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Ora che si è pervenuti a un chiarimento importante all’interno del Partito Democratico serve urgentemente una riflessione coraggiosa sui temi e sulle azioni da intraprendere per dare prospettiva e forza ad un partito che è ormai sempre più l’ultimo avamposto contro la deriva ipernazionalista e protezionista. È evidente che il trascinarsi di divisioni, con la quotidiana diatriba a mezzo stampa, ha molto frenato un vero confronto sul merito che solo parzialmente – questa è probabilmente la cosa più grave – ha fondato e giustificato i conflitti politici.

Nel PD, in altre parole, ci si è spesso distinti in grossolane rappresentazioni categoriali di una sinistra e di una destra che se non sono scomparse sono comunque assai involute, e in ogni caso mutate rispetto alla fotografia di fragile attualità offertane dai contendenti.

Posto che chi scrive ha molto più nelle proprie corde una lettura del presente che risponda alla dicotomia società aperta/società chiusa, ormai anche fisicamente proiettata nelle immagini di frontiere blindate e di muri in costruzione, chiediamoci in onestà se l’essere “di sinistra”, cioè lo schierarsi dalla parte e in difesa dei deboli, passi dall’impegno di risorse economiche indisponibili, quindi facendo nuovo debito da scaricare sulle future generazioni (come se non bastasse il macigno scaraventato sulle speranze di chi è giovane oggi) o stia invece nel puntare con decisione sulla costruzione di nuova ricchezza, e quindi sugli incentivi alle imprese, alla ricerca, alla competitività di un sistema paese che sia ben saldo nella sua collocazione europea e nella sua tradizionale vocazione allo scambio commerciale e culturale.

Chiediamoci se sia di sinistra parlare di protezionismo o l'opporsi a trattati commerciali internazionali negoziati a fatica dalla UE: negli ultimi trent'anni la liberalizzazione dei commerci e degli investimenti ha trascinato fuori dalla povertà un miliardo di persone, le quali in assenza di alternative si sarebbero riversate nei paesi più ricchi, ovvero qui da noi. Un partito che si dice democratico ed inclusivo non può sostenere nessun tipo di protezionismo.

Detto questo, è anche vero che nella globalizzazione e nella liberazione di commerci alcune persone hanno perso, non sono riuscite ad adattarsi: questo per scelte sbagliate proprie o delle aziende che le avevano assunte oppure semplicemente perché operavano in settori non più capaci di competere. Un partito che si dice progressista ed inclusivo non può dimenticare queste persone, che quindi vanno aiutate. Come? Ad esempio attraverso formule di formazione adeguate e sussidi di disoccupazione che sarebbero meglio costruiti a livello (perlomeno) di eurozona.

Va però anche ribadito che, quando si parla di commercio internazionale e di trattati, la reciprocità deve essere una linea guida fondamentale e finora non sempre lo è stata: i beni, i servizi e i capitali offerti da un altro paese dovranno essere trattati come i nostri beni, servizi e capitali vengono trattati in quel paese. Lo dobbiamo ai nostri cittadini e alle nostre aziende.

Chiediamoci poi se sia di sinistra difendere in modo radicale ed aprioristico una politica delle migrazioni che pur ispirata a nobili principi, in assenza di un forte coordinamento europeo mostra notevoli limiti, esacerbando un dibattito che spesso si risolve in arroccamenti ideologici del tutto inadeguati ed inutili. Perché, se è un certo dovere morale aiutare chi fugge dalla guerra e da privazioni dolorose, non può con ciò giustificarsi un costante lassismo nel decidere in modi ragionevoli e tempi certi chi abbia o meno il diritto di rimanere in Italia. È poi del tutto evidente che di questo malfunzionamento del sistema di accoglienza faccia propaganda strumentale la destra xenofoba e nazionalista, ma a maggior ragione non si comprende perché si debba lasciare una simile arma in mano a un avversario privo di scrupoli. Specialmente quando con notevole lucidità, avviando tanto l’azione di governo che il dibattito pubblico su binari più centrati, lo stesso ministro dell’Interno ora ricorda che “la sicurezza è una cosa di sinistra”. In realtà la sicurezza non appartiene a nessuna categoria: è invece il presupposto di ogni buon vivere civile.

Domandiamoci inoltre se sia di sinistra, sempre parlando di difesa dei deboli, non considerare il vero e proprio dramma sociale in cui versano milioni di partite IVA, danneggiate da pregiudizi che sono figli di un’imbarazzante arretratezza culturale a non trovare alcuna forma di reale tutela in un mercato dei servizi sempre meno aperto, competitivo, premiante. Dove il nuovo povero è l’antico benestante ed ogni schema rodato, ogni lettura sociale di stampo novecentesco mostra limiti strutturali, e con essi la presunzione di chi la brandisce in nome dell’infallibilità delle etichette.

E infine, sull’Europa, che purtroppo sarà il leitmotiv delle prossime elezioni, il PD dovrebbe parlare chiaro: cioè dovrebbe ribadire che la costruzione della moneta unica è stata necessaria per ovviare a problemi veri che pochi sembrano ora ricordare, ma che è tuttavia stata imperfetta e che sono stati commessi degli errori da parte di TUTTI i paesi fondatori, adottandosi presupposti che poi, complice anche la crisi iniziata in USA, non si sono avverati.

Bisogna ricordare che tornare indietro di 20 anni significherebbe un salto nel buio per un intero paese, che si troverebbe isolato e in balia della speculazione internazionale. E andrebbe altresì ribadito, senza cadere nella retorica europeista della “solidarietà” - che tutti sappiamo non venire mai senza prezzo - che se la Germania e la Francia non saranno disponibili al salto necessario di qualità nell’Unione allora tanto vale che la UE nel suo complesso restituisca ai singoli paesi, passo dopo passo e in maniera assolutamente coordinata, la possibilità di decidere in che modo tentare di migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini. Dedicandosi invece la UE a consolidare la sua più grande conquista, ovvero difendendo e ampliando il mercato unico, precondizione essenziale per il benessere degli stessi cittadini italiani ed europei.

Ma non solo: la UE potrebbe e dovrebbe finalmente occuparsi seriamente di difesa, di gestione dei confini esterni, di politica estera, tutte materie su cui è evidente che l’unione faccia la forza, e la cui messa in comune comporterebbe risparmi di decine di miliardi di Euro da dedicare a ridurre il carico fiscale sulle aziende e le persone in tutta l'Unione.

Insomma, il senso ed il futuro del PD vanno ben al di là delle schermaglie di domenica e non possono prescindere dai temi in agenda, da quel merito vero delle questioni che troppo spesso è stato trascurato in nome di una comoda semplificazione categoriale. No, non su un'idea astratta di sinistra e destra, ma sulla concreta capacità di risolvere problemi si misurerà la forza di questa comunità politica e la sua capacità di far sentire compresi e protetti milioni di italiani. Gente che alle categorie ha smesso di credere ben prima dei politici.

@SeanHMallory
@MarcoMarazziMi