Said Gheddafi grande

L’esecuzione di Saif al-Islam Gheddafi non appartiene alla cronaca giudiziaria, ma alla contabilità politica. Non è il colpo di coda di una rivoluzione mai terminata, ma l’atto finale di una pulizia negoziale necessaria a stabilizzare definitivamente il nuovo ordine estrattivo libico.

Per anni, la figura di Saif Gheddafi ha rappresentato l’unica variabile indipendente capace di scardinare il binarismo tra Tripoli e Bengasi, potendo contare su una legittimità tribale e nostalgica che attraversava trasversalmente il Fezzan e le periferie della Tripolitania. La sua rimozione fisica è il sigillo definitivo sul sabotaggio dei faticosi processi democratici che avevano ripreso una parvenza di avanzamento all’inizio degli anni ’20 di questo secolo nonché il prodotto diretto del collasso di questi stessi processi, che tra il 2020 e il 2021 aveva illuso le cancellerie occidentali con la promessa di una transizione democratica.

In quegli anni, la comunità internazionale aveva scommesso su un’architettura fragile, culminata nella nomina del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Abdulhamid Dabaiba, con l’unico mandato di traghettare il Paese alle elezioni del 24 dicembre 2021. Tuttavia, proprio la comparsa di Saif al-Islam sulla scheda elettorale innescò un corto circuito senza via d’uscita: la sua presenza non era solo un trauma simbolico per gli eredi della rivoluzione del 2011, ma un pericolo esistenziale per i signori della guerra. Per le milizie di Tripoli e per l’apparato di Haftar, il rischio che un Gheddafi potesse riprendere il potere attraverso le urne, unendo il malcontento popolare alla forza delle reti tribali, era l’unico scenario peggiore di una guerra civile.

Così, per anni, abbiamo assistito a una sofisticata messinscena istituzionale, ulteriormente alimentata dalla impotenza dell’ONU e dall’inadeguatezza della risposta occidentale, ossessionata dal rischio migratorio e nient’altro. Invece di risolvere le controversie elettorali sui criteri di eleggibilità (il vero nodo scorsoio usato per bloccare il voto), le fazioni libiche hanno utilizzato lo stallo per consolidare i propri feudi. Mentre l’ONU cercava invano un compromesso sulla base costituzionale, a Tripoli e a Bengasi si perfezionava il modello della stabilità senza democrazia. Le elezioni del ’21 non sono state rinviate per incapacità tecnica, ma scientemente barattate con la creazione di un sistema di vasi comunicanti finanziari.

Questo processo di istituzionalizzazione del collasso ha permesso alle élite armate di capire che la legittimazione esterna non passava più dal consenso dei cittadini libici, ma dalla capacità di agire come garanti dei flussi energetici e della sicurezza delle frontiere europee. La fine violenta di Saif al-Islam non è dunque che l’ultima clausola di questo contratto, la rimozione dell’ultimo elemento imprevedibile che avrebbe potuto reclamare una sovranità nazionale sopra gli interessi dei corridoi logistici.

Eliminando il Terzo Polo, Tripoli e Bengasi hanno rimosso l’ultimo ostacolo alla trasformazione della Libia da Stato sovrano a piattaforma logistica spartita, certificando la parabola di decomposizione istituzionale che affonda le sue radici in un quindicennio di errori sistemici da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale.

Questa metamorfosi della Libia in un’entità puramente funzionale agli interessi esterni non è tuttavia un fenomeno recente, bensì il compimento di una traiettoria iniziata al bivio del 2014. Già allora, mentre dalle colonne del Libya Herald avvertivo che il Paese si trovava dinanzi a una scelta fatale, era chiaro che la comunità internazionale stesse optando per la via più comoda ma più distruttiva: la legittimazione del frazionismo. Invece di investire nella ricostituzione di un monopolio della forza unico e centrale, si scelse di riconoscere i signori della guerra come interlocutori istituzionali. Quel peccato originale ha trasformato le milizie da minacce per lo Stato ai suoi azionisti di maggioranza, garantendo loro un diritto di veto permanente su ogni tentativo di ricomposizione nazionale.

