Tutta colpa dell’Europa. Il duetto Meloni-Orsini e le élite incapaci di verità
Istituzioni ed economia

Che ieri la Presidente del Consiglio Meloni e il Presidente di Confindustria Orsini abbiamo convenuto di – come si dice a Roma – “buttarla in caciara” addebitando vittimisticamente all’Ue le difficoltà dell’economia italiana dà la misura dell’evidente incapacità delle classi dirigenti nazionali, politiche e no, di esercitare un’effettiva capacità di governo, assumendone il peso con spirito di responsabilità e soprattutto di verità.
Di tutti gli addebiti che si possono muovere alle politiche dell’Ue degli ultimi anni – il principale dei quali è di avere scommesso su una transizione ambientale economicamente insostenibile, destinata a istigare reazioni “negazioniste” – non ce n’è alcuna che spieghi la perdurante differenza tra il dinamismo dell’economia italiana e quello degli altri Paesi sviluppati.
Usare una verità vera – quella sulla lentezza delle istituzioni Ue – per suggellarne una falsa – quella sulla loro responsabilità per il declino italiano – è un gioco delle tre carte miserabile, che da anni funziona anche efficacemente sul mercato elettorale, ma che allontana la soluzione dei problemi, proprio perché non ne riconosce e non ne affronta la realtà.
Dopo qualche settimana passata a recriminare sulla rigidità delle leggi di bilancio europee, che non autorizzano l’extradeficit richiesto a furor di popolo (anche dal Campo Largo) per sussidiare le spese energetiche, ieri si è passati alla collegata recriminazione sulla lentezza burocratica dell’Ue – un evergreen della vulgata antieuropea – e alla riproposizione della tesi secondo cui l’Europa dovrebbe fare “meno e meglio”.
Tesi non solo surreale, ma disonesta, visto che su tutte le materie su cui l’Ue è accusata di non intervenire – deterrenza militare, protezione delle infrastrutture critiche, autonomia energetica, tecnologica e industriale, strumenti e obiettivi di bilancio “federali” – non lo fa perché l’assetto intergovernativo e quindi l’ipoteca nazionalista sul suo funzionamento le impedisce di farlo. Di questo impedimento, che poggia proprio sul diritto di veto, Meloni è una delle principali sostenitrici nell’Ue, dopo la dipartita politica del suo amico Orban.
Se neppure i quasi 200 miliardi di PNRR, con soldi prestati e regalati dall’Ue, hanno dato una spinta alla crescita e alla competitività italiana, sarebbe il caso che non solo il Governo, ma anche i vertici di Confindustria si facessero un esame di coscienza più sincero e la smettessero di incolpare l’Ue di tutti i vizi e i demeriti nazionali.
Se l’Italia per decenni ha speso meno in istruzione e più in pensioni degli altri Paesi Ue; se gli investimenti pubblici e privati sono stati sacrificati, sul lato pubblico, al finanziamento del voto di scambio, e sul lato privato alla ricerca e protezione di rendite parassitarie e a processi autoindotti di deindustrializzazione, anche da parte degli azionisti di grandi gruppi industriali (si pensi a Exor); se piuttosto che scommettere sull’innovazione si è preferito raschiare il fondo del barile del lavoro dequalificato, facendo aumentare insieme l’occupazione e la povertà, due facce della medaglia: la crisi della produttività; se le politiche per la concorrenza, fuori da alcuni settori, sono state imprigionate in regolamentazioni micro-settoriali di tutela dello status quo; se il fallimento dello Stato su infrastrutture, giustizia, burocrazia pubblica e qualità della regolazione è diventato causa di un fallimento generalizzato di nuove iniziative imprenditoriali…
Se tutto questo è accaduto, non c’entra l’Ue – senza la quale tutto quello che è accaduto sarebbe pure stato peggiore – ma c’entra l’Italia che quando cerca i colpevoli non sa guardarsi allo specchio.






