Duterte

Sono 3500 i morti nelle Filippine nelle ultime dieci settimane, da quando il nuovo presidente è Rodrigo Duterte. Sono i caduti della nuova guerra alla droga.

Duterte ha fatto notizia anche ultimamente per aver dato del “figlio di puttana” a Barack Obama. Ma sono soprattutto quei morti, più che le parole nei suoi comizi, a pesare sulla coscienza della nazione. E’ ferma la condanna della Conferenza Episcopale, in un paese all’80% cattolico che sembra aver improvvisamente dimenticato i suoi principi: “la dignità umana va sempre protetta, e la nobiltà di ogni persona umana continua a brillare nonostante le cicatrici del crimine e del peccato”, dice il presidente della Conferenza Episcopale. I tossicodipendenti, “sono fratelli malati che hanno bisogno di guarigione…meritano una nuova vita e non la morte. Sono pazienti che implorano per una cura […]. Possono essersi comportati come canaglie e rifiuti umani, ma l’amore salvifico di Gesù Cristo è innanzitutto per loro. Nessun uomo o donna può mai essere indegno dell’amore di Dio”.

Sono i tossicodipendenti, oltre ai veri o presunti spacciatori di droga, il principale bersaglio della nuova campagna di repressione. Una vittima della campagna, Harra Besorio, testimoniando in Senato, racconta i metodi brutali della polizia: un’irruzione all’alba, senza mandato, il compagno e il padre di lui sono prelevati e non tornano più vivi. Il compagno era un piccolo spacciatore, il padre non c’entrava nulla. La polizia dice che (in commissariato) abbiano provato a rubare la pistola a un agente. La giustificazione per ognuno di questi omicidi extragiudiziali è un tentativo di resistenza all’arresto, vero o presunto che sia. Ma il peggio non è la polizia, che ammette circa la metà di queste migliaia di morti, bensì le squadre di vigilantes, che lasciano segni e avvisi di star lontani dalla droga, poi passano all’azione colpendo chi decidono loro e come vogliono loro.

Duterte è stato regolarmente eletto alla presidenza delle Filippine, non è un dittatore che ha preso il potere con la forza o la frode. Prima di diventare capo di Stato era stato per 22 anni quasi filati il sindaco della città di Davao, nelle Filippine meridionali. Nella sua campagna elettorale non ha fatto mistero delle sue intenzioni: “Dimenticatevi i diritti umani. Se mi insedierò al palazzo presidenziale, farò quel che ho fatto da sindaco. Voi spacciatori, ladri e fannulloni, fareste meglio a scappare. Perché io vi ucciderò. Vi getterò tutti nella baia di Manila, ingrassando i pesci con i vostri cadaveri!”. Ha promesso di uccidere almeno 100mila criminali, di risolvere il problema della delinquenza nei suoi primi sei mesi di mandato. Al momento della sua vittoria, nella prima conferenza stampa, ha ribadito il concetto: “Sarò un dittatore contro tutti gli uomini cattivi e malvagi. Lo sarò anche a costo della mia posizione o della mia vita. Non mi fermerò. Questo è un impegno solenne”. E anche a proposito dei suoi stessi figli: “Sono pronto ad ammazzarli, se dovessi scoprire che si drogano”.

Nella sua esperienza di sindaco, ha dimostrato in lungo e in largo di applicare sul serio la sua ricetta. Davao era piagata dal terrorismo del Partito comunista clandestino delle Filippine e da un altissimo tasso di criminalità. Contro i comunisti, i cittadini hanno avuto la possibilità di armarsi e di difendersi in proprio. Non solo sono stati combattuti i brigatisti rossi filippini della Nuova Armata Popolare, ma gli squadroni di vigilantes così formatisi hanno creato loro stessi gravi problemi di ordine pubblico, eliminando anche i loro rivali. Duterte ha ripristinato l'ordine, in 22 anni quasi continui di sue amministrazioni, ma il prezzo umano è altissimo: sono 1400 le esecuzioni extragiudiziali contate nella città meridionale. Un ex killer, in un’audizione in Senato di due giorni fa, ha testimoniato che il sindaco Duterte ordinasse le esecuzioni.

Almeno un’uccisione extragiudiziale sarebbe stata commessa personalmente dall’attuale presidente. “Questo mostro infernale è un Pol Pot che non esiterà a uccidere masse di persone. Nuovi campi di sterminio come in Cambogia saranno un fenomeno diffuso se Duterte diventa Presidente”, avvertiva il vescovo Antonio Ledesma durante la campagna elettorale. Eppure la maggioranza di un paese a maggioranza cattolico ha preferito votare un “mostro” sapendo che fosse un “mostro”. Perché? Elettori presi a campione nelle interviste danno all’incirca tutti la stessa risposta: la promessa di redistribuire i soldi ai poveri. E il ripristino dell’ordine a Davao. Il primo scopo è dunque la redistribuzione delle ricchezze, in un paese in via di sviluppo in cui il divario fra ricchi e poveri è ancora molto forte. Poi: l’ordine pubblico, la cui assenza colpisce soprattutto i ceti più poveri e più esposti al crimine e alla droga. E’ in questo ambiente che matura l’odio contro le élite corrotte, poche famiglie che controllano tutta la ricchezza del paese, “trapos”, come le chiamano spregiativamente nelle Filippine. Duterte afferma di aver vinto una “lotta di classe”.

E’ prevalsa la voglia di un giustiziere della notte che ruba ai ricchi per dare ai poveri, uccide i violenti e ripulisce la società dagli indesiderati (i drogati, in questo caso). Questa è la nuova ricetta letale di un potere arbitrario che non si impone con la forza a masse dissenzienti, ma viene eletto da una massa osannante, facendo leva sui suoi vizi più forti: l’invidia sociale e la paura. Non è un uomo forte che sfida la democrazia, ma uno che la usa, la cavalca, per arrivare al vertice. Si rinnesta il rapporto diretto fra capo e popolo, saltando i corpi intermedi. L’azione del potere è diretta e scavalca le “lungaggini” delle leggi, legittimato dalla maggioranza. I diritti individuali sono rimpiazzati dalla volontà del popolo, espressa nel voto. Alexis De Tocqueville, nell’Europa dell’Ottocento, all’alba delle democrazie, chiamava tutto questo: “tirannia della maggioranza”, il peggior rischio di degenerazione del sistema politico appena nato. Questo succede nelle Filippine, un paese asiatico in via di sviluppo. Noi in Europa ci siamo già passati: i totalitarismi erano regimi delle masse e per le masse. Siamo sicuri che non possa succedere ancora?