Autonomi, il fisco smentisce la propaganda
Istituzioni ed economia

Il pregiudizio fiscale contro il lavoro autonomo è diventato una delle convinzioni più resistenti del dibattito pubblico italiano. Ogni volta che si parla di tasse, riemerge la stessa divisione morale: da una parte chi avrebbe il prelievo alla fonte e sosterrebbe da solo lo Stato; dall’altra commercianti, artigiani, professionisti e piccoli imprenditori, presentati come una massa indistinta di evasori. È una narrazione politicamente utile, perché consente al potere di dividere i contribuenti e di evitare la domanda essenziale: quanto prende complessivamente lo Stato e quale danno produce un prelievo tanto elevato?
La ricerca diffusa alla fine del mese scorso dalla CGIA di Mestre, elaborata su dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, impone di rovesciare la prospettiva. I contribuenti Irpef considerati sono 42,57 milioni. I dipendenti, 23,8 milioni, rappresentano il 56 per cento del totale e versano il 53 per cento del gettito; i pensionati sono il 34 per cento e concorrono per il 31 per cento. Imprenditori e lavoratori autonomi costituiscono appena l’8 per cento dei contribuenti, eppure assicurano il 14 per cento dell’imposta netta: 27,4 miliardi di euro.
Il peso complessivo di dipendenti e pensionati è maggiore perché essi sono nove contribuenti su dieci, non perché ogni singolo appartenente a queste categorie versi più di una partita Iva. Il confronto deve essere letto con correttezza. Non significa che, a parità di reddito, l’autonomo subisca un’aliquota doppia. Significa che l’imposta media effettivamente versata per contribuente è quasi doppia. La differenza dipende anche dai redditi medi dichiarati, più elevati tra chi esercita un’attività economica o professionale. Questo chiarimento, tuttavia, non attenua la portata politica del dato. Se gli autonomi dichiarano redditi maggiori e pagano imposte maggiori, viene meno la tesi secondo cui sarebbero una categoria strutturalmente sottratta al finanziamento della spesa pubblica.
La scomposizione è ancora più eloquente. I liberi professionisti versano mediamente 21.528 euro di Irpef; artigiani, commercianti e piccoli imprenditori 5.959 euro; soci di società di persone e titolari di redditi di partecipazione 5.616 euro. Anche le ultime due cifre superano la media dei dipendenti e dei pensionati. Si tratta, inoltre, di persone che affrontano direttamente il rischio dell’attività, anticipano costi, sopportano obblighi amministrativi e dipendono da incassi che lo Stato considera spesso come se fossero certi, regolari e immediati.
Le dichiarazioni presentate nel 2025, relative al 2024, mostrano un reddito medio nazionale di 24.250 euro per i dipendenti, 22.390 per i pensionati, 69.760 per il lavoro autonomo, 78.950 per le imprese in contabilità ordinaria e 32.940 per quelle in contabilità semplificata. Proprio quest’ultima categoria, composta da realtà di dimensioni contenute, dichiara in media il 35,8 per cento in più dei lavoratori dipendenti. Il divario varia tra i territori, ma resta positivo in tutte le aree considerate, dal più 11,2 per cento del Molise al più 65 per cento della Provincia autonoma di Trento.
Questi numeri non assolvono chi evade. L’evasione viola le regole, altera la concorrenza e trasferisce il peso su chi paga. Usarla come marchio collettivo contro milioni di persone è però un’operazione intellettualmente disonesta. Nessuna categoria può essere giudicata sulla base dei comportamenti illegali di una parte dei suoi componenti. Seguendo lo stesso criterio, qualunque gruppo sociale potrebbe essere trasformato in un bersaglio fiscale permanente.
La differenza più importante riguarda la percezione del prelievo. Il dipendente riceve il reddito dopo che il sostituto d’imposta ha già trattenuto quanto destinato all’erario. L’autonomo incassa, calcola e versa direttamente, avvertendo con maggiore immediatezza l’entità della sottrazione. Il meccanismo della ritenuta garantisce allo Stato entrate regolari, ma rende meno visibile il costo reale dell’apparato pubblico. Una democrazia adulta dovrebbe fare l’opposto: mostrare con chiarezza quanto ogni cittadino produce, quanto paga e quanto gli rimane.
La provocazione della medesima CGIA sull’abolizione del sostituto d’imposta coglie dunque un punto decisivo. Una riforma simile richiederebbe semplificazioni radicali e non potrebbe trasformarsi in un nuovo labirinto burocratico. Il suo significato culturale resta valido: chi versa personalmente le imposte comprende meglio il prezzo dello Stato e diventa meno disponibile ad accettare nuove spese presentate come gratuite.
Il problema italiano non consiste nello stabilire quale categoria debba essere spremuta di più. La vera anomalia è un ordinamento che considera il contribuente una risorsa da dividere, classificare e prelevare, invece di riconoscere nel reddito il risultato del lavoro, del risparmio, dell’iniziativa e del rischio. Alimentare lo scontro tra dipendenti e autonomi serve soltanto a nascondere il comune interesse di entrambi: trattenere una quota più ampia di ciò che producono.
I numeri della CGIA demoliscono una leggenda, ma suggeriscono soprattutto una direzione. Occorrono meno aliquote, regole comprensibili, adempimenti ridotti, certezza dei rapporti con l’amministrazione e una diminuzione strutturale della spesa. Un fisco rispettoso delle persone non cerca nuovi colpevoli da esibire. Limita le proprie pretese e restituisce spazio a chi lavora, investe, assume e crea ricchezza. La libertà economica comincia da qui: dal principio elementare secondo cui il frutto dell’attività appartiene anzitutto a chi lo ha prodotto, e solo entro limiti rigorosi può essere sottratto dal potere pubblico.






