ma dalle crisi, come dagli errori politici, possono nascere svolte potenziali per rilanciarsi, soprattutto nel gioco d’azzardo della politica italiana, dove la memoria resta breve e si procede per tentativi di presentabilità emotiva.

Il combinato disposto dell’incomprensibile quanto disonorevole sostegno a Orbán, dietro il quale Meloni si è spesso nascosta per giustificare la sua ostilità nei confronti del superamento dell’unanimità, insieme alle censurabili uscite di Trump, che ha criticato in malo modo la leader di FdI, di fatto scaricandola, offre infatti ora una possibilità. L’insofferenza generale, sempre più tangibile, nei confronti del presidente americano - con gli italiani che, a guardare le ultime rilevazioni, bocciano completamente Trump per la “gestione” della guerra in Iran e ne sono sostanzialmente spaventati, come ormai gran parte delle opinioni pubbliche europee - insieme ai suoi attacchi diretti potrebbe dare a Meloni il coraggio di affrancarsi dalla sua vicinanza, sfruttando a proprio favore questa presa di distanza.

Dazio dopo dazio, e oltre, associarsi eccessivamente al presidente degli Stati Uniti è diventato letale per tutti i partiti di destra più o meno radicale. Allontanarsi gradualmente da un’amicizia diventata più che controproducente potrebbe essere il soccorso di cui la premier ha bisogno per stabilizzarsi come leader moderata e più centrista; magari, complice appunto il tonfo di Orbán, avvicinandosi, sul piano delle istituzioni dell’Unione, a quel mondo del Partito popolare europeo certamente più presentabile e adeguato, in cammino verso una più libera autonomia. Queste sono carte che Meloni potrebbe usare per restituire nuova linfa alla sua leadership, oggi in evidente difficoltà, nonostante la parvenza di una postura vincente.

Ciò potrebbe portare risultati, nel caso in cui i cittadini siano disposti a dimenticare gli evidenti errori strategici della presidente del Consiglio in politica internazionale, in una situazione di grande difficoltà oggettiva, nella quale le problematiche interne si sono già accumulate: dai salari reali in picchiata a una pressione fiscale ai massimi da più di un decennio, per non citare la gravissima crisi della produzione industriale, in calo costante da tre anni, e le grane causate da una classe dirigente non all’altezza del momento storico. Questione di riposizionamenti, e questione di grande magnanimità elettoralistica del Bel Paese, nella perpetua attesa della formazione dell’alternativa: Dio perdona, gli italiani forse.