Theresa May elezioni

Theresa May è senza dubbio un personaggio singolare. Ex sostenitrice del Remain ante-Brexit e spigliata profeta del Leave una volta Primo Ministro, la leader dei conservatori ha indetto a tempo record le elezioni anticipate perché, ha sostenuto, per condurre i negoziati e garantire la migliore soluzione per il Paese è necessaria una leadership avallata da un ampio e solido consenso popolare.

A pochi giorni dalle elezioni – da cui la May è parsa a più riprese finire travolta – ci si chiede se gli attacchi terroristici di sabato sera al London Bridge e al Borough Market di Londra rinforzeranno la vulgata pro-Brexit, o come nel recente caso francese, non disturberanno lo svoglimento della poche giornate di campagna elettorale residue. Ma se da una parte non è certo che gli attentati possano avere strascichi politici, dall’altra essi fanno limpidamente trasparire l’inadeguatezza dell’uscente (e, pare, rientrante) Primo Ministro.

Nella sua risposta agli attacchi terroristici, esternata a Downing Street e ripresa da un lungo post su Facebook, la May ha dettato le nuove “linee guida” per il controterrorismo britannico, consistenti in un sostanziale inasprimento delle misure di sicurezza. La svolta auspicata, tuttavia, dimostra come il Primo Ministro non sia al corrente di errori commessi nel passato. Errori che, in buona parte, hanno portato alla situazione odierna.

In primo luogo, potremmo dibattere su quell' “enough is enough” (quando è troppo, è troppo) di antifona. Come se ci fosse un limite di tolleranza al terrorismo e gli attacchi di sabato sera lo avessero definitivamente superato. Come se le vittime dei precedenti attacchi (vedasi Westminster Bridge) si potessero ascrivere ad attacchi ancora sopportabili e solo adesso si riprenderanno le redini della situazione.

In secondo luogo, la risposta del Primo Ministro è del tutto inadeguata rispetto all’(in)efficacia dei precedenti programmi di controterrorismo, che ora si vorrebbe potenziare. Infatti, pur elogiati per la sinergica implementazione di misure di prevenzione e neutralizzazione, piani precedentemente attuati come CONTEST (Counter Terrorism Strategy), PREVENT e CHANNEL muovevano dai sentimenti post-11 settembre e miravano a contrastare terrorismo e radicalizzazione islamica legati ad Al-Qaeda.

PREVENT, nella fattispecie, puntava ad avvicinare le istituzioni britanniche alle comunità islamiche attraverso il finanziamento di attività di varia natura e integrare così la gioventù di fede musulmana ai coetanei occidentali, livellando le differenze. Il piano, che venne rilanciato successivamente da Cameron, fallì nei suoi scopi, ottenendo l’effetto contrario di creare sacche di risentimento con la cittadinanza britannica, che si sentì in qualche modo surclassata, e aggravare così la distanza con la comunità musulmana.

Ci sono diversi motivi per cui i precedenti piani di controterrorismo non andarono a segno. Una ragione fu l’inefficiente gestione e coordinamento fra i corpi di sicurezza, che vide sorgere accese diatribe a livello locale e nazionale circa il confine fra le attività di prevenzione e quelle di neutralizzazione. Ma una ragione, in particolare, spiega perché quei piani non riuscirono nei loro intenti, e perché la May è fuori strada oggi nel ripristinarli sotto mentite spoglie.

La ragione si chiama “comprensione della natura della minaccia”. O, in altre parole, analisi della minaccia.

Secondo la May, la chiave è potenziare ulteriormente lo sforzo di integrazione per far capire alle comunità islamiche che “i nostri valori – pluralistici, valori britannici – sono superiori a qualunque cosa abbiano da offrire i predicatori e i sostenitori dell’odio.” Una dichiarazione largamente condivisibile nella teoria, ma che impatta nella pratica su una scarsa considerazione di ciò che espone i soggetti al rischio di radicalizzazione.

