I conti dell'Ucraina con l'antisemitismo
Diritto e libertà

Quando uno Stato o una popolazione è vittima di un attacco ingiustificato, criminale, illegale, non esiste caratteristica di quello Stato o di quella popolazione, non esiste difetto civile o morale o democratico di quello Stato o di quella popolazione, non esiste colpa - che sia passata o attuale - di quello Stato o di quella popolazione ingiustamente aggredita, che possa anche solo remotamente far ipotizzare che l’aggressione sia in qualche modo giustificabile, in qualche modo scusabile.
Perché il diritto di uno Stato di non essere aggredito in quel modo, e cioè in modo ingiustificato e criminale, non è un diritto che si merita: è un diritto che si ha. E quello Stato ingiustamente aggredito ha tutto il diritto di difendersi, ha tutto il diritto di chiedere aiuto, ha tutto il diritto di lamentare l’ingiustizia dell’aggressione che ha subito senza dover esibire titoli di buona condotta democratica.
Ma questo è un fronte del discorso, soltanto uno. L’altro fronte - che, attenzione, non contrasta il primo, ma esiste - l’altro fronte riguarda la storia di quel paese, e riguarda la capacità di quel paese di fare i conti con la propria storia.
Ora, l’Ucraina ha una storia di cui si parla poco, e meno ancora si parla del fatto che l’Ucraina non ha fatto i conti con la propria storia. Che - attenzione - è ricca, ricchissima, perché per esempio i memoriali della Shoah, i luoghi della memoria dei giusti sono pieni, sono ricolmi di nomi di ucraini che hanno difeso gli ebrei, ucraini che hanno salvato o tentato di salvare gli ebrei. Ma le loro sono storie di onore e di coraggio affogate nel sangue dei più mostruosi massacri di ebrei, e questo non solo durante la seconda guerra mondiale ma anche ben prima.
Dopo l’assassinio Alessandro II in Ucraina si sviluppò una fiammata antisemita semplicemente spaventosa: una lunga teoria di pogrom, di assassini di massa, di stupri di massa, di saccheggi che avvenivano in molte città ucraine, a Kiev, a Odessa, e poi nei centri più piccoli, nelle campagne.
E così nel 1918, nel 1919, nel 1920, nel 1921: oltre 1.000 pogrom in centinaia di località ucraine, con 100.000 ebrei uccisi. 100.000 ebrei uccisi in massacri che erano perpetrati non solo da militari ma da civili, da formazioni di bolscevichi, da bande di contadini.
E così dopo, durante l’avanzata nazista. 100.000 ucraini si arruolarono nelle forze di polizia, quelle che presero a sterminare gli ebrei con la collaborazione delle milizie nazionaliste ucraine e ancora una volta con l’aiuto di parte della popolazione locale.
Sono cose poco conosciute. Non appartengono al patrimonio comune.
In due giorni nel 1941 la polizia ausiliaria ucraina collaborò allo sterminio di 33 mila ebrei, in due giorni. Un milione e mezzo di ebrei furono uccisi in Ucraina. Un milione e mezzo con l’attiva partecipazione di formazioni armate e di polizia ucraine e con l’attiva partecipazione di parte della popolazione ucraina. Un milione e mezzo.
E l’Ucraina non ha mai fatto i conti veramente con questo suo passato. Strade e statue intitolate ai responsabili dei massacri di ebrei continuano a esistere e continuano a essere onorate; e quei responsabili continuano a essere celebrati come eroi ucraini. E questo passato ucraino - che non è “il” passato ucraino, è parte del passato ucraino - non è stato neppure rimosso, perché rimuoverlo significa riconoscerlo: e il patrimonio di sensibilità comune degli ucraini non l’ha mai riconosciuto.
E le ambiguità, le ipocrisie di certa retorica ucraina quando giustamente reclama protezione e chiede aiuto per difendersi dall’orrenda violenza di cui è vittima questo paese aggredito; le ambiguità e le ipocrisie di certa retorica pro-ucraina che altrettanto giustamente si spende in favore di quel popolo aggredito, ecco, dipendono proprio da quel mancato riconoscimento.






