bush trump grande

Ieri su Il Sole 24 ore Sergio Fabbrini si sofferma sulla totale estraneità di Trump alla "Dottrina Powell", elaborata appunto da Colin Powell al termine della Guerra Fredda e "implementata" dagli Usa in occasione della prima Guerra del Golfo.

Si tratta, brevissimamente, di un elenco di condizioni più o meno imprescindibili che rendono praticabile l'avvio di un conflitto – ad es. forza militare come extrema ratio, elaborazione preventiva di una exit strategy, utilizzo immediato di una overwhelming force, una forza schiacciante – tratto saliente, quest'ultimo, della Dottrina, nata in reazione alla strategia disastrosamente gradualista utilizzata in Vietnam.
Fabbrini sussume parzialmente sotto la Dottrina Powell anche i due conflitti che inaugurarono il millennio, cioè quello in Afghanistan e in Iraq. In realtà il primo avviò la transizione verso la Dottrina Bush e il secondo "consolidò" quest'ultima, che può per certi versi esser considerata un capovolgimento della dottrina precedente. Curiosamente la Dottrina Bush venne patrocinata dallo stesso Powell, segretario di Stato durante il primo mandato di Bush: anni dopo, infatti, Powell parlò di «macchia indelebile nella mia carriera» riferendosi al celebre discorso sulle armi chimiche nascoste dall'Iraq di Saddam Hussein.

Se è estranea alla Dottrina Powell, la politica estera e più specificamente bellica di Trump non è neppure "realista". Lo stesso Fabbrini, la scorsa domenica, ha argomentato in tal senso, citando un'analisi firmata da D. Drewzner ed E. Sauders su Foreign Affairs: i due autori hanno sottolineato come quella realista sia in realtà una dottrina autoresponsabilizzante che, anziché poggiarsi sull'imprevedibilità e sulla miopia, incentiva a mettere in pratica interventi "stabilizzanti" (sebbene, aggiungerei, un po' agnostici in termini valoriali); quella di Trump è piuttosto la visione "hobbesiana" di chi si trova a proprio agio «in un'arena in cui tutti sono contro tutti».

Aggiunge molto condivisibilmente Fabbrini che la politica estera di Trump è altamente personalizzata, dunque incompetente, contemplando l'esautoramento di fatto dei professionisti a vantaggio di amici e famigliari (vedi il duo Witkoff-Kushner); mediatizzata, dunque "shortermista" in quanto focalizzata sulla performance; e – soprattutto – estrattiva/estorsiva in senso ancora una volta personalistico e familistico: si tratti di Ucraina Gaza Venezuela Iran, Trump e il suo cerchio magico devono far soldi, con terre rare progetti immobiliari idrocarburi (questi ultimi meno di quanto si creda, nonostante l'insistenza terzomondista di molti su questo punto)… e poi criptovalute e IA.

Sul Corriere della Sera Federico Fubini ha scritto fra l'altro che nel gennaio dell'anno scorso il governo degli Emirati Arabi Uniti ha investito mezzo miliardo per acquistare il 49% della nuova piattaforma di criptovalute lanciata da Trump-Witkoff e gestita dai figli dei due, incassando "personalmente" 187 mln di dollari la famiglia del primo e 31 quella del secondo… «subito dopo – ha aggiunto Fubini – nel suo ruolo di Presidente degli Stati Uniti il tycoon ha dato agli Emirati accesso ad alcuni dei semiconduttori più avanzati prodotti in America da Nvidia per l'intelligenza artificiale»: in quest'ottica, la più puntuale diagnosi del trumpismo continua a essere quella di Anne Applebaum, che vi ha visto anzitutto il disconoscimento della nozione di "sovranità pubblica" – e dunque un ritorno a una nozione per dir così "pre-westfaliana", feudataria, del potere.

In questo caos… hobbesiano, per citare ancora una volta Foreign Affairs, da un lato gli Usa, con Israele, hanno assestato un severissimo fendente alla proiezione internazionale dell'asse sino-russo e più generalmente alla coalizione (perlopiù) di interessi che A. Applebaum ha definito "Autocrazie s.p.a.", considerando quanto accaduto in Siria Venezuela e Iran; dall'altro rischiano di sospingere "i signori del Golfo" verso Xi Jinping nella richiesta di "stabilità" (eterogenesi dei fini poco probabile ma non impossibile) e hanno consentito a una affannatissima Mosca di respirare un po' con la rivalutazione del greggio e dei fertilizzanti causata dalla paralisi nello stretto di Hormuz (ne scrive sempre Federico Fubini oggi sul Corriere).

Sull'intervento israelo-americano in Iran è infine essenziale citare l'importantissima intervista di Francesca Mannocchi a Yaakov Amidror (La Stampa di sabato), «generale maggiore, per oltre trent'anni nell'intelligence militare dell'Idf, tra il 2011 e il 2013 consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro Benjamin Netanyahu e a capo del Nation Security Council». Fra le tante rilevantissime cose, Amidror afferma che il principale obiettivo dell'offensiva è la distruzione della capacità dell'Iran «di produrre forza militare strategica», anche e soprattutto nucleare, e che il regime change resta un esisto possibile, ma non un fine operativo. Mannocchi ricorda poi che già prima del 7 ottobre l'ex capo dell'Intelligence militare sosteneva – provando, col senno di poi, le sue capacità di visione – «che la guerra decisiva per Israele non fosse Gaza ma il fronte Nord», proprio perché Hezbollah era «il pilastro fondamentale dell'architettura costruita dall'Iran attorno a Israele» (e del resto è opportuno ricordare che il 7 ottobre del 2023 non scoppiò un'insurrezione anticolonialista / resistenziale dei gazawi, ma venne avviata, tramite un pogrom, una guerra per procura dall'Iran vs. Israele).

Le parole di Amidror rendono chiara – e, a parere di chi scrive, entro certi limiti anche condivisibile – la strategia perseguita da Israele con l'attacco a Teheran… a differenza di quella statunitense che, come abbiamo visto, risulta perlopiù personalistica ed estrattiva (non mancano le letture più "benevole" e ottimistiche dell'intervento americano in Iran, vedi ad es. quella proposta oggi su La Stampa da Bernard-Henri Lévy, che inquadra un po' forzatamente la politica estera trumpiana tra un "wilsoniano" innesco di democratizzazione, quantomeno sul piano delle intenzioni, e il "jacksoniano" hit hard and get out già sperimentato in Venezuela; o Edward Luttwak l'altro ieri su Il Giornale, che si mostra entusiasta della cooptazione di Delcy Rodriguez al posto di Maduro in Venezuela e caldeggia quella di Pezeshkian al vertice dell'Iran ai fini della stabilizzazione dell'area).