Cime pretestuose. Alleanze finte o problemi veri in vista delle elezioni del 2027
Istituzioni ed economia

La convention organizzata da +Europa per gli Stati Uniti d'Europa - "Tutta l'Europa che manca" - svoltasi a Roma il 28 marzo ha causato un piccolo caso, capace di allargare a riflessioni molto più profonde. Qui è stato infatti invitato, tra i vari relatori, anche Giuseppe Conte, che ha aperto un tema (e un contrasto) importante con riferimento all'opportunità della sua presenza, ossia della partecipazione di un capo partito mai sostenitore fino in fondo di un fortificato e reale cammino europeista e soprattutto sempre piuttosto tiepido, per usare un eufemismo, nel sostegno all'Ucraina invasa.
Oltre la prima lettura di un episodio da bolla, riguardante una dinamica più o meno interna a un piccolo partito, il fatto ha una sua rilevanza poiché apre al tema di grande ambiguità del dialogo con presunti avversari e della possibile “sintesi” con chi, da avversario, potrebbe divenire compagno di viaggio.
Fino a che punto cioè è accettabile e a che punto diventa invece un male non solo il confronto, ma anche il cammino tra forze che non convergono su principi e battaglie fondamentali? Fin dove quindi si possano spingere i paletti di un possibile accordo? E di fronte a accordi larghi e spinti oltre i confini di una reale condivisione politica (e prescindendo da essa), fino a che punto l’elettorato di riferimento dei diversi partiti e coalizioni è disposto a seguire disciplinatamente questi percorsi?
I cittadini sono disposti ad accettare una competizione politica, di fatto, come pura lotta per il potere o per “un voto in più”, oppure le alchimie disomogenee divenire controproducenti, alimentando la disaffezione? In una formula, quanto prevale e pesa la sensazione della ricandidatura a tutti i costi di alcuni rispetto, al contrario, a un'idea convergente di sistema per l’Italia?
Se indignarsi verso l'invito rivolto a un ex Presidente del Consiglio può apparire per alcuni esagerato, la prospettiva di poter veramente europeizzare chi è così distante dall’europeismo, spingendolo e accorpandolo in maniera sostanziale verso le proprie posizioni, sembra essere allo stesso modo poco credibile. Tutto questo si porta dietro forse la questione più grande, cioè, oltre all'opportunismo della fase elettoralistica, l'inevitabile problema del day after post elettorale.
Allo stesso modo, in un Paese in cui sembra fare molta fatica a consolidarsi un rinnovato Terzo Polo unitario, là dove prosegue la diaspora dei diversi "centri", con lo sfondo di invidie ambiziose, “primadonnismi” e veti incrociati – come si vede in questi giorni anche in piccole competizioni amministrative – può apparire logico anche interpretare la sfida politica con la logica dell’intanto: intanto facciamo questo, poi facciamo quest’altro, proviamo a definire almeno una parvenza di unità, dopodiché, una volta eventualmente raggiunto il potere, capiremo come procedere in modo più strutturato.
Il centrodestra insegna come fare, essendo stato capace negli anni di addomesticare tutto sommato senza traumi eccessivi le difformità presenti, in particolare con riguardo al portamento europeo e alla proiezione comunitaria dei partiti di Governo. Ma forse e aldilà di tutto, prima di discutere di alleanze e tentare disegni che possono allontanare più che avvicinare, interpretabili come manovre di laboratorio in cui a prevalere sono camaleontismi vari e furberie da calcolo personale (in primis, nel caso di cespugli e cespuglietti), vanno capite le fratture dei dati di realtà dell'Italia del 2026, concentrandosi dunque nella politica del proporre, più ancora che in quella del seggio. Oggi esistono fratture, cleavages fondamentali (su tutti la contrapposizione centro-periferia, ancora troppo sottovalutata, così come quella città-campagna, intesa come provincia) che non possono essere ignorate all'interno di un Paese che voglia giocare la partita del passo coi tempi.
Il 2027 è domani, e la dimensione analitica di queste fratture non può essere accantonata, costituendo anzi presupposto fondamentale verso la partita dei bisogni, che è confronto del consenso. A giudicare dalle analisi dell'Istituto Cattaneo, anche davanti ai migliori esiti per il centrosinistra campolarghista, non emergerebbe una maggioranza parlamentare in grado di costituire un esecutivo stabile. I partiti che si piazzano fuori dalla contesa bipolare possono essere perciò significativi, se non essenziali.
La verità è che le due coalizioni sono ancora eccessivamente sottomesse al bipopulismo tentacolare, eguagliandosi, nella sostanza, con risultati finali che possono variare a seconda delle percezioni momentanee, date da quella caducità politica figlia dello spirito del tempo. L'unica certezza è che un bipolarismo così impostato non si può in alcun modo superare se le leadership non fanno balzi in avanti in quanto a generosità politica e intellettuale, liberandosi dalle negoziazioni ciniche (spesso, appunto, mirate alla sola riconferma di seggi personali) e ritrovando una mediazione, ma sana e ferma, che pare essere ancora decisamente troppo lontana.
Le cime tempestose della politica italiana sono affollate più di pretesti che di decisioni, più di opportunismi che di responsabilità.






