Obama Selma

Barack Obama lascia la Casa Bianca proprio mentre i sondaggi lo incoronano come il politico più popolare in America e uno dei presidenti più popolari degli ultimi tempi.

La cosa non deve sorprendere. Agli americani mancheranno il decoro ed il modo di fare che Obama e la sua famiglia hanno portato alla Casa Bianca; e mancherà loro un oratore appassionato la cui eloquenza rivaleggia con quella di Abramo Lincoln. Il modo con il quale ha difeso i valori fondanti degli Stati Uniti, sostenendo al tempo stesso che quei precetti si dovevano sviluppare per garantire maggiore inclusione, ha colpito gli americani in modo particolare, così come hanno colpito le sue riflessioni nei momenti di lutto nazionale. Ma va detto anche che i risultati ottenuti nel corso dei suoi due mandati, non ultimo l’aver recuperato il Paese da una delle peggiori crisi economiche dalla Grande Depressione, sono stati davvero notevoli. Specie se si considera che, fin dall’inizio, sono stati ferocemente contrastati dai Repubblicani che hanno cercato in tutti i modi di fare in modo che la sua presidenza deludesse le attese.

Obama lo ha ricordato nel suo discorso d’addio: «Se otto anni fa vi avessi detto che l’America avrebbe invertito la grande recessione, rilanciato la nostra industria automobilistica e innescato il più lungo periodo di creazione di posti di lavoro della nostra storia … se vi avessi detto che avremmo aperto un nuovo capitolo con il popolo cubano, fermato il programma di nucleare iraniano senza sparare un colpo, eliminato il regista dell’11 settembre … se vi avessi detto che avremmo ottenuto il matrimonio egualitario e assicurato il diritto alle cure sanitarie per altri 20 milioni di nostri concittadini … se vi avessi detto tutto questo, avreste potuto pensare che avevamo messo l’asticella troppo in alto. Ma questo è quel che abbiamo fatto. Questo è quel che voi avete fatto. Avete risposto alle speranze delle persone e, grazie a voi, da quasi ogni punto di vista oggi l’America è migliore e più forte di quando abbiamo cominciato».

Molti americani hanno festeggiato l’elezione del primo presidente afro-americano come una tappa fondamentale nella storia di una nazione concepita nella schiavitù e afflitta dal razzismo. Tuttavia, il settarismo che Donald Trump ha sfruttato durante la sua campagna presidenziale ha confermato una considerazione che lo stesso Obama ha fatto fin dal suo esordio: limitarsi semplicemente ad eleggere un presidente nero non avrebbe magicamente fugato i pregiudizi che hanno perseguitato il paese fin dalle origini. Anche adesso, questi pregiudizi ostinati, amplificati da una campagna elettorale divisiva che ha fatto appello agli istinti peggiori della gente, rischia di mettere in ombra le politiche intraprese da questo presidente.

Una storia che comincia con l’Inauguration Day nel 2009. Da quando, cioè, Barack Obama riceve in eredità un'economia in rovina, che stava perdendo rapidamente posti di lavoro e strappando milioni di persone dalle loro case. Lo stimolo di Obama, che ha evitato un collasso economico simile a quello del 1930, pompando denaro nelle infrastrutture, nei trasporti ed in altre aree, è passato in Parlamento senza un solo voto Repubblicano. Il vangelo Repubblicano, si sa, recita che l’intervento pubblico non crea posti di lavoro e non incrementa l’occupazione. Lo stimolo, invece, ha fatto entrambe le cose, mantenendo (o creando) una media di un milione e mezzo di posti di lavoro ogni anno per quattro anni. Un tempestivo investimento nella General Motors e nella Chrysler, entrambe sull’orlo del fallimento durante la recessione, ha ottenuto simili risultati positivi, mantenendo più di un milione di posti di lavoro.

Gli avversari di Obama hanno faticato ad accettare che una cosa del genere sia davvero avvenuta. Non hanno compreso la semplice verità (una verità evidente durante il New Deal e altrettanto chiara ora) che un investimento «federale» (sì «federale», cara Unione europea, verrebbe da dire da questa parte dell'Atlantico) tempestivo e significativo può fare davvero la differenza nella vita della gente. E non riescono ad accettare che provvedimenti governativi ben concepiti possano fare altrettanto.

