Al 25 aprile manca il silenzio, e tutto si trasforma in un conflitto a favore di telecamera
Istituzioni ed economia

Non ho ricordi di un 25 aprile in cui io non sia scesa in piazza, in cui non abbia camminato ricordando chi ha lottato per la liberazione dalle dittature fascista e nazista, felice di ogni passo che dovrebbe rafforzare la nostra memoria e il nostro presente.
Quest’anno è stato diverso, quest’anno ho deciso di osservare da lontano, è stata una scelta sofferta resa però solida da una frase di Simone Weil, trovata nei suoi quaderni spirituali, che sintetizzerei così: “l’attenzione assoluta è preghiera”.
Non penso ovviamente alla preghiera che si rivolge a Dio, qui siamo in un altro campo. Penso a uno spazio che si crea, a un vuoto che sospende l’ego e ci fa vedere se non bene, meglio. Dunque ho optato per il silenzio, che è tutt’altro che assenza, ma è stato il tentativo di ricordare nel mio intimo e nel silenzio, lontano dalle piazze litiganti, quel giorno che non ho mai vissuto, ma che sento importante, per quel sentimento di gratitudine che tutti dovremmo avere verso partigiani e brigate che hanno imbracciato le armi per difendersi e per liberare il nostro Paese.
E proprio da questo silenzio, da questa distanza scelta, ciò che è accaduto nelle piazze italiane appare ancora più nitido. È difficile accettare che una giornata nata per ricordare la liberazione dal totalitarismo si trasformi in esclusione preventiva di alcuni. Il divieto di esporre bandiere ucraine, l’accerchiamento della Brigata ebraica, i cori antisemiti, le uova lanciate contro le ragazze iraniane, gli spray al peperoncino che hanno fatto cambiare rotta ad esponenti politici, le bandiere europee bruciate: tutto questo non è solo fuori luogo, è in aperto contrasto con il senso stesso del 25 aprile.
Non è la prima volta che accade, e non è un caso, nell’epoca della polarizzazione a beneficio di telecamera: più qualcosa è sensazionale, più visualizzazioni fai, più il tuo algoritmo ti conosce, più vedrai quelle notizie con cui sei già d’accordo, in un meccanismo che radicalizza l’appartenenza di ognuno, esautorando la funzione del dubbio e del discorso democratico.
Marco Pannella aveva già colto questo rischio: che le piazze della memoria si trasformassero in spazi di appartenenza, dove la libertà smette di essere un valore condiviso e diventa un criterio di esclusione, di conflitto, costante, senza argomenti, nell’unico valore dell’oggi che è il posizionamento.
La Resistenza non può essere proprietà di qualcuno, né tantomeno un luogo in cui impedire la presenza altrui: anche questo è accaduto. A molti cittadini è stato impedito di partecipare al corteo con la bandiera Ucraina perché: “l’organizzazione ha preso una scelta politica”. E dunque mi preme ricordare che la libertà del 25 aprile non si difende accerchiando, insultando, selezionando. Si difende garantendo spazio, riconoscendo che questa data non può essere una commemorazione identitaria, di una parte sola, ma di tutti quelli che vogliono ricordare quel giorno e i sacrifici fatti da molti, troppi, per difendere la libertà della democrazia. Dovrebbe essere, appunto, un momento di unità nazionale, il punto in cui una comunità si riconosce nei valori fondamentali della libertà e della democrazia.
E invece, anno dopo anno, questo spazio sembra restringersi: non possiamo ritenere normale che gli accerchiatori della Brigata Ebraica, critici verso Israele, urlino come accaduto ieri a Milano: “state attenti, Putin vi farà un culo così”, verso alcuni esponenti della comunità ucraina in corteo con la BE. Non è normale e non è accettabile, è un cortocircuito che rende ancora più urgente difendere i valori della nostra democrazia e dell’Unione Europea vituperata nelle piazze rossobrune.
Ho osservato da casa ogni momento della diretta milanese, e tutti i video che arrivavano dalle piazze d’Italia. In questo senso, la mia assenza non è stata un rifiuto, ma un gesto di attenzione. Credo che quando la memoria si trasforma in conflitto permanente, forse il primo atto politico è fermarsi e chiedersi cosa stiamo perdendo: il discorso democratico, la capacità di ascoltare, e l’idea stessa che la libertà possa ancora essere uno spazio condiviso. E forse, ai tanti che ieri urlavano nelle piazze, indicherei proprio il silenzio per ritrovare il significato del 25 aprile.






