Gino Strada grande

L’eccezionalismo è la malattia senile del populismo, che identifica nella “normalità” della routine burocratica-amministrativa dello Stato e dei suoi apparati nazionali e locali il brodo primordiale del malaffare e della Casta e quindi teorizza la necessità di sfasciare tutto e sostituire il corpo marcio della Repubblica con homines novi, possibilmente eroici e eccezionali per statura professionale e morale. L’antipolitica non pretende solo di sostituire l’agorà con la piazza e le istituzioni con la “gente”, ma anche di trasformare lo Stato in un bivacco di manipoli di giustizieri “onesti”, selezionandoli alla rinfusa tra boiardi double face e spicciafaccende di lotta e di governo, nell’indisponibilità di qualche campione di virtù civili e di qualche monumento o idolo della devozione nazionale, bipartisan o almeno monopartisan.

Quando il virus ha travolto la sanità italiana, quella eccellente del Nord come quella sgarrupata del Sud, ovviamente la tendenza non è stata quella di cercare soluzioni straordinarie per una situazione straordinaria, ma di incaricare persone in sé straordinarie di fare l’atteso e dovuto miracolo. E il "personaggismo" pandemico partito dall’immancabile Bertolaso, chiamato a salvare la Lombardia, non poteva che giungere all’eterno Gino Strada, chiamato a salvare la Calabria, in coppia con l’ex rettore della Sapienza, che ha i requisiti manageriali che la legge richiede per l’incarico, a differenza del leader di Emergency (un po’ come Pirlo, insomma, che ha iniziato a allenare la Juve senza patentino, ma per chiara fama).

Ovviamente c’è da sperare che Strada faccia meglio del suo predecessore, generale commissario a sua insaputa, e non ci vorrà molto. Però spero che sia ancora consentito eccepire sull’intera operazione: alla logica dei super-commissari e pure a quella della loro super-commissarialità morale; al principio dell’uomo solo e onesto al comando e del chi “non è con lui è contro la Patria”; a questa sceneggiata pandemica di salvatori designati e di scaricabarili universali.

Quanto a Gino Strada penso sia ancora consentito di pensare di lui qualcosa di simile a quello che Christopher Hitchens pensava di Madre Teresa di Calcutta e di continuare per entrambi - senza apparire blasfemi - a distinguere laicamente il bene che hanno fatto dal male, in primo luogo politico, che hanno rappresentato e rappresentano.

Se Hitchens accusava Madre Teresa di non amare i poveri, ma la povertà come condizione di beatitudine, ma non di afflizione da cui emancipare i derelitti, si potrebbe accusare a uguale titolo Strada, nella sua militanza umanitaria e nella pacifistica equidistanza tra aggrediti e aggressori in tutti i conflitti che hanno in sanguinato il mondo nell’ultimo quarto di secolo, di non odiare la violenza, ma la guerra come condizione formalizzata di conflitto, al punto da ritenere empio e imperialistico, perché “militare”, anche il soccorso portato dalle truppe Nato ai musulmani kosovari altrimenti destinati al macello toccato ai bosniaci di Srebrenica.

A uno che pensava e diceva - e oggi ripeterebbe - che il Bush post 11 settembre aveva "analogie evidenti" con Hitler,  che l'attentato alle Torre Gemelle è stato solo il pretesto per le guerre del petrolio americane e che gli stati più pericolosi del mondo sono gli Usa e Israele, la patente di gran maestro di moralità democratica andrebbe prudentemente ritirata. Quindi, il santino di Gino Strada anche no.