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La notizia del giorno è lo strappo drammatico in Commissione di Vigilanza Rai: il 2 luglio 2026, tutte le forze di opposizione si sono dimesse in blocco da un organo parlamentare da mesi paralizzato dai veti incrociati della maggioranza sull’elezione del Presidente della Rai. Davanti a questa deriva, la segretaria del PD Elly Schlein ha tuonato: “Noi insistiamo da tre anni: Meloni sarà l’ultima Presidente del Consiglio a lottizzare la RAI”, evocando la necessità di applicare finalmente il Regolamento europeo Media Freedom Act (EMFA) per una governance indipendente dai partiti.

Viene da dire: benvenuta, Elly. Meglio tardi che mai. Tuttavia, la memoria storica – quella che in questo Paese si tende a cancellare a ogni cambio di legislatura – ci impone di fare chiarezza. Perché se oggi concordiamo pienamente sull'urgenza di applicare l'EMFA per liberare l’informazione pubblica, non possiamo non denunciare l’ipocrisia di chi oggi si scopre "paladino dell'indipendenza" solo perché siede sui banchi della minoranza.

Schlein dice che il PD insiste da tre anni. I radicali lo dicono dagli anni settanta. E alla segretaria del PD va ricordato che il suo principale alleato di oggi, Giuseppe Conte, quando era a Palazzo Chigi alla guida del governo gialloverde, lottizzò la Rai senza alcun pudore, piazzando Marcello Foa alla presidenza (noto divulgatore di fake news e teorie del complotto) e nominando ai vertici del Tg1 e del Tg2 persone vicine al Movimento 5 Stelle.

La verità che nessuno ha il coraggio di dire è che la politicizzazione della Rai non è mai stata un incidente di percorso, un abuso accidentale. È stata sempre e per qualunque maggioranza la legge, il principio costitutivo di tutti i modelli di governance dal dopoguerra a oggi. Dal DPR del 1952 fino alla legge Gasparri del 2004, passando per la legge Mammì, il meccanismo è sempre stato lo stesso: assegnare alla maggioranza di turno il controllo dell'organo di amministrazione, e di conseguenza le direzioni di reti e testate.

Persino la cosiddetta "grande riforma" del 1975 (la legge 103), che istituì proprio la Commissione di Vigilanza da cui oggi le opposizioni scappano, nacque sotto l’illusione parlamentare del pluralismo per trasformarsi subito nel manuale Cencelli della spartizione.

Allora, le pagine dell’Unità criticavano la “logica inaccettabile di lottizzazione”, ma bastò far nascere Rai3 nel 1979 e garantire uno spazio al Partito Comunista e ai partiti minori perché gli animi si placassero e il compromesso partitocratico venisse siglato.

In pochissimi rimanemmo a denunciare quel monopolio. Rimasero i radicali di Marco Pannella, che già nel 1966 si incatenavano in Via del Babbuino contro il blackout informativo sul divorzio. Furono Pannella, Emma Bonino, Mauro Mellini e Gianfranco Spadaccia, a presentarsi imbavagliati in diretta TV nel 1978 per protestare contro l'asfissia censoria sui referendum. Furono i radicali ad analizzare scientificamente i palinsesti grazie ai dati del "Centro d'ascolto" depositati in Vigilanza da Adelaide Aglietta negli anni '80, che dimostravano l'esclusione sistematica di ogni voce scomoda. Fu il radicale Marco Taradash, da Presidente della Vigilanza nel 1994, a denunciare alla Procura l'“occupazione militare della Rai”. Nel 1995 ci fu il referendum abrogativo per chiedere la privatizzazione della Rai, forti del voto del 55% degli italiani che volevano recidere il cordone tra Stato e TV: un voto che la partitocrazia ha colpevolmente ignorato.

Fino ad arrivare al peccato originale più recente: la legge 220 del 2015, firmata dal governo Renzi (allora PD). Quella riforma ridusse i membri del CdA ma blindò di fatto il potere editoriale e finanziario nelle mani del Governo e della maggioranza parlamentare. Se oggi "TeleMeloni" può agire indisturbata ed esercitare un controllo asfissiante sul servizio pubblico, è solo perché utilizza le regole scritte dal centrosinistra undici anni fa. È la "lottizzazione perfetta", un accordo tacito in cui chi vince prende tutto, sperando che l'altro, domani, faccia lo stesso.

Oggi, però, lo stallo istituzionale sulla Presidenza della Vigilanza e sul rinnovo dei vertici espone l'Italia a una vergogna internazionale. Il regolamento europeo European Media Freedom Act (EMFA) è entrato in vigore e il termine ultimo per adeguare la governance della Rai ai suoi principi di indipendenza, trasparenza e non ingerenza editoriale è scaduto nell’agosto del 2025.

Cosa ha fatto la maggioranza in questo anno abbondante di ritardo? Nulla. Lo scorso aprile ha persino respinto alla Camera una risoluzione delle opposizioni che chiedeva l'applicazione dell'EMFA. Il risultato? L'Italia calpesta il diritto comunitario e rischia sanzioni economiche devastanti che, ironia della sorte, non pagheranno i partiti, ma i cittadini attraverso la spesa pubblica.

Il blocco della Commissione di Vigilanza e le dimissioni dell'opposizione sono l'atto finale di un sistema al collasso. Ma non basta un Aventino parlamentare se questo è fatto solo per fare un’opposizione mediatica al governo.

La battaglia per un’informazione libera è nucleo fondativo della democrazia e dello Stato di Diritto, è una battaglia legata alla tutela delle minoranze e al rifiuto del pensiero unico. I partiti italiani, storicamente, hanno usato la RAI per creare consenso attorno alle grandi culture di massa (quella cattolica della DC, quella comunista del PCI, e più tardi il bipolarismo centrodestra-centrosinistra). Questo ha creato nel tempo un sistema "unanimista", dove le questioni che rompevano gli equilibri venivano silenziate.

La televisione è il più potente strumento di conformismo sociale mai inventato, se il potere politico la controlla ha il potere di decidere di cosa la società può parlare e di cosa non deve sapere.

La partitocrazia ha occupato l'informazione pubblica dagli anni settanta. Oggi l'Europa ci offre lo strumento giuridico per liberarla. Noi radicali ci siamo, come sempre, dal 1966. Resta da vedere se gli altri vogliono davvero rinunciare al potere di lottizzare o se stanno solo aspettando il loro turno per farlo di nuovo.