leone xiv grande

Come a suo tempo fecero notare in molti, Prevost ha scelto lo stesso nome pontificale del Papa della Rerum Novarum ("l'ultimo Leone"). Qualcuno, all'indomani dell'elezione, scrisse che c'era poco da stare allegri perché la Rerum Novarum gettò le basi per il corporativismo cattolico, poi diventato ideologia dello Stato fascista. Si tratta di una forzatura, se non addirittura di una mistificazione: l'auspicio della Rerum Novarum alla collaborazione fra classi generò – e non poté che generare, trovando fondamento nella libertà di associazione – il sindacalismo cattolico, mentre il corporativismo statalista/dittatoriale mussoliniano non contemplava alcuna libertà di associazione, semmai la monopolizzazione e l'immobilizzazione dei corpi intermedi nella Camera dei fasci e delle corporazioni.

La Rerum Novarum, e più generalmente la dottrina sociale della Chiesa cattolica, trovarono invece una sponda economica nell'ordoliberalismo e nell'economia sociale di mercato – che, come il corporativismo, sono terze vie fra laissez-faire e pianificazione, ma le affinità fra le une e l'altro finiscono qui, così come le affinità in generale fra le terze vie, che sono infinite come le vie del Signore.

Prove lampanti della scarsa compatibilità tra Rerum Novarum e Quadrigesimo Anno da un lato e corporativismo fascista dall'altro si potrebbero trovare anche mediante considerazioni di carattere extraeconomico: sia la statolatria sia il culto della personalità consustanziali soprattutto al fascismo-regime – culto della personalità che non sublimò mai in divinizzazione del Capo semplicemente perché il fascismo non riuscì a essere compiutamente totalitarismo, non perché mancassero i presupposti teorici – sono radicalmente incompatibili col cattolicesimo.

Ordoliberalismo ed economia sociale di mercato fanno altresì parte del novero dei "neoliberismi", categoria sulla grottesca criminalizzazione della quale molti accademici e intellettuali hanno costruito una rendita. Eppure si tratta delle basi teoriche del miracolo economico tedesco, della "costituzione economica" comunitaria e anche, in una misura significativa, della Costituzione economica italiana (a partire dall'art. 41).

La stessa impalcatura ordoliberale dell'Ue nella sua dimensione macroeconomica – scarsa flessibilità di bilancio, estrema severità nella concessione di aiuti di Stato, rigore nelle politiche monetarie etc. e, pur non essendo propriamente "macroeconomico", va menzionato anche il rigido antimonopolismo – non solo vacilla parecchio, ma è stata già parzialmente archiviata, nella prassi e nella "teoria", sotto i colpi della crisi dei debiti sovrani (quantitative easing e OMT – Draghi), della pandemia (eurobond), del nuovo imperialismo russo e della ritirata multipolarista degli USA, unitamente alle nuove esigenze nei settori satellitare e AI (temperamento dell'antimonopolismo per beneficiare delle economie di scala – ancora una volta Draghi, nel suo manifesto).

Sempre per restare in zona vescovile, poi, nell'aprile dello scorso anno gli economisti Leonardo Becchetti e Jeffrey Sachs pubblicarono su Avvenire una sintesi del loro manifesto; al di là di un inquietante appello a rispettare «la diversità storica, culturale» di tutti i continenti e ad «attingere alle tradizioni culturali di tutto il mondo» – parole che a un lettore inesperto potrebbero sembrare una lodevole ed ecumenica esortazione antirazzista ma che in realtà nascondono un sottotesto pericolosamente antioccidentalista – al di là di questo e di molto altro, vi si legge, in quel manifesto, l'accorato appello ad archiviare la sintesi neoclassica (microeconomia marginalista e macroeconomia keynesiana) e la centralità teorica dell'homo oeconomicus.

Ma – verrebbe da chiedersi – la sintesi neoclassica non è stata già almeno in parte abbandonata? Abbandonata nella teoria con istituzionalismo e comportamentismo, fra l'altro, e con la valorizzazione di visioni dell'economia come scienza imperfetta molto esposta all'imprevedibilità e tutt'altro che arroccata entro i confini dei propri modelli e teoremi (vedi, fra molto altro, la ri-lettura delle cause dei fallimenti delle nazioni e più generalmente della povertà proposta da Acemoglu-Robinson, due anni fa insigniti del Nobel per l'economia). Abbandonata nella prassi con la traumatica e spesso sgangherata ri-affermazione del primato della politica, e dunque con l'abuso di una discrezionalità "a-disciplinare" quando non indisciplinata in merito a scelte di politica economica che tanto i marginalisti quanto Keynes avrebbero ridicolizzato con gusto (Liz Truss, primo e attuale Trump… per non citare tutto il resto, inclusi i provvedimenti sfascia-bilancio made in Italy).

Forse l'ultima ricetta puramente keynesiana la implementò, con successo, Obama dopo la crisi dei subprime; mentre una piccola rivoluzione economica o, meglio, microeconomica "classica", quantomeno nel ripristino dei mercati concorrenziali, è quella di Milei in Argentina; per il resto l'Occidente non sembra andare nella direzione "neoclassica", ma il tema è enorme e queste sono tutte semplificazioni. E soprattutto sono altre storie…

Oltre al fattore… leonino, poi, c'è il fattore Agostino, santino da parabrezza di Vance già sconfessato su X da Prevost, un agostiniano vero, in materia di amore e libertà; e c'è il fattore pace… Il Fatto Quotidiano si premurò di tirare per la giacchetta, o meglio per il talare, il nuovo Papa, che ha esordito con «la pace sia con voi» – la pace, appunto, non la capitolazione, né l'avventurismo mediorientale trumpiano.