La Pakistanizzazione dell’Iran. Come i Pasdaran hanno trasformato una teocrazia in un cartello militar-nucleare
Istituzioni ed economia

C’è un errore di prospettiva che l’Occidente continua a commettere quando analizza la crisi della Repubblica Islamica dell’Iran: l’ostinazione a decifrare il sistema attraverso la lente della teocrazia khomeinista, scrutando lo stato di salute della Guida Suprema per dedurne le traiettorie future. La realtà sul campo dimostra invece che Teheran ha smesso da tempo di comportarsi come una teocrazia classica per trasformarsi in un cartello militare-logistico, procedendo a una vera e propria pakistanizzazione strutturale del Paese.
Per capire l’esito di questa transizione, Islamabad offre lo specchio chirurgico e il precedente storico perfetto: un sistema in cui le istituzioni civili fungono da paravento, l’economia viene cannibalizzata dalle forze armate e la tenuta ultima del potere è garantita dal ricatto nucleare.
Il nucleo di questa trasformazione risiede nella penetrazione militare nel tessuto economico. In Pakistan, l’establishment militare e i suoi servizi segreti (ISI) operano da decenni come un deep state assoluto, controllando vastissime fette dell’economia nazionale attraverso fondazioni commerciali.
In Iran, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha completato una traiettoria identica, le cui radici affondano nel 1989, con l’ascesa al potere di Ali Khamenei. Oggi, i dati certificano che i Pasdaran controllano una quota stimata tra il 30% e il 50% dell’intero PIL iraniano tramite le fondazioni parastatali (Bonyad) e il tentacolare conglomerato Khatam al-Anbiya, monopolizzando di fatto i contratti infrastrutturali del Paese e trasformando il clero di Qom a un inutile paravento clericale.
Questa mutazione è stata messa spietatamente a nudo dalla guerra esplosa a inizio 2026. I raid israeliani non si sono limitati a uccidere Ali Khamenei, ma hanno decapitato l’intera prima linea di comando, culminando a marzo con l’eliminazione di Ali Larijani e del ministro dell’Intelligence Esmail Khatib. In questo vuoto, la finzione teocratica è saltata e il potere è scivolato integralmente nelle mani dei militari, che sfruttano l’assoluta invisibilità della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, per mascherare una dittatura illiberale e cleptocratica, certificando il divorzio definitivo tra lo Stato-caserma e una società civile che ha ormai svuotato il regime di ogni residua legittimità.
Questa brutale architettura di potere smonta in modo definitivo anche il mito della Guerra Santa e dell’Asse della Resistenza. L’egemonia asimmetrica eretta dall’Iran in Medio Oriente non è una crociata confessionale, ma la cinica applicazione speculare della dottrina pakistana della profondità strategica. L’uso di Hezbollah in Libano, delle milizie irachene e degli Houthi in Yemen da parte della Forza Qods è l’esatto equivalente dell’uso che l’ISI pakistano ha fatto per decenni dei Talebani afghani. Non c’è alcun universalismo sciita: è pura esternalizzazione del conflitto.
La prova di questa natura puramente transazionale ci è stata offerta dagli ultimi cento giorni di guerra. A fronte della decapitazione dei vertici a Teheran, la decantata rete dei proxy iraniani è rimasta clamorosamente silente. Con Hamas decimata nella Striscia di Gaza, Hezbollah paralizzato in un Libano al collasso e gli Houthi isolati nel Mar Rosso, la dottrina del fronte unito si è rivelata un fallimento su due fronti speculari. Da un lato, i proxy iraniani non sono riusciti – e non hanno voluto – salvare il loro patrono nel momento del bisogno, agendo per pura inerzia locale e abbandonando Teheran al proprio destino. Dall’altro, i Pasdaran hanno lasciato che i propri satelliti bruciassero da soli, confermando ai cittadini iraniani che quelle milizie non erano fratelli di una guerra santa, ma solo buchi neri finanziari e carne da cannone sacrificabile. Questo reciproco abbandono ha spogliato definitivamente il regime della sua aura mistica, rivelando la nuda transazionalità dell’Asse della Resistenza.
Di fronte a questa metamorfosi, la comunità internazionale si presenta drammaticamente divisa. Da una parte vi è Israele, il cui obiettivo primario è quello di riscrivere la geografia della deterrenza attraverso un logoramento cinetico e chirurgico dei vertici politici e militari iraniani.
Dall’altra parte c’è Washington, rimasta prigioniera del feticismo della scorciatoia. L’amministrazione Trump ha affrontato il collasso iraniano priva di una visione strutturale, sperando in operazioni di gattopardismo pilotato o cercando disperatamente un leader telegenico da far emergere tra le rovine di Teheran. Questo approccio è piegato quasi interamente alle esigenze elettorali domestiche e alla necessità di un successo d’immagine.
Tramontata (per ora) ogni illusione di una transizione democratica, le monarchie del Golfo hanno rapidamente adattato la propria agenda alla nuova realtà. Riad e Abu Dhabi non lottano più per contenere la minaccia teologica iraniana, ma agiscono con freddo cinismo per spartirsi l’eredità logistica di un Paese frammentato. Approfittando dell’inerzia e del collasso dell’Asse della Resistenza, sauditi ed emiratini stanno sigillando il Mar Rosso e isolando definitivamente gli Houthi nello Yemen. Svanito lo spauracchio di una rivoluzione liberale che avrebbe innescato un pericoloso “contagio democratico” regionale, le petromonarchie assolute si preparano a convivere con lo Stato-caserma dei Pasdaran. Paradossalmente, una giunta militare corrotta e transazionale a Teheran – sempre più tenuta al guinzaglio economico e diplomatico dalla Cina all’interno del nuovo asse logistico asiatico – è un vicino molto più prevedibile e gestibile rispetto al proselitismo messianico sciita o, peggio ancora, al caos di una transizione democratica.
Di fronte a questa spietata ridefinizione degli equilibri regionali, l’Europa si conferma l’anello debole, sprofondata in un letargo strategico che maschera la propria irrilevanza. Evaporata l’utopia di una rapida sollevazione civile risolutiva e paralizzata dalle proprie divisioni interne, il Vecchio Continente ha ripiegato su un disastroso attendismo. Priva della leva militare americana e dell’audacia commerciale cinese, l’Europa osserva inerte mentre l’Iran viene cannibalizzato dai militari e assorbito nella sfera di influenza di Pechino.
In questa cornice, l’ossessione del Pentagono per i tempi del breakout nucleare iraniano appare drammaticamente ingenua. Ai Pasdaran interessa il programma nucleare per un motivo squisitamente conservativo: diventare “too big to fail”. Esattamente come l’atomica pakistana ha funzionato come polizza assicurativa per evitare il collasso di uno Stato fallito, l’arma nucleare iraniana è lo scudo definitivo che serve ai generali per barricarsi in casa.
Non vi è alcun regime morente ma una nazione radicalmente trasformata in un cartello militare-nucleare. L’Occidente si trova oggi a dover gestire il consolidamento di un nuovo feudo eurasiatico: una corporazione armata, cinica e resiliente, pronta ad affittare la propria geografia ai migliori offerenti pur di garantire l’autoconservazione dei propri generali.