Se nel 2014 il rischio era il collasso dello Stato, nel 2026 dobbiamo prendere atto che quel collasso non solo non è stato evitato, ma istituzionalizzato. La sovranità non è stata restaurata; è stata semplicemente parcellizzata e messa a rendita. In questo scenario, la miopia italiana che denunciavo su queste stesse pagine nel 2025 appare oggi in tutta la sua gravità: l’illusione di poter stabilizzare la Libia trattando Tripoli e Bengasi esclusivamente come hub per la gestione dei flussi migratori o come semplici rubinetti energetici ha accelerato la fine della politica. Roma e Bruxelles hanno scambiato la gestione tecnica delle emergenze con la visione strategica, finendo per diventare i finanziatori involontari di un duopolio che non ha alcuna intenzione di cedere il passo a una Libia unita e sovrana.

Oggi, la dinamica tra Tripoli e Bengasi non risponde più alla logica di una guerra civile per il controllo dello Stato, ma a quella di una joint venture per la gestione delle rendite. La retorica dello scontro tra Est e Ovest sopravvive solo come velo ideologico, una copertura necessaria per giustificare un duopolio che condivide un obiettivo esistenziale: impedire il ritorno della politica nazionale e, con essa, di una reale rendicontazione pubblica. In questo schema, il potere non si esercita più attraverso il consenso, ma attraverso la manipolazione dei flussi. Tripoli garantisce l’accesso alle istituzioni finanziarie e ai sussidi, mentre Bengasi offre la gestione territoriale e la profondità strategica garantita dall’alleanza con l’Africa Corps russo (ex Wagner). L’eliminazione di Saif al-Islam è il regalo che le milizie di Tripoli e l’apparato di Bengasi si sono scambiati per blindare lo status quo. Senza un terzo incomodo capace di mobilitare le tribù del Fezzan o i nostalgici del regime, il patto di non belligeranza tra le élite armate diventa ferreo.

In questa nuova geografia del potere, la Libia del 2026 ha smesso di essere uno Stato per farsi corridoio. Il territorio non è più l’oggetto di una contesa di sovranità, ma lo spazio fisico in cui transitano flussi illeciti e risorse strategiche sotto la supervisione di attori esterni che hanno compreso la redditività della frammentazione. Il ruolo dell’Africa Corps è emblematico: Mosca non agisce più come un elemento di disturbo geopolitico classico, ma come il notaio armato del duopolio. È la presenza russa a garantire che la spartizione tra la gestione finanziaria di Tripoli e il controllo territoriale di Bengasi rimanga stabile, fungendo da garante di ultima istanza per un sistema che permette all’oro del Sudan di transitare verso mercati opachi per finanziare la macchina bellica russa in Ucraina e alle armi di rifornire i conflitti subsahariani.

Mentre l’Europa e l’Italia continuano a investire capitali politici ed economici in una stabilizzazione che esiste solo nei comunicati stampa delle cancellerie, il duopolio ha perfezionato la sua natura di fornitore di servizi logistici. Il petrolio fluisce, le coste vengono pattugliate quel tanto che basta per mantenere attivo il ricatto migratorio, e in cambio le élite armate ottengono il silenzio sulla sistematica spoliazione delle risorse statali. La morte della politica libica coincide dunque con la sua trasformazione in una funzione tecnica della sicurezza europea e dell’espansionismo russo: un paradosso dove gli attori che dovrebbero produrre stabilità sono i primi beneficiari dell'instabilità istituzionalizzata.

L’esecuzione di Gheddafi segna dunque il punto di non ritorno. Continuare a chiamare governi le entità che siedono a Tripoli e Bengasi non è più un esercizio di diplomazia, ma un atto di complicità strategica. Il bivio che segnalavo nel 2014 è ormai un reperto archeologico di un’epoca in cui si poteva ancora immaginare una Libia nazione; oggi, ciò che resta è un deserto politico dove l’unica legge vigente è quella del corridoio logistico. Per l’Italia e per l’Europa, il prezzo di questo silenzio non sarà solo la perdita di influenza nel Mediterraneo, ma l’accettazione di un vicino di casa che è diventato una struttura criminale binaria, funzionale a tutto tranne che agli interessi dei suoi cittadini e alla sicurezza dell’Europa e dell’Africa.