Il feticismo della scorciatoia: Washington, Teheran e il tradimento del processo democratico
Diritto e libertà

L’Iran sta attraversando i suoi giorni più drammatici dal 1979. Le operazioni militari che hanno investito il cuore istituzionale di Teheran, colpendo duramente i centri nevralgici del potere e uccidendo Ali Khamenei, hanno prodotto ciò che molti ritenevano impossibile: la decapitazione fisica del vertice della Repubblica Islamica.
Eppure, la risposta del sistema non è stata un collasso immediato, bensì un’accelerazione delle dinamiche politiche e costituzionali che mette a nudo le profonde spaccature interne al regime
Con l’attivazione dell’Articolo 111 della Costituzione si è insediato un Consiglio Direttivo Provvisorio - con Pezeshkian, Mohseni-Eje’i e Alireza Arafi - che funge da paravento di stabilità istituzionale. Sotto questa superficie formale, il potere reale è scivolato nelle mani dei militari, marginalizzando il clero dalla catena di comando operativa e trasformando lo Stato in una giunta di fatto. Nel frattempo, l’Assemblea degli Esperti - garante dell’ortodossia e legittimità religiosa – sarebbe sul punto di nominare Mojtaba Khamenei nuova Guida Suprema.
Si tratta di una manovra difensiva e di arroccamento della vecchia guardia clericale per scongiurare l’estinzione; un compromesso dinastico disperato, volto ad anticipare quel golpe bianco che i settori più pragmatici dei Pasdaran e figure come Ali Larijani stanno già preparando. La successione di Mojtaba non sarebbe un atto di continuità, ma il certificato di morte ideologica della Repubblica Islamica: per sopravvivere alla Storia, il regime è costretto a rinnegare la sua stessa genesi repubblicana, rifugiandosi in un feticismo dinastico che lo rende, agli occhi degli iraniani, indistinguibile da ciò che fu abbattuto cinquant’anni fa. La teocrazia si fa monarchica per disperazione, trasformando l’istituzione del Velayat-e Faqih in un banale diritto di sangue nel tentativo di mantenere le redini di uno stato svuotato.
Mentre Mojtaba rappresenta la linea dura pronta a trascinare l’intero Paese nell’abisso pur di non cedere un pollice di dogma e preservare l’ortodossia, la fazione di Larijani e Pezeshkian punta a una normalizzazione autoritaria: una manovra gattopardesca pronta a sacrificare il misticismo della rivoluzione sull’altare di una stabilità transazionale che possa garantire però la continuità del medesimo apparato repressivo.
Parallelamente, Washington - forse colta di sorpresa dal successo dell’attacco iniziale e dalla repentina decapitazione del regime - sembra affannarsi per capitalizzare il vantaggio tattico. Tra messaggi confusi e spesso contraddittori, Donald Trump tenta di occupare il vuoto di potere a Teheran attraverso una linea comunicativa oscillante. Negli ultimi giorni, le dichiarazioni del Presidente sono passate dalla piena disponibilità al dialogo con la nuova leadership, all’auspicio che i peshmerga curdi intervengano attivamente, sotto la copertura aerea americana, contro il regime.
Trump è arrivato persino a definire Mojtaba Khamenei una figura “troppo debole” - un’affermazione paradossale per colui che è stato il più spietato persecutore dell’opposizione sin dalle proteste della Rivoluzione Verde del 2009 - rivendicando per sé un ruolo attivo nella scelta del nuovo leader iraniano.
Riemerge così una tentazione tipica del regime change neoconservatore: identificare un interlocutore unico, magari un volto telegenico capace di rassicurare mercati e cancellerie, per poi conferirgli un’autorità d’ufficio e imporlo attraverso la forza dei fatti compiuti. È l’equivalente speculare della nomina di Mojtaba. In entrambi i casi, l’illusione è la stessa: credere che la rappresentatività sia una licenza d’esercizio che si rilascia in un ufficio del Pentagono o in un seminario di Qom. È la vana ricerca di una scorciatoia che ignora un fatto fondamentale: la sovranità nazionale nasce dalla lotta sul campo e dal consenso interno, non è una delega che si può ricevere in un salotto.
Solo per limitarci al XXI secolo, la storia del Medio Oriente è un catalogo ininterrotto di fallimenti nati dalla pretesa di confezionare la rappresentatività popolare dall’esterno, nel fresco dell’aria condizionata delle sale conferenze invece che nelle strade e nelle piazze polverose dei comizi.
