Quello che segue è il testo del focus tematico sull'olio di palma e sulle problematiche (salute, ambiente) connesse alla sua larga diffusione, che Strade ha redatto e presentato nel convegno del 14 ottobre a Roma, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, organizzato con il magazine Formiche. E' stato un evento molto partecipato, a dimostrazione dell'interesse sull'argomento e del bisogno di informazioni corrette e depurate dai luoghi comuni che le campagne mediatiche contro l'uso di questo ingrediente alimentare stanno diffondendo a piene mani, come testimoniano anche alcune bislacche (per usare un eufemismo) interpretazioni giornalistiche del convegno, e alcune reazioni politiche decisamente sopra le righe. Il focus che oggi pubblichiamo può aiutare a comprendere quale sia la nostra posizione sull'argomento. Ci ha fatto molto piacere la partecipazione di Danielle Morley, portavoce per l'Europa della Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), l'organizzazione internazionale (c'è il WWF tra i fondatori) che si occupa della certificazione della sostenibilità ambientale della filiera dell'olio di palma, che ha confermato la validità del nostro approccio: "il problema non è l'olio di palma in sé, ma le modalità con cui veniva prodotto convenzionalmente", ha detto nel suo intervento. Dalla sua demonizzazione acritica non può venire nulla di buono. 

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Olio di palma: le ragioni del suo successo

La palma da olio (Elaeis guineensis) è originaria dell’Africa equatoriale e viene coltivata in tutte le regioni equatoriali del pianeta. L’olio estratto dalla spremitura dei suoi frutti è uno degli elementi base dell’alimentazione di molte popolazioni, dall’Africa al Sudamerica al Sud-Est asiatico. Oggi l’olio di palma contribuisce per il 40% al totale di 169 milioni di tonnellate di olio vegetale prodotto nel mondo, e trova larghissimo impiego nell’industria alimentare e in quella cosmetica. La palma da olio è coltivata in 17 paesi, ma la Malesia e l’Indonesia producono da sole l’89% del totale globale. I maggiori importatori di olio di palma sono Cina, India e Unione Europea, che insieme coprono il 50% delle importazioni. Il paese maggior consumatore è l’Indonesia. La coltivazione dell’olio di palma fornisce sostentamento a 4,5 milioni di persone ed è praticata per il 40% da piccoli agricoltori.

Il successo dell’olio di palma nell’industria alimentare ha diverse ragioni. Il prezzo, innanzitutto, molto competitivo rispetto alle alternative, ma anche le sue caratteristiche organolettiche. Essendo costituito principalmente da grassi saturi (palmitico, stearico e laurico), esso si presenta naturalmente allo stato solido e semisolido, come il burro. Questa caratteristica è fondamentale per la preparazione di prodotti da forno. A differenza degli altri oli vegetali, non ha quindi bisogno di essere portato alla stato solido (margarina) mediante idrogenazione. È insapore, non si sovrappone quindi al gusto del prodotto finito, e ha un ottimo livello di conservabilità che lo preserva dall’irrancidimento tipico del burro.

Il successo commerciale dell’olio di palma ha aperto delle questioni importanti sulla sostenibilità ambientale della sua filiera produttiva e sui diritti delle popolazioni dei paesi produttori. Nel 2004 è stato costituito il RSPO (Roundtable of Sustainable Palm Oil) al fine di promuovere la diffusione globale di olio di palma prodotto secondo standard etici e ambientali condivisi. Nel board di RSPO sono rappresentate tutte le categorie interessate alla produzione e al commercio di olio di palma, dai coltivatori, ai trasformatori, alle ONG impegnate nella salvaguardia ambientale, come il WWF.