Accecati dall’ideologia, i leader Repubblicani adesso sono andati all'assalto dell'Affordable Care Act del 2010, una legge che ha migliorato il modo in cui negli Stati Uniti vengono assicurate le cure mediche, fornendo a milioni di persone una cura alla portata di tutti e portando la percentuale di americani senza assicurazione al 9%, il livello più basso mai registrato finora. Nonostante l'evidente successo del provvedimento, Donald Trump e i leader Repubblicani del Congresso lo hanno descritto come un fiasco, sperando così di giustificarne l'abrogazione, che priverebbe almeno 22 milioni di persone dell'assicurazione sanitaria. L'obiettivo è solo quello di cancellare una importantissima eredità di Obama, anche a costo di aumentare i costi e sconvolgere la vita di quanti si ritroveranno di nuovo senza assicurazione.

Senza nessun aiuto da parte del Congresso, Obama ha cercato di fare qualche passo avanti anche su questioni sulle quali nessuno avrebbe scommesso un euro, in particolare in relazione al cambiamento climatico, che sia il presidente americano che il suo segretario di Stato, John Kerry, hanno messo in cima alla lista delle priorità. E contro ogni probabilità, Obama è riuscito a persuadere i cinesi ad unirsi nell’impresa. Il che ha demolito l’argomento di quanti lamentavano che toccasse all’America l'onere maggiore e ha reso possibile l’accordo di Parigi del dicembre del 2015, nel quale 195 nazioni hanno sottoscritto un piano per ridurre le emissioni che stanno riscaldando l’atmosfera e minacciando il pianeta.

Non tutto è andato per il verso giusto, ovviamente. Nonostante i ripetuti appelli che ha rivolto agli americani non è riuscito ad eleggere Hillary Clinton, in modo da mettere al sicuro la propria eredità. E dopo due mandati, il Partito Democratico non è mai stato così debole dal 1920. I Repubblicani ora controllano la presidenza, il Senato, la Camera e buona parte dei governatori e delle assemblee statali. E secondo un commentatore Repubblicano come Peter Wehner, non si può intendere la presidenza entrante di Trump senza comprendere gli errori di quella uscente di Obama.

Resta il fatto che Barack Obama è stato un «transformational president», uno di quei presidenti che hanno contribuito a cambiare il Paese. Alcuni di questi presidenti, come Franklin Roosevelt e Ronald Reagan, hanno lasciato l’incarico ad un successore che ha portato avanti le loro idee. Altri non ce l'hanno fatta. La popolarità di Lyndon Johnson è stata demolita da una guerra disastrosa. Abramo Lincoln è stato ucciso ed il suo successore, Andrew Johnson, fu un Democratico del Sud che detestava le idee di Lincoln. E Obama, avendo salvato l’economia americana dalla rovina, rimodellato la sanità e le politiche ambientali e riformato la finanza, lascia l'incarico ad un uomo che si è fatto beffe del suo lavoro, ha messo in discussione perfino la validità della sua cittadinanza ed ha promesso di fare a pezzi tutto.

Conservatori e liberal sono ora entrambi uniti dalla convinzione che Donald Trump cancellerà l'intero progetto di Obama in un batter d'occhio. Ed entrambi si chiedono che cosa sopravviverà a Trump. Ma l'idea che tutto sia destinato a finire nel cestino è un po' troppo sbrigativa. Riflette in parte la convinzione (sbagliata) dei conservatori che Obama abbia contato principalmente su executive order facilmente reversibili e l’opinione liberal (altrettanto sbagliata) che il più delle volte si sia impantanato di fronte all’ostruzionismo repubblicano.

La verità è che Obama ha adottato soluzioni ponderate, serie e popolari per un rilevante numero di problemi per i quali i suoi avversari non avevano risposte praticabili. E i cambiamenti (spesso sottovalutati) di Obama si possono rivelare molto più duraturi di quanto credano nemici (gongolanti) e supporter (disperati). Lo ha documentato Jonathan Chait nel suo bilancio degli anni obamiani. Mi spiego con qualche esempio. Lo stimolo del 2009 comprendeva una detrazione fiscale per i redditi più bassi, il cui scopo principale è stato quello di mettere più soldi nelle tasche di gente che poteva spenderli subito. La cosa ha funzionato ed ha soddisfatto anche l’obiettivo sociale di lungo termine di rendere il fisco più progressivo.

