Vittorie tattiche e sconfitte strategiche. Il bilancio delle guerre di Trump e Netanyahu
Istituzioni ed economia

Se Trump e Netanyahu fossero riusciti a far crollare il regime degli Ayatollah e i loro proxy terroristi in Libano (Hezbollah), Palestina (Hamas), Yemen (Houthi, anche se il nome corretto è Ansar Allah) e altrove in Medio Oriente, ne avrebbero beneficiato gli iraniani, i palestinesi, i libanesi, gli yemeniti, e tutti i paesi del Golfo.
Purtroppo, la brillantezza tattica delle operazioni in Libano e in Iran è stata inutile. Come è stato poco utile finora l'intervento nella Striscia di Gaza dopo il pogrom del 7 ottobre organizzato da Hamas.
Quello che mancava è una strategia per vincere, cioè per sconfiggere il nemico. Spesso si confonde una vittoria tattica con la vera vittoria. Gli USA non hanno mai perso contro i vietcong o i talebani, tatticamente, ma non hanno creato un sistema politico alternativo funzionante, e quindi appena si sono stancati di sprecare vite e risorse nel tenere in piedi uno status quo insostenibile, hanno perso la guerra. Quello che mancava era una visione di un futuro politicamente sostenibile, se possibile; o in alternativa la consapevolezza che non poteva esserci un futuro sostenibile e quindi non valesse la pena combattere.
La differenza con la Seconda Guerra Mondiale o la Guerra Fredda è palese: la vittoria americana nel 1945 è stata la democrazia nei paesi dell’Asse, altrimenti sarebbe presto tornato un altro Hitler; la vittoria americana nella Guerra Fredda è stata l’ingresso nella NATO e nell’UE delle neonate democrazie dell’Est europeo, che altrimenti sarebbero state fagocitate nuovamente dall’imperialismo russo.
Cosa è mancato, e manca tuttora, negli interventi in Iran, in Libano, e a Gaza? Una visione strategica, una visione del futuro dopo la vittoria militare, un modo per trasformare la supremazia militare in un cambiamento politico duraturo. Cercare di misurare la vittoria in termini di numero di sortite, numero di obiettivi distrutti, perdite inflitte in termini di miliardi di dollari o combattenti uccisi è inutile. Non è così che si vince una guerra.
A Gaza è mancata una governance alternativa ad Hamas. Senza un'alternativa allo status quo, non è possibile sostituire il regime di Hamas: il vuoto di potere viene riempito sempre da qualcuno. Ma un'alternativa è stata esplicitamente esclusa da Netanyahu ("non voglio passare da Hamasland a Fatahland"), quindi i successi tattici contro Hamas non potevano portare ad una vittoria strategica. Hamas rimane saldamente al potere su metà del territorio e su quasi tutta la popolazione della Striscia.
La situazione è di stallo, e forse era quello l’obiettivo di Netanyahu: non vincere la guerra contro Hamas, ma tenerla al potere in quanto primo ostacolo al processo di pace. D’altra parte, è anche difficile immaginare come rimuovere Hamas: mentre l’ISIS si era imposta con la forza, Hamas è andata al potere col consenso degli abitanti di Gaza.
Sebbene sia nell’interesse dei palestinesi rimuovere Hamas, non è detto che vogliano farlo, e senza la loro collaborazione non è possibile costruire un’alternativa. In questo caso si può solo minimizzare i danni, fortificando i confini e pattugliandoli in continuazione per prevenire attacchi. Che poi è quello che l’Europa dovrà fare verso la Russia, non essendo possibile una relazione costruttiva con il bellicoso vicino.
In Libano manca uno Stato libanese funzionante, in grado di controllare il territorio: manca il monopolio dell’uso della forza che caratterizza uno Stato. Tecnicamente, il Libano è uno Stato fallito: un territorio in cui organizzazioni pre-statuali si contendono il potere. I libanesi non sono in grado di liberarsi da Hezbollah, che lancia missili contro Israele e quindi giustifica l'intervento militare israeliano. L'Unifil ha optato per il silenzio-assenso per non dover combattere Hamas, rivelandosi inutile ormai da decenni. Gli interventi militari israeliani sono sempre stati inefficaci per mancanza di strategia: indebolire Hezbollah crea un vuoto di potere che le istituzioni libanesi non sanno riempire, e che viene riempito nuovamente da Hezbollah alla fine dell’intervento.
Occorre dunque creare uno Stato libanese funzionante in grado di sconfiggere Hezbollah. USA e Israele (se contassero qualcosa, anche i paesi europei) possono fornire armi, intelligence, addestramento, ma non possono dare ai libanesi la volontà e la capacità politica di creare uno Stato funzionante che controlli il territorio del Libano e reprima i movimenti fondamentalisti. I successi militari israeliani sono puramente tattici e non produrranno alcun cambiamento: sono necessari, ma non sufficienti. Ridurre l’influenza iraniana e rafforzare le istituzioni libanesi è necessario, ma creare uno Stato libanese in grado di controllare il territorio e firmare un accordo con Israele spetta ai libanesi, pur con l’aiuto della comunità internazionale.
Sull’intervento in Iran stendiamo un velo pietoso. Migliaia di obiettivi colpiti, una superiorità aerea e militare schiacciante. Il tutto per cosa? Per nulla, perché mancava una strategia. Mere operazioni aeree non possono destabilizzare un regime, soprattutto quando ha avuto mesi di tempo per uccidere decine di migliaia di oppositori. Operazioni via terra, come quelle costosissime e fallimentari in Iraq e Afghanistan erano da escludere, per fortuna, quindi si è preferita un’operazione molto meno costosa ma altrettanto fallimentare. Ma senza una strategia la guerra non doveva nemmeno iniziare, perché si sapeva già che sarebbe finita in una farsa.
Eliminare gli Ayatollah forse è possibile, ma prima è necessario pensare ad un piano realistico, e poi passare all'azione: servono truppe a terra, e possono mettercele in quantità sufficiente solo gli iraniani stessi: ma la transizione dalla futile e masochistica protesta non-violenta verso una guerra di liberazione contro il regime va preparata. Per liberare l’Iran dagli Ayatollah, e il Medio Oriente dal terrorismo islamico che il regime alimenta, servono leadership competenti, lungimiranti, in grado di comprendere la differenza tra tattica e strategia, tra breve termine e lungo termine, tra azione militare e azione politica. O forse liberarsene non è possibile, perché gli strumenti militari e politici hanno sempre un'efficacia finita, e un costo.
Non sappiamo quindi se il mondo riuscirà a liberarsi del totalitarismo khomeinista, anche se vale la pena provare ad immaginare come liberarsene per il bene di tutti, soprattutto degli iraniani stessi. Quello che sappiamo è che finora non c'è stato nessun piano realistico per riuscirci, e che senza un piano strategico non c’è possibilità di vittoria, indipendentemente dalla superiorità militare e dalle vittorie tattiche.
Un piano per sconfiggere il totalitarismo khomeinista deve affrontare molte questioni contemporaneamente, da chi mette i “boots on the ground” a come proteggere i rifornimenti di gas e petrolio, e sperare in “una spallata e via” come è stato fatto finora è stata la ciliegina sulla torta di un’Amministrazione che ha fatto dell’inaffidabilità, dell’incompetenza e dell’ottusità il suo tratto distintivo.