 

La campagna italiana contro l’olio di palma e le risoluzioni parlamentari del PD e del M5S

La campagna contro l’olio di palma è stata diffusa in Italia dal magazine Il Fatto Alimentare, attraverso una raccolta di firme lanciata lo scorso autunno che ha avuto da subito molto successo. In particolare la petizione “chiede al Ministero della Salute e agli enti pubblici di disporre l'esclusione dalle pubbliche forniture di alimenti che contengano olio di palma”. Questa clausola dovrebbe essere inserita “in tutti i capitolati di appalto per l'approvvigionamento delle mense scolastiche, ospedaliere e aziendali, nonché dei distributori automatici collocati in scuole e pubblici edifici”.

Gli estensori della petizione chiedono anche, tra le altre cose, “ai supermercati di escludere dalle forniture dei prodotti con il loro marchio (private label) l’olio di palma” e “alle industrie agroalimentari di impegnarsi a riformulare i prodotti senza l’utilizzo di olio di palma”.

Le richieste espresse in questa raccolta di firme sono state riprese e formalizzate nella risoluzione parlamentare 7/00537 presentata il 28/11/2014 da 11 deputati del Movimento 5 Stelle (primo firmatario Matteo Mantero), mentre un’altra risoluzione (7/00604 del 18/02/2015) a firma di Colomba Mongiello e di altri 19 deputati del Partito Democratico chiede al governo di "adottare le occorrenti iniziative affinché, nei limiti delle proprie competenze e dei vincoli e dei poteri previsti in tale ambito, già nell'immediato si possa dare riscontro alle richieste avanzate dalla petizione promossa dal Fatto Alimentare e Great Italian Food Trade sul contrasto all'utilizzo dell'olio di palma ottenuto in maniera non sostenibile” e di “attivarsi presso le competenti sedi dell'Unione Europea affinché anche per il settore della produzione agroalimentare dell'Unione Europea, come già avviene per il settore delle fonti energetiche rinnovabili, l'ordinamento europeo preveda misure di contrasto o di divieto all'utilizzo dell'olio di palma la cui produzione sia ottenuta secondo modalità non sostenibili o, ad ogni modo, sia causa di impatti negativi sull'ambiente, sulla biodiversità e sulle risorse rare o a rischio di sopravvivenza”.

Alla campagna contro l’olio di palma è stato dedicato molto spazio da parte di giornali e televisione, attraverso servizi che nella maggior parte dei casi sposavano acriticamente le ragioni di chi si oppone alla diffusione di questo ingrediente. Si ricordi tra tutti il servizio della trasmissione televisiva Report del 3 maggio 2015, piena di grossolani errori e omissioni circa le caratteristiche nutrizionali dell’olio di palma e l’impatto ambientale della coltivazione della palma da olio. In poco tempo l’olio di palma è diventato, per il grande pubblico, sinonimo di devastazioni ambientali dell’ecosistema forestale del Sud Est asiatico e di gravi danni per la salute che sarebbero provocati dal suo consumo.

La campagna mediatica contro l’olio di palma si concentra su due aspetti che meritano di essere trattati distintamente: la questione medico-scientifica e quella ambientale.

 

Caratteristiche nutrizionali: fa male?

Chiedere che i prodotti contenenti olio di palma vengano banditi dalle mense scolastiche, ospedaliere e aziendali pubbliche significa sostanzialmente chiedere che le autorità dichiarino l’olio di palma dannoso per la salute. Significa chiedere che il pubblico più attento alle caratteristiche nutrizionali degli alimenti e al loro impatto sulla salute, come i genitori degli studenti delle scuole pubbliche e i pazienti degli ospedali, riceva una informazione ben precisa - l’olio di palma fa male.

È lecito attendersi che decisioni di questo tipo vengano prese solo dopo un attento e rigoroso esame dei dati e delle evidenze scientifiche a disposizione. Decretare il bando - benché limitato ai servizi di catering della pubblica amministrazione - di uno specifico ingrediente sulla base di informazioni fumose, non attendibili e non verificate costituirebbe un precedente molto grave, in base al quale chiunque, per le ragioni più disparate, potrebbe chiedere e ottenere una restrizione all’uso e al commercio di un bene o di un servizio. Basterebbe un grimaldello “mediatico” sufficientemente seducente per l’opinione pubblica.

