Un panorama analitico. Il Terzo Settore italiano alla prova di futuro
Diritto e libertà

C'è una fetta d'Italia che si impegna e che ogni giorno muove miliardi di euro, impiegando centinaia di migliaia di persone, tenendo in piedi buona parte del welfare del Paese: il tutto con ben poco rumore di sottofondo. È il terzo settore, galassia di associazioni, cooperative sociali, fondazioni, organizzazioni di volontariato e imprese sociali che risponde a quei bisogni che Stato e mercato non riescono pienamente a soddisfare, riempendo quel rilevante spazio di mezzo.
Parliamo di un pilastro silenzioso dell'economia italiana, per il quale i numeri sono inequivocabili: il settore non profit genera infatti un valore economico annuo di circa 84 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL nazionale, impiegando oltre 800.000 lavoratori e coinvolgendo circa 4,6 milioni di volontari. Tra il 2019 e il 2025, in quanto a persone occupate coinvolte, il terzo settore è cresciuto del 20%, mostrando particolare vivacità.
Ancora, sul fronte delle donazioni, nel 2024 quasi 18 milioni di contribuenti (42,2% del totale) hanno scelto di destinare il proprio 5 per mille a un'organizzazione del terzo settore, segnando un record storico. Eppure, sotto questa superficie di sviluppo e crescita, si nascondono tensioni e sfide che rischiano di frenare il futuro di un settore diventato strategico per il sistema Italia.
Dal punto di vista strettamente normativo, il 2017 ha rappresentato un punto di svolta con l'approvazione del Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017), la riforma più ambiziosa mai tentata nel Paese in questo ambito. L'obiettivo era chiaro: razionalizzare un sistema frammentato e garantire maggiore trasparenza, ridefinendo il rapporto tra enti non profit e pubblica amministrazione, anche sulla base di incentivi fiscali più efficaci. A distanza di quasi un decennio, il bilancio non è del tutto positivo.
Molte realtà associative hanno completato l'adeguamento dei propri statuti ai requisiti del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (al 2025, il RUNTS supera i 140.000 enti iscritti, segnando un avanzamento importante riguardo a trasparenza e visibilità del comparto), ottenendo un formale riconoscimento amministrativo. Le normative in continua definizione hanno però imposto nuovi oneri, particolarmente impattanti verso le organizzazioni più piccole, che spesso faticano a mantenere solidità e a garantire la ricerca di nuovi addetti. Il risultato finale è spesso quello di spegnere le spinte di azione quotidiana, limitando l'elemento di distinzione del Terzo Settore, ossia la capacità di intercettare i bisogni della società civile, in particolare le fragilità così trasversalmente diffuse.
Un problema importante, inoltre, riguarda la frammentazione istituzionale delle competenze: quelle in materia di economia sociale sono ancora divise tra almeno tre amministrazioni centrali, Ministero del lavoro, Ministero dell'economia e Ministero delle imprese. A queste si aggiunge il Ministero della Salute per tutto ciò che riguarda i servizi sanitari, che nella dimensione extra-ospedaliera diventano a carico delle realtà no profit. Questa dispersione, chiaramente, rallenta decisioni, causando sovrapposizioni e impedendo una governance ordinata e coerente del settore.
Esiste poi una questione, che può sembrare forse relativa ma fondamentale per una dimensione di medio-lungo periodo, riguardante il ricambio generazionale. Si pensi al volontariato: il volontariato tradizionale (composto di militanza stabile e appartenenza associativa di lungo periodo) è sostanzialmente andato in crisi, sostituito tra i più giovani con un modello radicalmente diverso. Questo resta infatti meno attrattivo per le giovani generazioni, le quali mostrano una crescente preferenza per forme di impegno flessibili e orientate a progetti specifici, il cosiddetto volontariato "liquido" e a geometria variabile - episodico, tematico.
Da un lato il fenomeno esprime un dinamismo civico genuino, dall'altro mette in difficoltà organizzazioni che si fondano su una presenza costante di persone. Ciò vale, a maggior ragione, nelle realtà di terzo settore che non riescono a integrare professionalmente i più giovani nelle proprie organizzazioni, privandosi del principio del reverse mentoring, fonte di sviluppo intergenerazionale. Sul fronte economico, emerge che il volume assoluto delle donazioni cresce, ma si riduce la base dei donatori. Si registra infatti un calo del 6,8% di donatori nel 2024 rispetto al 2023, con la percentuale di italiani che donano a realtà non profit passata dal 59% al 55% della popolazione.