Lo abbiamo visto in Afghanistan con Hamid Karzai: un’architettura istituzionale rimasta in vita solo grazie al cordone ombelicale dell’assistenza esterna, dissoltasi nell’istante in cui quel supporto è venuto meno. Lo abbiamo visto in Iraq con l’ombra lunga di Ahmed Chalabi, il leader perfetto per i corridoi del Pentagono ma un’entità aliena per la realtà di Baghdad. Ancora più emblematico è il caso della Coalizione Nazionale Siriana (SOC): un organismo riconosciuto come “unico rappresentante legittimo” della Siria da tutta la diplomazia internazionale, ma rimasto tragicamente scollato dalle reti civili che, sul terreno, stavano effettivamente combattendo la dittatura di Assad. La SOC si è ridotta in breve tempo a un club di esuli impegnati in sterili lotte intestine tra gli hotel di Doha e Istanbul, mentre la realtà siriana scivolava nel caos o sotto il controllo di attori radicali.
Quello che l’Occidente non ha capito in Iraq, Afghanistan e Siria ora rischia di ripeterlo in Iran, con le storiche forze dell’opposizione iraniana in esilio - dai sostenitori della monarchia pahlavista ai militanti del MEK – che devono affrontare le stesse prove di realtà. Non si tratta di alimentare vecchie polemiche o di negare il ruolo e il sacrificio di molti loro membri; in quest’ora drammatica, l’unità delle opposizioni è un valore prezioso.
Tuttavia, l’unità non nasce da una delega in bianco a un liberatore che appartiene a un passato sbiadito e che la maggioranza della popolazione - profondamente giovane - non ha mai conosciuto né rimpianto, ma dalla capacità di queste forze di mettersi al servizio di un processo che ha il suo baricentro dentro i confini nazionali.
Mentre ci si interroga su quale volto possa essere il più presentabile nei salotti internazionali, la leadership di domani non va cercata nelle conferenze stampa o nelle piazze della diaspora, ma nelle celle della prigione di Evin e nelle assemblee clandestine dei sindacati operai. Figure come i premi Nobel Narges Mohammadi e Nasrin Sotoudeh, o i leader delle recenti proteste di piazza non stanno costruendo un’immagine: stanno costruendo un’architettura di diritti, pagandone ogni mattone con la propria libertà.
Nelle strade, tra i prigionieri di Evin che sfidano quotidianamente condanne a morte e torture, è nata una nuova soggettività politica che non cerca nuovi padroni, ma cittadinanza. È a questa nazione reale, che ha dimostrato una resilienza eroica di fronte a un massacro durato 47 anni, che l’Occidente deve finalmente guardare con rispetto e fiducia. Scommettere sulla scorciatoia della diaspora o sulla nomina lampo di una Guida Suprema significa, in entrambi i casi, scegliere la via dell’investitura contro la scelta liberale del processo democratico.
Il compito dell’Occidente, dunque, non è quello di costruire un’opposizione iraniana artificiale, ma di fornire gli strumenti perché quella interna non venga sterminata, anche da operazioni di gattopardismo politico. Questa non è una questione di nomi, ma di protezione attiva della resilienza civile. In primo luogo, ciò richiede un investimento massiccio in tecnologie che permettano di rompere l’assedio informativo.
Non bastano i proclami: serve rendere la rete iraniana invulnerabile ai blackout del regime, garantendo che la comunicazione tra i nodi della resistenza resti fluida nonostante la repressione e le operazioni militari. In secondo luogo, bisogna da subito attivare la giurisdizione internazionale per rendere gli architetti della repressione iraniana politicamente radioattivi su scala globale. Trasformare ogni violazione commessa a Teheran in un capo d’accusa concreto a L’Aja significa impedire ai gattopardi del regime - siano essi mullah o Pasdaran - di riciclarsi come interlocutori presentabili in una finta transizione. Infine, è necessaria una diplomazia dei diritti che superi definitivamente la diplomazia dei contratti.
L’Iran non ha bisogno di un nuovo de Gaulle in esilio; ha bisogno che l’Occidente smetta di cercare la scorciatoia e inizi a sostenere chi sta già scrivendo il futuro del Paese sul cemento delle celle di Evin.