I giovani islamici, infatti, si radicalizzano principalmente (ma non solo) grazie ai post che corrono sui social media e incitano alla violenza. Questi messaggi riescono a far breccia nei cuori dei giovani perché, evidenziando le ingiustizie e i crimini commessi dall’Occidente, permettono loro di identificarsi, rivivendo le ingiustizie subite (o percepite) nella vita di tutti i giorni. La radicalizzazione, dunque, non impiega molto a passare dallo stato d’incubazione alla preparazione dell’atto terroristico.

La diffusione di valori occidentali nelle comunità musulmane ha certamente avuto enormi benefici in termini di integrazione e monitoraggio, ma alla luce della natura della nuova minaccia, e cioè dei cosiddetti lone wolves ispirati dall’ISIS e dai suoi messaggi, questa pratica incontra sostanizali limitazioni. Risulta difficile, cioè, prevenire la radicalizzazione di un giovane offrendogli la stessa medicina che lui crede essere la malattia (si pensi agli antivaccinisti).

Nonostante i governi di Londra abbiano avuto molteplici occasioni per appurare che questa strategia ha forti limiti (gli ultimi attacchi ne sono ulteriori conferma), i programmi sono stati riconfermati nel corso degli anni. La May si dice consapevole del fatto che la natura della minaccia stia cambiando, ma le sue (per così dire) ricette sembrano suggerire il contrario.

In questa direzione, una revisione e un potenziamento degli strumenti di intelligence e di controterrorismo sono certamente misure importanti, ma a dover essere revisionato è anche il piano di prevenzione. L’approccio “sociale” delle istituzioni occidentali verso le comunità islamiche e, soprattutto, gli imam è stato e continuerà ad essere uno snodo principale per la prevenzione al terrorismo, ma oggi non è più sufficiente. Infatti, sono spesso difficoltà socio-economiche ad esporre gli individui al rischio di radicalizzazione, e quando ciò accade, i soggetti si alienano, diventando ricettivi soltanto ai messaggi trasmessi attraverso i social network, di cui sono privatamente avidi consumatori. Ed è proprio questa alienazione che li esclude da quelle stesse comunità musulmane che, in collaborazione con le istituzioni occidentali, potrebbero inibire il processo di radicalizzazione, rendendoli irraggiungibili e impermeabili a qualsiasi stimolo.

Una strada non ancora adeguatamente espolorata per lenire il problema è il potenziamento del ruolo degli imam. Se la diffusione, infatti, di valori occidentali è incompatibile come soluzione con la natura stessa della minaccia, un giovane radicalizzato potrà più facilmente essere persuaso da un leader religioso del “suo mondo” piuttosto che da un rappresentante di quell’assetto che egli percepisce come un pericolo.

Dovrebbe, cioè, essere garantito agli imam un più ampio spazio per spiegare che i valori dell’Islam non sono quelli propagandati dall’ISIS e da terroristi che attentano alla vita di innocenti, ma sono principi pacifici e incompatibili con l’estremismo sanguinolento. In questo senso, nonostante diversi programmi di “de-radicalizzazione” siano già stati efficacemente implementati, affidare maggiore spazio ai leader religiosi in trasmissioni tv, università o altre occasioni pubbliche potrebbe rappresentare un plus nei programmi di controterrorismo.

Ciò ovviamente presuppone una profonda assunzione di responsabilità da parte degli imam e una più salda partnership con le istituzioni per arrivare a programmi pianificati e condivisi. In questo modo, la radicalizzazione in itinere in un giovane musulmano potrebbe essere concretamente fermata.

Potenziare l’hard power senza una revisione apporofondita e ponderata del soft power significa, in tutta probabilità, condannare l’efficacia dell’azione di controterrorismo. Senza comprendere a fondo le ragioni della radicalizzazione “coltivata in casa” e individuare le cause della recrudescenza terroristica degli ultimi anni, non c’è controterrorismo che possa davvero contrastare la minaccia corrente. E se ciò non avviene, la responsabilità non è che di politici sconsiderati, avidi del consenso di breve o brevissimo termine e disinteressati a costruire strategie di lungo termine.

Il timing delle imminenti elezioni britanniche non sarà stato certo conveniente, ma la reazione di Theresa May ha confermato la sua inadeguatezza, come Primo Ministro e come politico.