BaltskýŘetěz

Tempi duri per l’Europa orientale. La notizia di oggi dell’invio di 140 militari italiani in Lettonia, ai confini con la Russia, non sorprende ormai nessuno. Fa parte del piano di rafforzamento della NATO sul suo fianco nordorientale, concordato all’ultimo vertice di Varsavia. “La politica della Nato è distruttiva – è la pronta risposta russa - L’Alleanza è impegnata nella costruzione di nuove linee di divisione in Europa invece che di profonde e solide relazioni di buon vicinato”. E intanto le forze missilistiche strategiche russe schierano i missili Iskander a Kaliningrad.

In tutta questa tensione, la battaglia dell’informazione è già cominciata alla grande. Non è passata inosservata la presentazione del nuovo libro della giornalista russa Galina Sapozhnikova “La congiura lituana”, edito da Sandro Teti con prefazione di Giulietto Chiesa. L’Ambasciata lituana ha reagito con un comunicato ufficiale alla sua presentazione a Milano, al megastore della Mondadori (la stessa de Il Libro Nero del Comunismo): “L’Ambasciata della Repubblica di Lituania protesta contro la presentazione del libro La congiura lituana a Milano. Il 13 di ottobre nel capoluogo lombardo sarà presentato il libro di Galina Sopozhnikova La congiura lituana. Come uccisero l’URSS e cosa accadde a chi tentò di salvarla, il quale intenzionalmente travisa i fatti, cercando di diffamare gli eventi del 13 gennaio 1991 a Vilnius”. Il 13 gennaio 1991 fu il giorno in cui le truppe sovietiche entrarono in Vilnius e tentarono di reprimere nel sangue il moto indipendentista lituano. Gli scontri furono particolarmente accaniti attorno alla torre della televisione della capitale lituana. Fu il primo atto della rapida disgregazione dell’Unione Sovietica. Non si tratta della prima presentazione e l’estate scorsa, il 1 giugno era stato introdotto alla Camera dei Deputati, Sala del Refettorio. Erano presenti anche i deputati Massimo Artini ed Eleonora Bechis e il senatore Bartolomeo Pepe.

Un gruppetto di donne lituane, nonostante il primo freddo e la prima pioggia pesante della stagione, era sotto le finestre del magastore a protestare. “Basta riscrivere la storia!” era scritto in inglese sul loro striscione colorato del giallo-verde-rosso della bandiera della Lituania. “Abbiamo saputo che si tiene qui la presentazione di un libro pieno di bugie sulla nostra storia – ci dice la lituana Vita Surdokaite, in un buon italiano, mentre regge lo striscione – vogliamo far sapere che c’è un’altra parte della storia. Che magari è quella vera”. Non dovrebbero esserci più misteri sui drammatici eventi, ormai lontani e più che documentati, avvenuti nel 1991. Eppure… “Alcuni sollevano dubbi, diffondono teorie cospirative”.

Ma in Mondadori, che si diceva? Galina Sapozhnikova, battagliera come non mai, ha presentato la sua versione dei fatti. Dice subito di essere stata testimone degli eventi di 25 anni fa, come corrispondente dai paesi baltici, di non avere nulla contro il popolo lituano (“persone a posto, gran lavoratori”), di ritenere i lituani “vittime di una falsificazione della storia”. Che cosa si sarebbe nascosto ai lituani (e a tutto il resto del mondo)? In estrema sintesi: il 13 gennaio 1991 i lituani che rimasero sul terreno non furono uccisi dalle truppe sovietiche, ma da “cecchini non identificati”. Gli eventi del ’91, prosegue la Sapozhnikova si ripeterono, quasi con lo stesso copione, anche nelle “rivoluzioni colorate”, in Serbia, Georgia e in Ucraina. Poi nelle Primavere Arabe e soprattutto nella rivolta ucraina del Maidan del 2013-2014. Quindi, deduce la giornalista della Komsomol’skaja Pravda, c’è una regia occulta dietro tutto ciò. Il professore statunitense Gene Sharp, da lei intervistato, spiega come organizzare rivoluzioni. Se non è lui la “mastermind”, almeno sa come agisce il potere occulto. E dopo l’indipendenza? La Sapozhnikova descrive una Lituania autoritaria, repressiva (da cui lei è espulsa, considerata “persona non grata”), con decine di prigionieri politici (quelli contrari alla dissoluzione dell’Urss) e “migliaia costretti a lasciare il paese”. “Da noi, in molti definiscono la Lituania la Corea del Nord dell’Unione Europea”.