L’olio di palma è un grasso saturo, e in quanto tale andrebbe trattato alla stregua degli altri grassi saturi, come il burro. Non c’è dubbio sul fatto che i grassi saturi non debbano costituire una parte preponderante della nostra alimentazione, e che anzi vadano consumati con moderazione nell’ambito di una dieta bilanciata, ma l’olio di palma non presenta, alla luce di una sistematica revisione della letteratura scientifica disponibile sull’argomento, un profilo di rischio maggiore rispetto agli altri grassi saturi. Invece risulta essere privo dei cosiddetti “acidi grassi trans” (trans fatty acids), frutto del processo di idrogenazione necessario a trasformare gli altri oli vegetali in margarine adatte all’uso industriale. L’impiego dei grassi idrogenati ha subito recentemente, in tutto il mondo, delle forti restrizioni proprio a causa del loro collegamento, ampiamente documentato, con l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari, infertilità, endometriosi, calcoli biliari, morbo di Alzheimer, diabete e alcuni tipi di cancro.

Quindi l’olio di palma presenta un profilo di rischio decisamente più basso delle sue principali alternative vegetali (oli vegetali idrogenati) e sostanzialmente equivalente a quello del burro. Non sussistono, perciò, i presupposti per chiedere una limitazione del suo impiego in qualsiasi campo, a meno che non si chieda, e non è questo il caso, di limitare l’impiego di tutti i grassi saturi. Una campagna contro il solo olio di palma, che chiede addirittura alle aziende la sua sostituzione con il burro, sembra essere decisamente infondata dal punto di vista scientifico.

 

L’impatto ambientale della coltivazione della palma da olio

Per quanto riguarda l’impatto ambientale della coltivazione della palma da olio, il discorso è più complesso, e non possiamo dare risposte categoriche come quelle che la letteratura scientifica ci consente di dare sulle questioni mediche. La palma da olio viene coltivata intensivamente in vaste aree del Sud-Est asiatico, principalmente in Malesia e Indonesia, e spesso le piantagioni di palma prendono il posto di ampie porzioni di foresta pluviale. La questione della deforestazione massiccia ci riguarda tutti, dal momento che ha conseguenze dirette sulla salute del Pianeta e sull’equilibrio dei suoi ecosistemi, ben oltre le aree interessate dallo sfruttamento intensivo. Ma per comprendere se la coltivazione della palma da olio sia sostenibile o meno a livello ambientale è necessario ampliare l’angolo di osservazione alle alternative commerciali dell’olio di palma, e chiedersi se queste siano più o meno sostenibili. È necessario inoltre conoscere il fenomeno dello sfruttamento delle risorse forestali e la sua storia per individuare delle contromisure efficaci e non suggerite da una conoscenza parziale e confusa del problema.

In primo luogo dovremmo chiederci se la contrazione, indotta in Occidente da eventuali misure di tipo protezionistico, della domanda globale di olio di palma comporterebbe una riduzione del fenomeno dell’abbattimento delle foreste. La risposta che possiamo dare è senz’altro negativa. Sono molte le ragioni che spingono importanti paesi in via di sviluppo, molto popolosi e in forte crescita economica, a considerare le foreste una risorsa economica da sfruttare. In primo luogo le foreste vengono abbattute per il legname, e solo in un secondo momento le aree in questione vengono messe a coltura; le colture che rimpiazzano le foreste sono molte, in ogni parte del pianeta, e non si limitano certo alla sola palma. In Brasile, ad esempio, le foreste vengono per lo più sostituite da piantagioni di soia.

A questo punto è necessario interrogarsi sulla sostenibilità ambientale delle alternative commerciali dell’olio di palma. La tabella che segue indica la produttività per acro dell’olio di palma e delle sue alternative. Si vede chiaramente come la palma da olio sia la coltura più produttiva, e non certo per pochi decimali: per produrre la stessa quantità di olio che la palma produce in un solo acro di terreno, la colza e l’olivo hanno bisogno di 5 acri, l’arachide 5,5, il girasole 6,2 e la soia, che compete con la palma non solo nell’industria ma anche negli areali di produzione, ha bisogno di ben 13 acri di terreno coltivabile. Ridurre la domanda di olio di palma porterebbe all’aumento conseguente della domanda delle sue alternative commerciali, e quindi di terra coltivabile da sottrarre agli ecosistemi naturali, foreste comprese.

