La guerra di potere del No contro la separazione delle carriere
Diritto e libertà

Non è vero che la separazione delle carriere assoggetta i magistrati alla politica e mette in pericolo l’indipendenza della magistratura. Al contrario è una premessa tecnica e giuridica necessaria per liberare la magistratura da secondi fini politici e renderla indipendente dalle logiche di potere tossiche delle correnti (alcune delle quali votate a ideologie da stato etico fondamentalista, come magistratura democratica).
Questo sistema di potere corporativo, che ha catturato nei decenni la giustizia italiana, non garantisce affatto l’“indipendenza” dei giudici dagli altri poteri, ma è una delle ragioni per cui il sistema giudiziario italiano è tra i meno giusti e efficienti nelle democrazie occidentali: ciò che dovrebbe essere un servizio organizzato in funzione del fine di accertare le responsabilità di reato e garantire ai cittadini esposti all’accusa un trattamento il meno arbitrario possibile, per evitare errori giudiziari che gli rovinerebbero la vita, e che - proprio per la delicatezza della funzione e gli effetti che gli errori comportano sulla vita delle persone - dovrebbe sanzionare ed espellere con la massima efficienza i magistrati incompetenti e che usano il loro potere per secondi fini di azione politica, è invece strutturato in funzione dell’obiettivo di garantire ai giudici la massima discrezionalità nel gestirlo come un proprio appannaggio feudale, e esentarli da qualsiasi meccanismo serio e efficace di accountability.
Questa non è affatto indipendenza, ma difesa corporativa di uno status autoreferenziale e arbitrario, che vive e prospera sulla pelle dei cittadini. Qualcosa di simile all’appartenenza a una casta sacerdotale, che ha regole proprie e diverse, giustificate in base a una visione fuorviante della sua natura e funzione costituzionale, legata, si direbbe, a una psicologia complottista della realtà, per cui i “mali” del mondo dipendono per definizione sempre da qualche maligno colpevole, a cui dare la caccia con una qualche forma di “santa inquisizione”, e non da problemi oggettivi a cui cercare faticosamente soluzioni. Ben si percepisce, nelle argomentazioni a difesa dello status quo di questi giorni, questa concezione da Stato etico della giustizia. Come ci si può fidare, da cittadini, di un sistema e di una concezione del genere?
La separazione delle carriere e il sorteggio dei membri dei CSM sono soluzioni - certamente non perfette, ma necessarie, e comunque perfettibili - di banale civiltà del diritto, finalizzate a rompere questo sistema autoreferenziale che da anni si è appropriato della giustizia italiana rendendola una catastrofe in termini di inefficienze, distorsioni orribili (come l’uso, sdoganato da tangentopoli in avanti, della custodia cautelare per far “confessare” presunti innocenti, in attesa di giudizio, reso possibile dalla contiguità di fatto dei gip con i pm), ed errori giudiziari, che hanno fatto soffrire terribilmente - rovinandogli la vita - moltissime persone innocenti e le loro famiglie.
D’altronde la natura corporativa di questa magistratura è ben testimoniata dalla reazione scomposta che il suo organo principale di rappresentanza e vari magistrati noti per inchieste politiche, hanno sempre messo in campo con la campagna per il no sul referendum, diffondendo falsità e inesattezze aliene dal merito della norma, oltre a “minacciare” chi vota si, evocando i “mafiosi per definizione favorevoli alla norma” (logica vuole che se i “mafiosi e i delinquenti votano si” chi vota si sia un presunto potenziale mafioso o delinquenti).
Reazione che fa probabilmente orrore a molti loro colleghi, magistrati seri responsabili - per fortuna ce ne sono - e ben consapevoli delle storture del loro sistema, e che scredita più che mai l’affidabilità e la credibilità dell’intera istituzione: difficile fidarsi di qualcuno che dice falsità per interesse di categoria, specie quando ce lo si potrebbe trovare davanti a esercitare su di noi - qualunque cittadino potrebbe trovarsi in quelle circostanze - la delicatissima funzione di giudice.