Nel 2015 Obama ha raggiunto un accordo con il Congresso Repubblicano per rendere permanenti questi tagli delle imposte. In cambio, avrebbe reso permanenti una serie di sgravi fiscali per il business, sulla carta temporanei, ma che venivano prolungati sistematicamente anno dopo anno. Inoltre, nel 2013, l'amministrazione ha messo fine ai tagli delle tasse dell’era Bush per i redditi al di sopra dei 450.000 dollari. Il che ha causato il ritorno alle aliquote fiscali più alte dell'era Clinton. Col risultato che l'effetto combinato di tasse più basse per la classe media ed i poveri, tasse più alte per i ricchi e servizi sanitari dell'Obamacare, ha ridotto le entrate per quel 1% che guadagna di più di oltre il 5% e aumentato il reddito dei più poveri in media del 27%.

Sin dall’amministrazione Reagan, i Repubblicani hanno speso tutto il loro capitale politico per togliere il fardello fiscale dalle spalle dei ricchi e porlo su quelle di tutti gli altri, ed è molto probabile che Trump riproponga un grande taglio fiscale per i più ricchi. Ma non sarà facile per i Repubblicani annullare la riduzione delle imposte per quegli americani che faticano a tirare avanti. E più si daranno da fare per premiare i ricchi alle spalle dei poveri, più finiranno per compromettere l'immagine di Trump come sedicente nemico dell'élite. Gli sforzi per cancellare la politica fiscale di Obama avranno un costo politico enorme.

Certo, Obama aveva sperato che il suo successore avrebbe accelerato anche la rivoluzione dell'energia pulita che ha avviato. Un progetto ovviamente danneggiato dall'elezione di un presidente che ritiene che la scienza sul clima sia una bufala dei cinesi e che ha promesso di eliminare tutte le disposizioni federali sull'inquinamento di gas serra. A differenza di altre posizioni estreme, che infliggeranno un danno immediato a molti americani, l'opposizione di Trump a qualunque politica per rallentare il cambiamento climatico ha molte probabilità di rimanere in piedi, visto che i suoi effetti si vedranno solo nel lungo periodo. E contenere il cambiamento climatico non comporta soltanto di andare avanti con le politiche di Obama, ma implica la loro espansione e il loro approfondimento.

L'elezione di Trump ha reso naturalmente più incerto lo scenario positivo che si intravedeva alla fine del mandato di Obama. E il danno sarà probabilmente irreversibile: una volta scongelato, non è così facile ricongelare un ghiacciaio. Ma non significa che l'obiettivo di proteggere il pianeta dai peggiori effetti del travolgente cambiamento climatico sia disperato, o che Trump possa annullare quel che Obama ha realizzato. I conservatori non saranno disposti a pagare una bolletta dell'elettricità più cara solo per il privilegio di emettere più anidride carbonica. E neppure i risultati diplomatici di Obama potranno evaporare.

Nel 2014 ha stipulato un'intesa bilaterale di ampia portata sul clima con la Cina, gettando le basi per l'importante accordo siglato l'anno successivo a Parigi. Trump ha promesso di ritirarsi dall'intesa, ma è verosimile che se anche dovesse farlo, sia troppo tardi per mandarne in fumo i progressi raggiunti. Le città e gli stati americani (in particolare la California) hanno già cominciato gli sforzi per ridurre le loro emissioni molto al di là di quel che è richiesto da Washington. E anche le centrali elettriche americane hanno già raggiunto gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti per il 2024 dall'accordo di Parigi. Trump può certo ritardare il ritmo del cambiamento tecnologico e diplomatico che la rivoluzione energetica «verde» di Obama ha inaugurato (e questo frenata può avere conseguenze terribili), ma non può tornare indietro.

