Meloni braccio grande

L'aura di imbattibilità di Giorgia Meloni come premier inscalfibile si sta tramutando in una spirale di fragilità che, prima di quel tardo pomeriggio di lunedì 23 marzo, in pochissimi avrebbero potuto immaginare.

Tante le criticità che si sono intersecate in questi ultimi giorni. Visti i molteplici focolai di guerra e le tensioni aperte dalla Casa Bianca, Meloni non sembra più in grado di cavalcare l'onda del consenso. La fu underdog, fiera di un riconosciuto standing internazionale e di un accresciuto protagonismo europeo e atlantico, oggi inizia a pagare duramente una certa, persistente e ambigua vicinanza a Donald Trump. O meglio, la preoccupazione generale dettata dall'imprevedibilità delle mosse del tycoon - dai possibili coinvolgimenti militari ai tangibili aumenti dei costi di carburante e bollette - allontana e crea una sensazione di pericolo.

Emerge poi un'altra questione, che investe meno gli interessi diffusi dell'opinione pubblica, ma sulla cui rilevanza, vista l'incoerenza della premier, è ormai impossibile glissare: l'amicizia (e l'endorsement) nei confronti di Viktor Orbán, ossia la vera colonna putiniana in Europa (la telefonata riportata da Bloomberg ha evidenziato tutto ciò che c'era da dire), e l'alleato sempre meno segreto della Cina, che beneficia dello stare in Europa come nessun altro (l'Ungheria è tra i Paesi Ue che più beneficiano degli aiuti di Bruxelles), e allo stesso tempo lavora dall'interno per bloccarne gli ingranaggi e per impedire quelle forme di integrazione politica ed economica che pure sarebbero possibili, malgrado la lettera dei trattati.

Un nemico interno, alla guida di un esecutivo corrotto, con compagni di governo eufemisticamente inaffidabili, che rende il sostegno di Meloni - alla pari di quello di un Salvini qualsiasi - inaccettabile, soprattutto quando, nello stesso momento, la leader di FdI si dipinge come patriota, favorevole ai passi avanti dello sviluppo europeo e paladina del mondo occidentale.

Un'opposizione che volesse porsi come alternativa dovrebbe incalzare la Presidente del Consiglio su questi punti, che sono sufficienti per delineare un'inadeguatezza posturale di fondo della nostra politica estera (pur positiva su altri versanti, a partire dal supporto all'Ucraina invasa), con un focus mirato sulle incongruenze in una fase storica delicatissima, magari anche con meno retorica sul vessillo costituzionale e sulla sua immodificabilità.

A proposito di politica interna, connessa però inevitabilmente agli scenari internazionali, errori e grane per Meloni non mancano. L'evocazione della possibile sospensione del Patto di stabilità, argomentata da Meloni (l'accordo tra Paesi Ue per il controllo dei conti pubblici, finalizzato a evitare che deficit eccessivi di un singolo membro possano causare instabilità nell'intera Eurozona), potrebbe assumere le sembianze di una richiesta strumentale, a un anno da nuove elezioni e senza riforme strutturali ancora portate a casa.

Riforme sulle quali il PNRR non pare avere minimamente inciso, nonostante le ingenti somme a disposizione: in Europa l'Italia è stata il primo Stato per stanziamento ricevuto (194 miliardi, di cui 122 a prestito, sui quali dal 2027 scatteranno gli interessi), senza però completare alcuna evoluzione orientata a crescita, innovazione e competitività; il maggiore e paradossale risultato è quello di un debito pubblico cresciuto vertiginosamente.

Meloni, in ciò, non è esente da colpe, tra ritardi e decisioni non prese, modalità alle quali ci sta un po' troppo abituando; ad esempio, l'ultima revisione voluta dall'attuale Governo avrebbe rallentato lavori per circa 30 miliardi, con diverse decine di miliardi incassati che non sono stati spesi perché i relativi progetti non sono stati implementati. Meloni ha ritenuto, e finora ha avuto ragione, di poter vivere di rendita sulla costruzione dialettica di una crescita canalizzata dal Piano, oltre che sulle fragilità di un'opposizione non pronta e a tratti inesistente.

Ora però i nodi vengono al pettine, dimostrando quanto anche il suo esecutivo abbia fallito su questo versante, portandosi dietro le proprie responsabilità. Se la politica sembra continuare a navigare, nella direzione del consenso e quindi del potere possibile, inteso come potenzialità di far accadere le cose, su temi identitari, culturali e soprattutto emozionali, la leva della politica economica e delle policy conseguenti è però quella che più di tutte, a livello gestionale, disegna un'idea di Paese - almeno nel medio-lungo termine. E anche quando le conseguenze di lunga durata non sono prese in considerazione nelle decisioni politiche, non per questo cessano di esistere.

C'è poi un altro tema interno, legato stavolta a Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo ed ex ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi, che è stato sollevato dal suo incarico. Nonostante le capacità strategiche e il grande lavoro realizzato negli anni (anche di avanguardia innovativa, come dimostrano i risultati del gruppo), Meloni sembra convinta di privarsi di una delle competenze più importanti di questo Paese. Anche qui, un'opposizione funzionale ed efficiente dovrebbe portare in Parlamento la questione in maniera più veemente, incalzando su quanto emerge di poco trasparente.

Infine, tra le tante, c'è un'altra grave emergenza nazionale, troppo spesso sottovalutata, presentata dall'ultimo bilancio redatto dall'Istat e legata alle tendenze demografiche italiane. Il nuovo record negativo di 350.000 bambini nati nel 2025, con una popolazione sempre più anziana, disegna uno scenario di declino sostanzialmente inarrestabile, per il quale le politiche pubbliche che potevano essere portate avanti negli ultimi anni non sono state all'altezza o sono state assenti.

Salari per i giovani, politiche abitative, integrazione degli immigrati, lavoro femminile, politiche di conciliazione - congedi parentali, orari flessibili, smart working - e servizi per la prima infanzia: non è cambiato praticamente nulla, malgrado la retorica sulla famiglia e sulla natalità. Il Governo ha preferito procedere a vista, con il marchio di fabbrica della scarsa considerazione del futuro.