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Com’è noto, il principale problema degli attentati terroristici che negli ultimi due anni hanno insanguinato le cronache internazionali (e che rende il fenomeno difficilmente prevedibile) ha a che fare con i cosiddetti foreign fighters, seguaci della jihad non integrati (o direttamente legati) all’organico dell’Isis, ma combattenti ispirati a distanza dai proclama del Califfo.

Per diverso tempo, le analisi hanno sbrigativamente cercato di spiegare gli attentati terroristici riconducendoli al naturale (e inevitabile) impaccio a cui i servizi d’intelligence sono condannati nella prevenzione e nella lotta al terrorismo. Perché, con le moderne tecnologie, prevedere le mosse di interi reparti di un esercito in movimento è ormai una sciocchezza, ma fermare per tempo le folli azioni delle cosiddette «schegge impazzite» non è altrettanto scontato. Questo orientamento poggia sull’ovvia considerazione della realtà, ma rischia oggi di perdere aderenza con la stessa. E pone due problemi su cui vale la pena soffermarsi.

In primo luogo, limitarsi a dire oggi che l’intelligence non può nulla (o, nella migliore delle ipotesi, troppo poco) contro atti isolati, oltre che darla vinta alla strategia dell’Isis, significa indulgere in un atteggiamento un po’ troppo assolutorio nei confronti dei servizi segreti. La Francia è, in questo senso, lo Stato con le maggiori colpe. Com’è possibile, potremmo chiederci, che dopo la strage di Charlie Hebdo, e ancor più dopo quella di Parigi, i servizi segreti non abbiano attivato un sistema di allerta all’altezza della minaccia su tutto il territorio nazionale? Ma da osservatori esterni e senza considerare una pluralità di fattori tecnici domestici e internazionali, si potrebbe ribattere, porsi quesiti del genere è quantomeno semplicistico. Obiezione sensata, se non fosse che poco più di una settimana prima l’attacco di Nizza una commissione d’inchiesta parlamentare a maggioranza socialista (cioè governativa) aveva presentato un impietoso rapporto sullo stato dei servizi segreti.

Nelle pagine del rapporto non si indulge in diplomazia per spiegare l’entità della falle ma, anzi, si descrivono le difficoltà riscontrate senza mezzi termini. Lo stesso presidente della commissione Fenech, vicino a Sarkozy, vi definisce l’intera struttura come «un esercito di soldati immobili». Stando al documento, non vi sarebbero solamente problemi comunicativi e strutturali, ma anche culturali e organizzativi. Da una parte, infatti, gli agenti risultano essere scarsamente preparati sia sul background storico-culturale degli ambiti in cui operano sia sulla necessaria conoscenza delle lingue interessate; dall’altra, la divisione dell’intelligence francese in sei corpi si riflette nell’esistenza di altrettanti database di criminali e soggetti ritenuti a rischio che causano rallentamenti e incomprensioni o che, ancor peggio, registrano clamorose inconsistenze (fra cui persone decedute o del tutto inesistenti). Tutto ciò deve fare i conti non solo con gli interessamenti solo saltuari da parte dei presidenti di turno, che in clima elettorale promettono un irrobustimento nei servizi per la sicurezza nazionale lasciando poi disattesi tutti gli impegni, ma anche con una generale indifferenza delle istituzioni e della politica, perché, nelle parole di Eric Denécé, direttore di un importante think tank francese, «ai leader politici e i membri del parlamento francesi non interessa occuparsi seriamente di intelligence e dei servizi di sicurezza».

L’impressionante impasse dell’intelligence francese descritta in questo rapporto, reso noto il 13 luglio, non avrebbe impiegato che una manciata di giorni per scrivere un nuovo, sanguinosissimo capitolo. E, soprattutto, rendere ancor più taglienti le parole di Patrick Calvar, direttore dei servizi di intelligence interna e fra i principali contributor del rapporto parlamentare, il quale non solo aveva evocato il rischio di guerra civile in tempo non sospetti («La Francia è sotto scacco, basta una scintilla», aveva detto alla commissione d’inchiesta lo scorso 23 maggio), ma, all’interno del documento, aveva stimato un totale di circa 400 uomini legati al Califfato sul territorio francese, specificando e confermando la tendenza dei terroristi ad abbinare l’uso di veicoli all’impiego di esplosivi. Una nefasta profezia.

