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Nell'intervento lungo e pensato per la riunione dei gruppi parlamentari del PD sulla legge di stabilità il Presidente del Consiglio Renzi ha fatto una diagnosi sulle ragioni della crisi italiana, addebitandola per il 50% ad un deficit di riforme e per il restante 50% a un deficit di fiducia. Senza dirlo in modo esplicito, Renzi ha spiegato che se l'attività dell'esecutivo fino ad oggi è stata improntata a un'operazione-riforme, con questa legge e con le scelte di politica economica e fiscale in essa contenute il governo intende avviare una formidabile operazione-fiducia. Dove la fiducia sta sia per la speranza di avere o essere qualcosa di meglio, sia per la sicurezza di non scivolare verso qualcosa di peggio.

Provando a decriptare il senso delle sue parole, la tesi (e la scommessa) di Renzi sembra essere questa: perché gli italiani tornino ad avere fiducia e continuino a sostenere l'azione di governo devono essere rassicurati e le rassicurazioni devono essere le più ampie per la platea più ampia possibile di beneficiari e quindi riguardare ciò che sta loro più a cuore o che maggiormente li irrita e li preoccupa. La scelta degli interventi sulla Tasi e sul contante o dei non interventi su altri dossier - dalla spending review alla riqualificazione della spesa sociale - si giustificano politicamente su questa base e sono un complemento essenziale delle "rotture" - cioè delle riforme - più o meno costose e controverse, ma necessarie per rimettere in moto la macchina-Italia.

Da questo punto di vista non conta che le garanzie che gli italiani chiedono più pressantemente (e che riguardano in generale la tutela di posizioni acquisite o di rendite consolidate) siano incoerenti o contraddittorie con le riforme davvero utili per tornare a crescere o con le domande di cambiamento culturalmente più consonanti con la rottamazione dello status quo. Rappresentano comunque un vincolo, che si può provare a gestire, ma che è imprudente e velleitario fronteggiare, mettendone apertamente in discussione l'utilità ai fini generali.
Renzi queste cose non solo le pensa, ma sostanzialmente le dice, anche se in modo non così esplicito.

Il carattere particolaristico del mercato politico italiano - anche nelle sue dinamiche formalmente maggioritarie - è purtroppo un elemento costitutivo della nostra democrazia di scambio. Si può pensare di fare evolvere il sistema verso esiti più efficienti - sembra dire Renzi - non provare a modificarlo nei suoi elementi strutturali, perché questo, prima che giusto o sbagliato, sarebbe democraticamente impossibile. D'altra parte il rapporto tra consenso e governo è il problema fondamentale di chi esercita responsabilità politiche e in Italia rimane da oltre un ventennio un problema irrisolto, al punto che si è giunti a teorizzare che le riforme passino tutte da un "passo indietro" della politica e che quindi "governare" e "prendere voti" siano due mestieri diversi e praticamente incompatibili.

Renzi, che vuole rimanere in sella senza farsi scalzare dall'impopolarità, ma sa anche che il quieta non movere non è più concretamente un'opzione possibile, perché in troppi settori l'immobilismo è l'anticamera del degrado e non solo del declino, prova a far tornare i conti modulando rotture e rassicurazioni su uno spartito, per così dire, polifonico, dove più voci e più messaggi si sovrappongono e provano a colpire, in modo indipendente, diversi settori dell'elettorato, secondo un principio di assoluta trasversalità sociale, culturale e ideologica. Renzi scommette che il saldo di quest'operazione possa essere positivo, cioè elettoralmente vincente, perché in grado di intercettare una maggioranza composita, sommando istanze di protezione e di riforma, e gestendole tutte in modo responsabile e comunque più affidabile di quanto farebbero gli "avventurieri" che gli si oppongono.

Insomma, il premier è sulle piste della sua maggioranza silenziosa e confida che, come sempre avviene, rimanga nascosta nei sondaggi, per palesarsi rumorosamente nelle urne (è già successo, del resto, alle elezioni europee). L'operazione potrebbe funzionare, ma non sarebbe priva di controindicazioni politiche, a partire da quella di rappresentare prevalentemente le istanze di un elettorato vecchio e diffidente non solo delle "avventure", ma di qualunque cambiamento.

@carmelopalma