global justice report grande

Un articolo del The Guardian con il titolo Wealth taxes key to saving the planet, says report rilancia il Rapporto sulla giustizia globale del World Inequality Lab, centro di ricerca internazionale dedicato allo studio delle disuguaglianze economiche, presentandolo come una grande visione per salvare il pianeta. Ma dietro il linguaggio della salvezza si intravede una vecchia ambizione: trasformare ogni crisi in un’occasione per aumentare il potere politico sulla proprietà, sul lavoro, sui consumi, sugli investimenti e perfino sulle abitudini alimentari.

Il copione è noto. Prima si annuncia una catastrofe. Poi si sostiene che libertà individuale, mercato e proprietà privata non bastino. Infine, si propone una nuova architettura mondiale fatta di fondi globali, patrimoniali, redistribuzione, riduzione dell’orario di lavoro e indirizzo pubblico degli investimenti. La conclusione è sempre la stessa: il cittadino deve cedere sovranità sulla propria vita perché esperti, governi e organismi sovranazionali possano decidere al suo posto.

Il rapporto propone pesanti tasse patrimoniali sui miliardari, meno lavoro, meno carne rossa e uno spostamento degli investimenti dall’industria e dall’attività mineraria verso istruzione e sanità. L’obiettivo dichiarato è seducente: redditi raddoppiati per quasi tutti entro il 2100, disuguaglianze ridotte, riscaldamento sotto i due gradi, pianeta salvo. Ebbene, ogni progetto di ingegneria sociale comincia così: promettendo armonia, abbondanza e sicurezza. Solo dopo presenta il conto: più tasse, più vincoli, meno libertà.

Il punto decisivo è la patrimoniale. Non si colpisce un reddito prodotto, investe invece la ricchezza posseduta. È una delle forme più invasive di imposizione perché contiene un messaggio brutale: ciò che hai costruito, risparmiato, investito o ereditato non ti appartiene mai davvero. È soltanto tollerato finché il potere non decide che debba essere prelevato e destinato a scopi superiori.

Naturalmente si comincia dai miliardari. È la tecnica retorica più comoda. Il super-ricco viene trasformato in simbolo di egoismo, spreco e colpa climatica. Ma le imposte nate per pochissimi raramente restano confinate a pochissimi. Le soglie scendono, le basi imponibili si allargano, le emergenze diventano permanenti. Oggi si tassa il miliardario per salvare il pianeta; domani si tassa il proprietario di casa, il risparmiatore, l’imprenditore medio, il professionista, chiunque abbia un patrimonio visibile.

Ancora più grave è l’idea che la crisi climatica giustifichi una redistribuzione globale di risorse e potere. Il rapporto immagina un Global Justice Fund e un World Sovereign Fund capaci di ribilanciare ricchezza pubblica e privata, finanziare la transizione energetica e portare la spesa mondiale per istruzione e sanità dal 13 al 38 per cento del Pil globale. È una visione centralizzata e burocratica, nella quale la ricchezza non nasce dall’iniziativa, dall’impresa, dall’innovazione e dalla cooperazione volontaria, ma viene trattata come materiale da spostare dall’alto.

La parola chiave è “sufficienza”. Sembra innocua, quasi sobria. Invero, dietro di essa si intravede una morale pubblica dei consumi: lavorare meno, consumare meno, mangiare diversamente, produrre diversamente, investire dove la pianificazione ritiene opportuno. Quando è scelta personale, la sobrietà può essere una virtù. Quando diventa programma politico, diventa disciplina sociale. Non decide più il cittadino quanto lavorare, cosa mangiare o acquistare. Decide l’apparato quale stile di vita sia accettabile.

La riduzione dell’orario medio annuo da 2.100 a 1.000 ore è un esempio perfetto di utopia amministrativa. Se una persona vuole lavorare meno, deve poterlo fare. Ma programmare dall’alto un dimezzamento del lavoro significa ignorare differenze enormi tra Paesi, settori, imprese, professioni e aspirazioni individuali. Per alcuni il lavoro è necessità; per altri è realizzazione; per altri ancora è lo strumento per costruire indipendenza.

Lo stesso vale per il cibo. L’invito a mangiare meno carne rossa, presentato come scelta ecologica, può diventare facilmente preludio a tasse, divieti e colpevolizzazione dei comportamenti quotidiani. Il potere contemporaneo non si accontenta più di regolare fabbriche, banche e infrastrutture. Entra nel piatto, nel carrello della spesa, nel riscaldamento domestico, nell’automobile, nella vacanza, nel conto corrente. Ogni gesto viene misurato, classificato, corretto.

C’è poi una contraddizione evidente. Si sostiene che occorra spostare l’economia dall’industria e dall’attività mineraria verso settori a minore intensità materiale. Senonché, la transizione energetica richiede metalli, miniere, reti elettriche, infrastrutture, pannelli, turbine, batterie, trasporti, logistica, industria. Il mondo reale non si decarbonizza con dichiarazioni morali. Si trasforma con capitale, tecnologia, sperimentazione, prezzi, concorrenza, errori e correzioni.

La ricchezza non è un deposito statico da confiscare senza conseguenze. È spesso impresa, capitale produttivo, risparmio, rischio accumulato, fiducia nel futuro. Colpirla pesantemente significa ridurre gli incentivi a creare, innovare, crescere. E quando si colpisce la formazione di capitale, il conto ricade soprattutto sui più deboli: si restringono le opportunità, il lavoro diventa più scarso, la produttività arretra, i salari perdono forza e cresce la dipendenza dai trasferimenti pubblici.

La vera alternativa non è tra avidità e pianeta abitabile. È piuttosto tra una transizione costruita attraverso libertà, tecnologia, proprietà, concorrenza e responsabilità, e una al contrario imposta attraverso patrimoniali, fondi sovrani mondiali e amministrazione dei comportamenti individuali. Nel primo caso, milioni di persone cercano soluzioni, sperimentano e innovano. Nel secondo, pochi decidono per tutti e chiamano necessità ciò che è scelta politica.

Salvare il pianeta tassando la libertà è una formula pericolosa. Il pianeta resta un obiettivo remoto, mentre la restrizione della libertà è immediata. Imposte, divieti, controlli e burocrazia non attendono il 2100: entrano nella vita quotidiana, comprimono le scelte, riducono gli spazi di autonomia. La promessa è futura; la perdita è presente.

La difesa dell’ambiente non richiede un governo mondiale della ricchezza. Richiede diritti di proprietà chiari, innovazione, responsabilità, prezzi sinceri, energia abbondante, ricerca, adattamento, libertà d’impresa e istituzioni che non soffochino chi produce soluzioni. Tutto il resto è l’antico sogno del potere: amministrare la vita degli altri dichiarando di farlo per il loro bene.