Ma se i problemi delle strutture impegnate nella prevenzione e nella lotta al terrorismo hanno le loro innegabili responsabilità, c’è un aspetto da considerare che rende la “teoria dei lupi solitari” via via sempre più inconsistente. La questione francese (ma anche quella belga, turca e degli altri Paesi colpiti dal fondamentalismo islamico) si riallaccia al contesto internazionale sul tema dell’integrazione. Non a caso, chi dopo lo scorso novembre lamentava l’inutilità dei bombardamenti su Raqqa e sulle cosiddette roccaforti dell’Isis rispetto agli attacchi in patria, attaccava anche l’integrazione e i risvolti sanguinosi indiretti che questa aveva avuto in Occidente: questi terroristi, si è sentito dire, sono nati e cresciuti qua, e solo successivamente si sono affiliati alla jihad. E’ questo che rende difficile, se non impossibile, una tracciatura accurata del terrorismo a casa nostra. Tutto ciò comincia a non essere più vero. O, quantomeno, comincia a esserlo solo in parte.

Pur volendo tralasciare la questione della relazione diretta fra bombardamenti NATO e perdita di territorio da parte del Califfato e l’innalzamento della tensione dell’Isis in Occidente – relazione che molti analisti internazionali danno ormai per certa (non più tardi del 16 giugno scorso, del resto, il direttore della CIA John Brennan aveva detto alla Commissione di Intelligence del Senato americano che «as the pressure mounts on ISIL, we judge that it will intensify its global terror campaign to maintain its dominance of the global terrorism agenda»), il mito del foreign fighter come diretta conseguenza dell’integrazione negli attacchi terroristici va progressivamente sfatato.

Intendiamoci, ci saranno sempre schegge impazzite, funzionali ma non correlate all’Isis. L’attentatore di Nizza ad esempio, per come le testimonianze di vicini e non solo ce lo hanno descritto, era un tipo molto violento per natura (soprattutto con la moglie, che ne aveva chiesto la separazione), alcolizzato e consumatore di carne di maiale persino nel Ramadan. Non esattamente, cioè, il prototipo del musulmano ortodosso e intransigente che penseremmo esponente del Califfato, né tantomeno una raffinata mente criminale dotata di affilate capacità organizzative (e forse per questo potenzialmente più pericoloso, come i numeri delle vittime darebbero a credere). Lo stesso killer di Orlando faceva parte di «una categoria di simpatizzanti solo superficialmente influenzata dall’ideologia dell’organizzazione», ha affermato Brennan, per il quale, di conseguenza, non v’era un rapporto diretto tra l’attentatore e lo Stato Islamico.

Tuttavia, notiamo che molti kamikaze autori dei recenti avvenimenti sono terroristi che hanno viaggiato per il mondo e che si sono formati all’estero. Alcuni reclutati in movimenti che hanno visto solo recentemente exploit di consensi o una generale crescita di supporter (si veda, fra gli altri, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan), altri hanno combattuto direttamente in Siria o da quelle zone hanno ricevuto armi e aiuti fondamentali. Non è realistico sostenere che vi sia un’articolata e solida struttura che vanta terminazioni nel cuore dell’Occidente crociato, tanto inviso al fondamentalismo islamico. Ma è un dato di fatto che oggi, complici i nazionalismi imperanti e i sentimenti xenofobi che un po’ dovunque in Europa concorrono all’innalzamento della tensione, un ragazzo europeo figlio di immigrati musulmani regolari (alcuni financo benestanti, come abbiamo visto in Bangladesh) è esponenzialmente più suscettibile agli stimoli provenienti dall’Isis e dai suoi proclami. Gli è più facile apprezzarne le gesta, assorbire le tante sfaccettature del messaggio e, soprattutto, entrare nei canali – virtuali o reali – in cui ritrovarsi con i suoi simili e, condizioni permettendo, organizzare attentati.

