Profezia morale. Il NO ai totalitarismi di Camus parla al nostro presente
Diritto e libertà

Gennaio 1960: Albert Camus aveva appena trascorso le vacanze di Natale nella regione del Vaucluse, dove aveva acquistato una casa con i soldi del Premio Nobel ricevuto due anni prima. Come sua abitudine, sarebbe dovuto tornare a Parigi in treno. Aveva già prenotato il biglietto. All'ultimo minuto, il destino decise diversamente. Il suo editore, che era anche suo amico, gli suggerì di viaggiare in auto con la moglie e la figlia. Accettò. La morte lo attendeva sulla strada, vicino a un piccolo villaggio nel dipartimento dell'Yonne. Un incidente stradale come tanti altri. Camus morì sul colpo. Albert Camus, filosofo, scrittore, drammaturgo e premio Nobel per la letteratura, è stato una delle voci più profonde e più fraintese del ventesimo secolo.
Nonostante il rancore e quasi dieci anni di totale silenzio, quando Camus morì, Sartre scrisse un commovente e celebre elogio funebre. In quel testo, Sartre riconobbe la grandezza dell'ex amico e l'importanza della sua integrità morale: "C'era in lui un'ammirevole solidità morale che sembrava quasi un po' antiquata ai giorni nostri. Aveva riaffermato l'esistenza del fatto morale contro i machiavellici e contro il vitello d'oro del realismo storico."
Sartre definì la morte di Camus come un evento profondamente assurdo e scandaloso per la cultura francese, aggiungendo:
"L'uomo che muore a cinquant'anni si trova in un'interruzione brusca, la sua vita si ferma nel bel mezzo di un salto. Ma per Camus, la sua scomparsa improvvisa è lo scandalo di una fine non necessaria. [...] Eravamo bisticciati, io e lui: un bisticcio non è nulla, anche se non ci si vede più. [...] Camus rappresentava nel nostro secolo l’attuale erede di quella lunga linea di moralisti le cui opere costituiscono forse ciò che vi è di più originale nella letteratura francese."
La rottura tra Albert Camus e Jean-Paul Sartre avvenne nel 1952 a causa di profonde divergenze politiche e ideologiche incentrate sulla violenza rivoluzionaria e sull'Unione Sovietica.
Sartre riteneva che, per raggiungere una società socialista, fosse storicamente necessario appoggiare l'URSS, giustificando anche la violenza di Stato ("bisogna rompere le uova per fare una frittata"). Camus, al contrario, rifiutò categoricamente i gulag staliniani e i totalitarismi, affermando che nessuna causa futura potesse giustificare la sofferenza umana reale nel presente.
Nel 2009, Nicolas Sarkozy, propose il trasferimento delle spoglie di Camus al Pantheon in occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa ma la famiglia si oppose: Henri Guaino, plume e consigliere speciale di Sarkozy scrisse un discorso immaginario per celebrare il grande scrittore. Guaino ci spiega che Camus rifiuta l'idea che "tutto sia lecito" quando ciò significa che non ci sono limiti e nulla è proibito. A coloro che proclamano che "tutto è lecito" perché tutto è uguale, Camus, risponde con la voce di suo padre: "No, un uomo non dovrebbe concedersi tutto; un uomo si controlla. Questo è ciò che è un uomo".
Affermare che tutto è equivalente, che il bene e il male possono essere definiti a piacimento, significa correre l'enorme rischio di aggiungere ingiustizia all'ingiustizia. Mentre gli uomini dovrebbero "affermare la giustizia per combattere l'eterna ingiustizia, creare la felicità per protestare contro l'universo della sventura, riscoprire la loro solidarietà per combattere contro il loro ripugnante destino". "E non ci sono altre ragioni se non l'uomo", dice Camus, "ed è l'uomo che deve essere salvato se vogliamo salvare la nostra idea di vita". A coloro che proclamano che “tutto è permesso” per garantire la futura salvezza dell’umanità, egli replica: “Quanto sangue è stato versato, quante persecuzioni, quanti processi per raggiungere un fine che nulla giustifica e che non arriverà mai perché non c’è fine alla Storia?”. E si rifiuta di “mascherare un’ingiustizia perpetua con la promessa di una giustizia assoluta”.
Di fronte a tutte le profezie rivoluzionarie che hanno insanguinato il mondo e giustificato il terrore sacrificando ciò che è a ciò che sarà, Camus eleva l'esortazione alla dignità dell'uomo nell'unica vita che gli è concessa: quella che si conclude con la morte. Di fronte al silenzio assordante di tanti intellettuali, egli alza la voce e agisce per dimostrare l'orgoglio dell'essere umano esprimendo questo rifiuto, che non è mai una resa. Ha contro tutti i partiti perché non si è schierato con nessuno, e contro tutte le scuole di pensiero perché non si identifica con nessuna. Pone la libertà di pensiero e di espressione al di sopra di ogni altra cosa. Vuole essere libero di difendere le libertà e di esigere giustizia. Vuole essere libero di riconoscere la verità in qualsiasi schieramento.
Vuole essere libero di condannare le menzogne da qualunque parte provengano. Vuole poter proclamare che qualsiasi idea, anche buona, se spinta alle sue logiche conseguenze, diventa sempre una pessima idea e talvolta persino criminale. Dice che dobbiamo desiderare la libertà, la giustizia e la pace. Ma che non dobbiamo mai desiderarle a qualsiasi costo.
Perché la libertà a qualsiasi prezzo sacrifica la giustizia, e la giustizia a qualsiasi prezzo sacrifica la libertà. Quanto alla pace a qualsiasi prezzo, essa sacrifica sia la libertà che la giustizia. Camus afferma che ogni assolutismo è pericoloso e che dietro ogni assolutismo si celano i grandi inquisitori e i processi. Non risparmia nessuno, e nessuno risparmia lui. Questa è, in sostanza, la sua gloria e la sua grandezza. Perché la grandezza della rivolta risiede innanzitutto nella forza di ciò a cui si oppone. E questo ribelle non ha mai cessato di opporsi a forze più grandi di lui. Il miracolo è che alla fine le ha sconfitte.
La storia, scrive Guaino, ha dimostrato che i suoi detrattori avevano torto e che lui aveva ragione. Col senno di poi, i crimini che a lui sembravano intollerabili sono diventati intollerabili per tutti. La nostra epoca ha conferito all'opera di Camus una risonanza che nessuno dei suoi oppositori avrebbe potuto immaginare. I falsi profeti che predicevano la fine della storia e della tragedia si sbagliavano, a prescindere dalla loro ideologia. La storia non è finita: rimane tragica. La politica non serve a cancellare la tragedia, ma ad affrontarla.
Lo sappiamo meglio dei suoi contemporanei perché abbiamo aperto gli occhi sulle lezioni del XX secolo. Ora sappiamo cosa rischiamo se soccombiamo alla cecità del passato. Ma per quanto tempo ancora sapremo resistervi? Quest'uomo, prima di molti altri, ha detto ciò che dovevamo sapere. Il XX secolo ha vissuto su vasta scala il terrore poliziesco, l’orrore dei campi di concentramento e dei Gulag. Successivamente, il crollo dei blocchi e il vento di libertà post-Guerra Fredda, hanno rimesso la questione dell’umanità al centro del pensiero. Oggi, in mezzo al vasto cimitero delle ideologie, la voce di Camus risuona ancora più forte che durante la sua vita.