E veniamo all'Obamacare. In sintonia con i sentimenti del suo partito, in campagna elettorale Trump l'ha definita un disastro. Ma (privatamente) buona parte dei Repubblicani riconosce che la legge non è stata affatto un fiasco. Nonostante i loro sabotaggi e la loro resistenza spasmodica, la legge ha ridotto il numero dei non assicurati di 20 milioni, risparmiando addirittura denaro. Il governo federale ha speso, infatti, meno di quanto fosse preventivato prima del passaggio dell'Obamacare. E questo significa che i Repubblicani impazienti di fare a pezzi la riforma di Obama dovranno tirar via la copertura a milioni di americani che contano su quella legge per la loro assistenza medica (penalizzando, tra l'altro, medici, ospedali e assicuratori che si guadagnano la pagnotta fornendola). E qui Trump dovrà fare i conti con una logica politica molto semplice: è facile ostacolare nuovi benefici, ma è molto difficile cancellare quelli che ci sono già. In soldoni, il piano Repubblicano per eliminare l'Obamacare punta a votare l'abrogazione della legge, ritardarne l'effettiva abrogazione per parecchio tempo e poi creare un sostituto. «Abrogare e prendere tempo», insomma. In teoria sembra facile, ma presenta per i Repubblicani un rischio politico enorme.

Ci sono molti altri elementi dell'eredità di Obama che saranno difficili o impossibili da cambiare in maniera permanente. Le azioni che ha intrapreso per salvare l'economia, lo stimolo fiscale, le ristrutturazione bancarie, non possono essere cancellate. Così come le riforme (completamente ignorate) sull'istruzione. Va da sè che qualunque riassetto su larga scala del potere delle risorse nella vita americana (come dovunque) incontra inevitabilmente resistenze, a volte per decenni. Dopo che Lincoln è riuscito ad abolire la schiavitù, gli stati del Sud hanno lanciato una controffensiva violenta privando i loro concittadini afroamericani dei diritti elettorali, assoggettandoli ad un terrore costante per la loro incolumità e costringendoli in condizioni di sfruttamento lavorativo molto vicine alla schiavitù. I conservatori non hanno mai smesso di odiare le riforme di Franklin Roosevelt e la guerra contro i programmi del New Deal non è mai finita. I Repubblicani continuano ad attaccare i fiori all'occhiello dell'eredità di Lyndon Johnson come Medicaid e il Voting Rights Act. Incrementare le riforme, si sa, crea potenti nemici che non svaniscono. E come Obama ha osservato in un discorso nel 2014 alla LBJ Presidential Library: «La storia non procede soltanto in avanti; la storia può procedere all'indietro, può muoversi di traverso».

Non c'è dubbio che Trump - che ha già rivolto la sua voglia di spaccare tutto sul resto del mondo: le sue considerazioni dei giorni scorsi, in una serie di interviste sconnesse e spesso contraddittorie, hanno inasprito le tensioni con la Cina e fatto infuriare alleati e istituzioni decisive per la tradizionale leadership americana dell'Occidente - possa compromettere le fondamenta di un sistema di governo messo in piedi più di 240 anni fa, ma se dovesse farlo non sarà soltanto l'eredità di Obama ad essere cancellata, sarà in discussione il lascito di ogni presidente da Washington in poi.

Ovviamente, il futuro non è predeterminato. Dipende dalle nostre azioni e dalle nostre scelte. E per proteggere, realizzare e, in qualche caso, restaurare l'eredità di Obama, i Democratici dovranno chiamare a raccolta la gente attorno ad essa. Se sostenitori di Obama difenderanno i pilastri della sua eredità, anziché accettare in modo rassegnato la sua distruzione, allora il lascito potrà resistere agli attacchi frontali. E se gli interventi di Obama dovessero venire cancellati, allora i suoi sostenitori si dovranno organizzare per abrogare l'abrogazione quando ne avranno l'opportunità.

Le precedenti generazioni americane sanno che c'è stato un tempo in cui era impossibile immaginare che la schiavitù venisse abolita, che alle donne venisse concesso il diritto di voto, che le regole valessero anche per il business. In genere, i progressi tendono ad avvenire con improvvisi grandi balzi per poi arretrare. La presidenza di Obama rappresenta uno di questi balzi in avanti. E la sua visione ha incarnato il futuro dell'America. I suoi avversari desiderano restaurare un passato di rigide gerarchie sociali, con uno stato debole che cede di fronte ai potenti. Ma in questi anni è stato Obama, e non i suoi avversari, a rappresentare i valori dei giovani americani e del mondo che un giorno abiteranno. Non per caso, si va dicendo che Obama abbia in mente di proporsi come mentore per una nuova generazione di leader democratici. E parlando al Lehman College dei suoi programmi futuri, ha detto che continuerà a combattere le disuguaglianze economiche e sociali: «Questa rimarrà una missione per me e per Michelle non solo per quel che resta della mia presidenza, ma per il resto della mia vita».