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Di più, è necessario ricordare che la palma è una coltura arborea, la cui capacità di cattura del carbonio non è senz’altro paragonabile a quella della foresta pluviale, ma è comunque molto superiore a tutte le altre colture erbacee: se il posto delle palme fosse preso dalla soia avremmo più emissioni climalteranti. Inoltre la sua coltivazione necessita di molti meno input produttivi: combustibili fossili (non va riseminata ogni anno), acqua e pesticidi.

Anche l’obiezione secondo la quale la coltivazione della palma da olio condurrebbe a una drastica sostituzione di sistemi produttivi agricoli di sussistenza con modelli produttivi orientati al profitto non sembra essere sensata. Non siamo in grado di determinare quale sistema produttivo sia migliore di altri. “Migliore” in base a cosa? L’uscita da un sistema economico fondato sull’agricoltura di sussistenza ha coinciso, in Occidente, con un miglioramento consistente e generalizzato delle condizioni di vita della popolazione, dal reddito disponibile all’aspettativa di vita. Un miglioramento che oggi viene sperimentato in Malesia e Indonesia anche grazie alla coltivazione della palma. In quest’ottica, cercare di precludere ad altri, per ragioni ideologiche, un modello di sviluppo dei cui benefici oggi godiamo a piene mani sembra essere una scelta eticamente molto discutibile. È necessario vigilare sugli abusi dei diritti di proprietà e sulle condizioni di lavoro nella filiera produttiva, così come sottolineano i rapporti del RSPO. Ma questo non è, con tutta evidenza, un problema che riguarda la palma da olio in quanto tale: se al suo posto si coltivassero altre materie prime agricole, dovremmo prestare al problema la stessa attenzione.

Sicuramente è necessario implementare i sistemi di certificazione come il RSPO e rafforzarne l’efficacia, nell’ottica di ottenere una filiera dell’olio di palma improntata alla sostenibilità ambientale e alla tutela dei diritti delle popolazioni locali e dei lavoratori, con il consenso e la partecipazione attiva dei governi interessati. Il governo Malese, ad esempio, ha assunto - e finora mantenuto - l’impegno a conservare la copertura forestale sul 50% dell’intera superficie nazionale. Ad oggi la produzione di olio di palma certificato è ancora una porzione troppo piccola del totale - circa un ottavo - ed è necessario che questa percentuale cresca. In questo senso si muovono la risoluzione parlamentare presentata da Monchiero, Capua e Vargiu di Svelta Civica e quella presentata da Dorina Bianchi (NCD)

 

Conclusioni

Sulla base della letteratura scientifica a nostra disposizione, l’olio di palma presenta un profilo di rischio analogo a quello degli altri grassi saturi, come il burro, e un profilo di rischio inferiore a quello delle sue alternative vegetali (oli vegetali idrogenati). Dal punto di vista dell’impatto ambientale, la coltivazione della palma da olio risulta più sostenibile delle colture alternative. Inoltre, una contrazione della domanda di olio di palma non condurrebbe alla fine dell’abbattimento delle foreste, che continuerebbe per lo sfruttamento del legname e per fare spazio a colture alternative. Non sussistono quindi ragioni per pretendere limitazioni al commercio e all’impiego di olio di palma. Piuttosto è necessario vigilare, attraverso il rafforzamento e l’implementazione di sistemi di certificazione di sostenibilità come il RSPO, sulla salvaguardia della biodiversità nelle regioni di produzione, sulla tutela dei diritti delle popolazioni locali, a cominciare da quelli di proprietà, e sulle condizioni di lavoro nella filiera produttiva.