A livello macro, questa tendenza si spiega in buona parte con la relazione fra foreign fighters e il ruolo delle strategie comunicative dell’Isis. Ora, l’importanza rivestita dai media nel fondamentalismo islamico affonda le radici nella prima metà del decennio passato, quando i video delle esecuzioni di operatori nelle zone di guerra nel Medio Oriente scossero i media di tutto il mondo. Le strategie comunicative sono andate raffinandosi negli anni, ma è dalla nascita dell’Isis (e cioè nel giugno 2014, con la proclamazione a Califfo di Abu Bakr al-Baghdadi) che sono assurte a privilegiato mezzo di aggregazione per i giovani seguaci di tutto il mondo, sfruttando tecniche e temi molto precisi, aventi come target quei giovani musulmani sparsi per il mondo, cresciuti in ambienti occidentali ma in famiglie musulmane, che, grazie ad attacchi isolati e lontani fra loro, possono diffondere una reale strategia del terrore globale.

Come scrive Monica Maggioni in una raccolta di contributi su questo tema da lei stessa curata, «il messaggio roboante di lotta all’ingiustizia e un’epica trascinante, come pochi dei messaggi occidentali sono in grado di essere, si trasformano in straordinari catalizzatori della voglia di ribellione nei confronti di un Occidente percepito come ingiusto, aggressivo e corrotto». E tanto la diffusione di magazine (come il Dabiq) quanto i contenuti multimediali (in particolare le decapitazioni e altre terribili esecuzioni come quella del pilota giordano arso vivo in una gabbia e poi sommerso di polvere e pietre da una ruspa), acquisiscono sempre più un taglio occidentale e hollywoodiano. Lo scopo? Secondo Maggioni, affilare il contrasto fra le tecniche cinematografiche che naturalmente associamo a film fantasy o fantascientifici e la realtà delle immagini. Tutto ciò provoca orrore ai nostri occhi, ma infiamma gli animi di quanti sono abituati a vivere nelle ingiustizie e nelle esclusioni o, in ogni caso, a essere cresciuti all’insegna di valori ben diversi da quelli dell’ambiente che li circonda. E sono quindi più inclini a essere toccati nell’orgoglio quando ci si scaglia contro la corruzione occidentale e a trovare nuove forme di espressione di quel proverbiale «scontro di civiltà» che Huntington aveva intuito e prefigurato ormai 20 anni orsono.

Le vincenti strategie comunicative che hanno incanalato i sentimenti antioccidentali e ispirato i giovani musulmani occidentali di seconda o terza generazione fungono oggi da rete informale e astratta, ma non per questo meno distruttiva). Quand’anche un foreign fighter non abbia mai messo piede in Siria o in Iraq, non si sia formato militarmente o addirittura non abbia combattuto a fianco del Califfato, l’apparato comunicativo dell’Isis ha accorciato considerevolmente le distanze e trovato il modo di integrarlo senza un’esperienza diretta fra le sue fila. In altre parole, l’Isis è riuscita a sfruttare il come occidentale per raccontare il cosa del fondamentalismo, in modo da rendere i contenuti fruibili sia nel come che nel cosa da parte dei potenziali insurgent islamici in tutto il mondo.

Per questi motivi non si può dire in piena coscienza che i «lupi solitari» rappresentino oggi la parte preponderante degli attori coinvolti nella messa in atto dell’agenda politica globale del Califfato. Che sia il caso di terroristi con esperienze di lotta armata direttamente acquisite sul campo, o di terroristi integrati nella jihad attraverso l’arma non meno efficace di media (e social media in particolare), esiste oggi un sistema capace di uniformare storie e provenienze diverse dagli effetti potenzialmente ancor più disastrosi e sanguinosi di quelli a cui siamo già stati abituati, che fa carta straccia della «teoria dei lupi solitari».