Israele Palestina grande

Il mancato riconoscimento dello Stato di Palestina, con riferimento al mondo occidentale e almeno fino alla scaltra scelta di Macron e ai suoi effetti a cascata, si basa su questioni cruciali, nel merito e di metodo. Intanto, cosa si intende con il riconoscere la Palestina, oggi? Identificare chi e cosa, quale autorità? Con che organo o realtà quindi interfacciarsi?

A livello internazionale non c'è stata - e pare non esserci ancora - una uniformità nei parametri dello stesso riconoscimento, con Paesi (e Capi di Stato e di Governo) che utilizzano paradigmi di individuazione a proprio uso e consumo: spesso e principalmente come rivendicazione della propria leadership.

In questo senso potrebbe servire - o sarebbe potuta servire - una vera azione diplomatica europea congiunta, condotta, in sintonia, almeno dai Paesi più virtuosi, sulla base di una affermazione valoriale di principi comuni da tutelare. Se non esiste un codice univoco di riconoscimento, infatti, il rischio è di rimanere ancorati a formule vuote, in cui mancano i termini della questione.

Il solo portato è quello di alimentare false speranze verso la martoriata popolazione civile palestinese, insieme ad astuti quanto modesti risultati comunicazionali, nei confronti di società domestiche che vivono fin troppo di immediatezza, messaggi privi di significato e polarizzazioni violente.

Quel che può andare ora in soccorso all'Occidente (o almeno all'Europa) nel "codificare" i principi del riconoscimento, quasi paradossalmente, è la posizione espressa dalla Lega Araba alle Nazioni Unite. Partendo da insindacabili parametri di censura verso chi oggi intrappola la corsa alla libertà dei palestinesi, la confederazione delle ventidue nazioni arabe (molte delle quali non hanno mai riconosciuto Israele, attaccandolo anche militarmente in passato), pone delle condizioni decisive e non accantonabili: condanna del 7 ottobre per la prima volta (quasi assurda per il ritardo, ma tant'è), rilascio immediato degli ostaggi, ritiro di Hamas da Gaza (con consegna delle armi all'Autorità nazionale palestinese e contestuale controllo del territorio), con l'Autorità ad avviare un riconoscimento reciproco e dunque la fine della lotta armata, verso una soluzione a due stati e uno Stato palestinese smilitarizzato. Una posizione rivoluzionaria, senza precedenti per quell'area, sicuramente concreta e condivisibile, ad oggi forse l’unica accettabile.

Il fatto che le più forti forme di pressione politica su Hamas provengano da Paesi arabi - oltre ovviamente dai gazawi che si ribellano ai terroristi, abbandonati dagli stessi Stati occidentali che mai hanno sostenuto con decisione le proteste - è sì sconfortante, poiché sottolinea gli errori di fondo del mondo libero, ma del resto rimane necessario. D'altra parte, chi può assumere impegni di questa portata, se non una coalizione di volenterosi composta da Paesi arabi in funzione anti-Hamas, come pure pare prefigurarsi, e Paesi europei? Insieme alla critica al governo israeliano per crimini di guerra e violazione del diritto internazionale deve esserci anche questo, almeno se si vuole iniziare a promuovere un riconoscimento che sia comune e quindi effettivo.

Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich devono finire all’Aja al pari di Putin, ma chiunque non condanni Hamas e non chieda la liberazione di Gaza dai terroristi che la sottomettono non è dalla parte dei palestinesi e non vuole la pace in Medio Oriente. Anche perché l'esecutivo Netanyahu pare piuttosto insensibile nei confronti delle sole pressioni delle opinioni pubbliche occidentali. Dal punto di vista israeliano, riconoscere la Palestina con la sola scorciatoia-slogan propagandistica, potrebbe significare accettare una dinamica che è stata messa in moto da un brutale atto terroristico, generando l'investitura di Hamas nel governo di uno Stato e creando un pericoloso precedente in termini di legittimazione. Questo causerebbe ulteriore irrigidimento, verso una entità che ha nel proprio statuto la cancellazione di Israele.

Quel che è certo è che uno Stato palestinese dovrà per forza di cose nascere con consenso diffuso dei paesi arabi (dal piano Peel del 1937 al piano Olmert del 2007 - non solo quindi negli ultimi decenni di trattative dagli Accordi di Oslo del 1993 in poi - per sette volte la Palestina non è nata proprio a causa della contrarietà degli attori del mondo arabo). Fondamentale sarà perciò una forza di interposizione araba, che possa inoltre porre enfasi sullo svolgimento di elezioni in tutti i territori palestinesi, dopo diciannove anni, in seguito alla vittoria di Hamas, conseguente alla guerra civile contro Fatah. Iniziare a promuovere tale riconoscimento in Europa va fatto quindi con visione, seguendo uno schema comune, incarnato sui principi di libertà e stato di diritto.

Il meccanismo parte dal miglioramento della qualità dell'informazione, che deve ricostruire con precisione quanto sta avvenendo in quei territori, dando spazio soprattutto ai gazawi e a iniziative come quelle della Lega Araba. Molte azioni del governo israeliano sono e sono state criminali, e come tali inqualificabili, facendo male anche agli ebrei di tutto il mondo. Senza chiamare in causa e sviscerare la profondità di un sentimento antisemita mai scomparso nel Continente (come dimostrano casi di cronaca recenti), nel luogo che l'ha partorito, si deve però allo stesso tempo affermare che quanto succede a Gaza è senza trasparenza alcuna: abbiamo poche fonti, maggioranza delle quali rispondono ad Hamas e sono filtrate dalle sue ramificazioni.

Negli ultimi giorni abbiamo visto rilanciare video di attivisti palestinesi che non hanno ricevuto la giusta attenzione, i quali mostrano come a Deir al-Balah, nel centro della Striscia, uomini di Hamas e clan vicini all'organizzazione sequestrano, armati, mezzi e camion degli aiuti umanitari per poi rivendere i rifornimenti a prezzi maggiorati, affamando i palestinesi. Anche questo va fissato a mente.

Lo squilibrio delle fonti che abbiamo nei massacri mediorientali rispetto alla guerra in Ucraina, per fare l'esempio più rilevante, è impressionante. Così come è eccezionale, nel caso di specie, la macchina di propaganda russa, circolante senza freni in particolare nel nostro Paese - anche grazie alla complicità, voluta o meno, di tanti opinionisti, analisti e media nazionali - che crea una discrepanza inquietante, in quanto a consapevolezza diffusa, rispetto al conflitto a Gaza.

L'indignazione, o meglio la solidarietà di massa, è qui lontana, parendo contare più in alcuni contesti piuttosto che in altri. Basta dare un'occhiata a uno degli ultimi post Facebook di Giuseppe Conte, nel quale, solidarizzando con il Presidente Mattarella dopo l'inserimento del suo nome nella lista dei "russofobi" stilata da Mosca, viene ricoperto di commenti critici e negativi. O ancora, addirittura davanti ad agenzie media del Cremlino, come RIA Novosti, che pubblica articoli con titoli come "Non ci sono alternative: in Ucraina non deve restare nessuno", evocando un chiaro intento genocidiario, che non palesano una adeguata sensibilità.

È tutto molto complesso e crea molto sconforto, ma almeno l'onestà intellettuale come stella polare, quella sì, è da sbandierare e conservare.