Entra qui in gioco una polarizzazione da non sottovalutare: pochi grandi donatori sostengono sempre di più, mentre la donazione "popolare" si riduce. Aprendo una parentesi a livello comparato con altri paesi comunitari, secondo i dati raccolti dall'Agenzia dell'Unione Europea per i Diritti Fondamentali il 65% delle organizzazioni ha difficoltà a reperire risorse adeguate - e il 44% ha visto tagliare o congelare i fondi nel 2024.
In generale, il terzo settore ha caratteristiche molto diverse da paese a paese: in Francia risultano attualmente registrate 2 milioni di associazioni; in Belgio, la cui popolazione è circa cinque volte inferiore a quella italiana, si contavano 110.000 associazioni attive nel 2017; la Germania ha almeno 23.000 fondazioni, contro le quasi 8.000 italiane, numeri che descrivono modelli culturali e istituzionali decisamente differenti.
Restando alla Germania, per esempio, il settore non profit è storicamente intrecciato con le grandi organizzazioni di welfare confessionale (Caritas, Diakonie) e sindacale, in un sistema di sussidiarietà strutturata che garantisce risorse stabili e riconoscimento istituzionale forte. Nel Nord Europa - Svezia, Danimarca - il terzo settore opera in un ecosistema di welfare universalistico che ne esalta il ruolo di innovazione sociale e di incidenza dell'advocacy, più che di erogazione diretta di servizi.
La Gran Bretagna ha sviluppato invece un'ossatura fortemente orientata a mercato e filantropia privata, con una regolamentazione centralizzata attraverso la Charity Commission. Una conformazione che garantisce efficienza e capacità di raccolta fondi, ma che espone le organizzazioni alle fluttuazioni del mercato e alle strette di politica economica del governo di turno.
L'Italia si colloca in una posizione intermedia e peculiare, rispetto agli stati passati in rassegna: ha una tradizione di radicamento civico territoriale molto forte (specialmente al Centro-Nord), un sistema cooperativo tra i più sviluppati d'Europa, ma anche un quadro giuridico storicamente disorganico, caratterizzato da forte pressione normativa, e una dipendenza eccessiva dai finanziamenti pubblici, con tutto quel che ciò comporta in termini di vulnerabilità politica. Nonostante le difficoltà evidenti, il terzo settore di casa nostra sta attraversando allo stesso tempo una fase di rinnovamento dei modelli relazionali con il settore pubblico.
Negli ultimi anni sono sensibilmente cresciuti gli avvisi di coprogrammazione e coprogettazione, indicando che la collaborazione con le istituzioni pubbliche sta diventando ordinarietà, nella realizzazione del welfare sociosanitario. La coprogettazione (il modello in cui enti pubblici e organizzazioni non profit progettano insieme i servizi, invece di ricorrere al semplice appalto) rappresenta una delle evoluzioni più promettenti, perché permette di valorizzare le competenze specifiche del terzo settore, avvicinando i servizi ai bisogni reali delle comunità, tramite la costruzione di alleanze stabili tra pubblico e privato sociale. Tuttavia, per consolidare questa trasformazione servono formazione specifica per i funzionari, risorse adeguate e strumenti di valutazione dell'impatto sociale condivisi e affidabili.
Per concludere, il terzo settore italiano si trova a un bivio: da un lato, i numeri confermano una crescita reale in termini di occupazione e radicamento istituzionale. Dall'altro, le sfide strutturali - sostenibilità economica, frammentazione normativa, divario geografico e questione generazionale - non sono più rinviabili. La riforma del 2017 ha dato al settore canali nuovi, ma la vera trasformazione richiede un salto culturale.
Da una logica di supplenza dello Stato a una di protagonismo nella co-costruzione del welfare, verso la strada del welfare generativo, che ha bisogno di organizzazioni più capaci di misurare e comunicare il proprio impatto, più aperte alla collaborazione con il mondo politico-istituzionale. E necessita di uno Stato che smetta di vedere il terzo settore come un erogatore di servizi a basso costo, riconoscendone invece il valore politico, ossia quello di contribuire, nel quotidiano, all'architettura della coesione sociale, fondamento e presidio di convivenza democratica e stabilità sistemica.






