sonno della ragione grande

Ci sono dati, informazioni e, tipicamente, numeri che diventano irrilevanti per l’opinione pubblica non solo perché sono inappropriabili dal punto di vista cognitivo per il lettore o l’utente medio della comunicazione di massa, ma perché sono neutralizzati dal punto di vista ideologico e dunque suonano tragicamente “muti”. I risultati della ricerca presentata venerdì scorso dall’Istituto Superiore della Sanità rappresentano un esempio paradigmatico di questo fenomeno, tanto nel senso dell’irrilevanza quanto della neutralizzazione.

Sono dati sconvolgenti, che confermano i peggiori sospetti sulla debacle non solo del sistema sanitario, ma di un modello di intervento e di difesa (a dire il vero non unicamente italiano) articolato attraverso un sistema di trincee, che sono immediatamente cadute di fronte alla forza del contagio e sono diventate piattaforme di quell’attacco nemico, da cui avrebbero dovuto difenderci.

Lo studio dell’Iss e della Fondazione Bruno Kessler conclude che considerando i casi di aprile (in pieno lockdown) il 55% dei contagi sarebbe avvenuto in strutture sanitarie (RSA, ospedali, ambulatori) il 25% in casa, un 3,5% in altri luoghi di segregazione (comunità religiose, navi, centri di permanenza di immigrati…) e solo il 4% nei luoghi di lavoro…Il che vuol dire che 4 contagi su 5 sarebbero avvenuti in luoghi deputati a contenere/circoscrivere il contagio.

Ma visto che #stateacasa è diventato l’alfa e l’omega del racconto collettivo sulla pandemia, il patto sociale per eccellenza stretto in nome di una comune speranza di salvezza, nonché l’unica “verità” comunicata e ufficializzata non solo dall’informazione, ma anche dalla pubblicità, questi dati non solo non circolano quanto ad esempio quelle dei runner “disobbedienti”, ma non rilevano nei processi collettivi, nelle dinamiche di consenso e nel circuito della responsabilità politica. In una parola, socialmente non esistono.

Lo spirito della nazione è raccolto in preghiera attorno alla virtù salvifica della segregazione e dell’auto-segregazione di massa e quindi non solo non comprende, ma neppure recepisce (perché non ammette) un'informazione che metta in crisi l’unica certezza condivisa, cioè che il rispetto delle prescrizioni sul lockdown avrebbe salvato tutti (e permesso a tutti di salvare gli altri) e anche nella futuribile fase 2 continuerà a rappresentare – più del distanziamento sociale, delle misure di protezione, della riorganizzazione degli spazi e dei tempi di vita – l’arma decisiva contro il contagio.

Una lettura uguale e contraria dei dati forniti dall’Iss porterebbe a concludere – e anche questo sarebbe un bias di conferma – che visto che il lockdown non ha fermato il contagio negli spazi esclusi dal lockdown, allora il lockdown non è servito. Ovviamente anche questo atteggiamento, come quello opposto, riflette una interpretazione ideologica di questi dati, che non dimostrano affatto che il lockdown sia stato inutile a arginare la diffusione del Covid (perché in sua assenza i dati sarebbero stati decisamente peggiori), quanto il fatto che il lockdown non è una soluzione, bensì la condizione per cui le soluzioni approntate possano divenire efficaci.

Il problema è che le soluzioni – riassunte dall’OMS in “test, tracciamento e isolamento” – in Italia non sono state affatto implementate e quasi quarantacinque giorni dopo il primo lockdown delle attività sociali e trentacinque giorni dopo quello della metà delle attività economiche, siamo esattamente al punto di partenza. L’Italia si è fermata e con l’Italia tutti i contagi non ospedalieri e non domiciliari, su cui il lockdown in sé non può nulla. Quindi è razionale attendersi che la ripartenza, rimettendo in circolo una quantità di relazioni sociali oggi interdette, aggravi una situazione che non è affatto “in controllo”.

Detto in altri termini, se la possibilità di tenere il tasso di riproduzione al di sotto di un caso per ogni contagiato comporta la paralisi sine die dell’Italia – o una ripartenza casuistica e labirintica, come quella che emerge dal nuovo DPCM di Conte – anche questa soluzione d’emergenza cessa di essere una soluzione e inizia a diventare un problema, perché come si vede altrove, se il lockdown è stata una misura quasi generalizzata, non esiste alcun Paese che pensi di potere resistere economicamente e socialmente congelato per altre settimane e settimane in attesa che succeda qualcosa, essendo peraltro chiaro – sono poche le cose chiare, ma questa lo è – che la speranza di spegnere il contagio è ormai irrimediabilmente alle nostre spalle e dunque ora si tratta di abituarsi a convivere con esso, fino al vaccino, o fino a quando, per qualche ragione oggi imprevedibile, evolverà in forme più compatibili o scomparirà.

Il paradosso è proprio questo: il lockdown ha funzionato ma non ha funzionato nulla di quello che doveva accompagnare e seguire il lockdown. Quindi descrivere i pericoli che l’Italia ha dinanzi, come ha fatto nuovamente il Presidente del Consiglio, come conseguenze della disobbedienza alle “prescrizioni” del Governo è falso, cento volte, mille volte falso.

In questo quadro la retorica dell’#iostoacasa, oltre a incentivare una domanda politica di protezione e sostegni che diventerà prestissimo insostenibile, finisce per ostacolare una forma razionale di organizzazione della convivenza con il virus, che esige (non richiede: esige), che la gente torni a uscire di casa, a lavorare, a muoversi, a produrre, a consumare e a riavviare la macchina di un Paese che non può pensare di sopravvivere diventando la carcassa di quello che era (e già non era, diciamo, al massimo dell’efficienza).

Il problema è che questi dati che dovrebbero risvegliare l’Italia dal sonno dogmatico della “salvezza via lockdown” rimarranno irrilevanti fino a che non finiranno ingabbiati in un altro framework narrativo vincente e abusato, quello colpevolistico-giudiziario, e anziché interrogativi razionali sull’efficacia del modello di intervento prescelto, l’avvio di indagini a ampio spettro susciterà indignazioni irrazionali contro qualche colpevole designato, pescato dal mazzo della dirigenza politica e sanitaria e esposto al pubblico ludibrio. Anche questa è storia vecchia e tossica, che però a quanto pare siamo destinati a ripetere.

Il lockdown della ragione genera mostri, che poi vivono di vita propria.

@carmelopalma