Perplessità. Chi di noi era vivo e senziente, venticinque anni fa, può aver visto in diretta televisiva l’arrivo dei carri armati sovietici in Lituania, in un periodo in cui si era distratti da altri drammatici eventi nel Golfo Persico (erano i primissimi giorni della Prima Guerra del Golfo). Chiediamo all’autrice come ce lo spiega. E ci risponde partendo con un rimprovero metodologico: “Sono stupita che lei (chi scrive, ndr), un giornalista che presumo abbia una certa esperienza, si basi su immagini televisive. Noi tutti abbiamo visto il film Wag the Dog (tradotto in italiano con Sesso e potere, ndr) che dimostra come la televisione manipoli tutte le informazioni (nel film, gli Usa inventano di sana pianta una guerra con l’Albania per nascondere uno scandalo del presidente, ndr). In Norvegia, Breivik ha ucciso 80 persone con una sola arma, si immagina quanti ne avrebbero potuti uccidere a Vilnius i tank sovietici e le unità speciali Alpha, se avessero deciso di scatenare la loro potenza di fuoco? Le autopsie sui cadaveri dei manifestanti morti hanno dimostrato che questi non sono stati uccisi dai proiettili in dotazione ai sovietici, ma da altre armi da fuoco, da colpi che arrivavano dall’alto”.

Tutta una montatura dunque? Ma la catena umana del Baltico, la “Via Baltica” che unì simbolicamente Vilnius a Tallinn e a cui partecipò almeno un milione di cittadini lituani per chiedere l’indipendenza… anche quella era una montatura? “Io sono convinta che lei non abbia partecipato a quella manifestazione – attacca la Sapozhnikova – Io ci sono stata più e più volte. Effettivamente quella catena umana è stata genuina, vera, è stata una gran bella iniziativa, come giovane giornalista era la prima volta che vedevo qualcosa del genere. Ma lo stesso tipo di catena umana l’ho vista in Georgia e poi a Mosca. E la serialità di questo tipo di azioni mi ha convinta che ci sia una precisa metodologia alla loro base. Ed è descritta in modo molto dettagliato da Gene Sharp, nei suoi ‘198 metodi per effettuare un regime change pacifico’”. Ma dopo l’indipendenza, la Lituania che alcuni di noi hanno visitato non sembra proprio una Corea del Nord europea. E per quanto riguarda gli arresti di dissidenti e l’espulsione di altri, non sembra che osservatori internazionali come Amnesty International o Human Rights Watch abbiano segnalato abusi particolarmente gravi… “Lei non dispone di fonti attendibili!” – ci rimprovera ancora la Sapozhnikova e dopo questa lavata di capo, sul silenzio di Amnesty e Hrw ci risponde semplicemente che “lo dovete chiedere a loro”.

Dopodiché ci resta il dubbio esistenziale: siamo tutti noi idioti e abbiamo vissuto in un enorme reality creato dalla propaganda Usa e tutto quel che sappiamo degli ultimi 25 anni è falso? Ci siamo informati presso la sezione Baltic Studies dell’Università degli Studi di Milano, dove confermano tutti i nostri “pregiudizi”: “La tesi dei cecchini a Vilnius è identica a quella di un documentario russo di propaganda, L’uomo della legge. In realtà i risultati delle autopsie dei caduti del 13 gennaio sono depositati a Vilnius e sono a disposizione degli storici. Dalle autopsie si evince che la maggior parte dei manifestanti siano morti perché travolti dai carri armati, una minoranza uccisi da armi da fuoco in dotazione all’esercito sovietico. E non poteva essere altrimenti, perché in territorio sovietico non circolavano armi di altro tipo”.

Sulla Via Baltica: “Ci sono numerose testimonianze di prima mano attendibili, come quella del professor Pietro Dini, che confermano la genuinità di quella manifestazione e i suoi imponenti numeri: fino a un milione di lituani vi parteciparono. Non vuol dir nulla la ‘serialità’ delle manifestazioni successive: è chiaro che i lituani fornirono un esempio di successo di rivoluzione non-violenta che tanti altri imitarono”. E proprio il silenzio di Amnesty International, Human Rights Watch e di tutti i maggiori osservatori internazionali, “dimostra che non vi sia stata alcuna persecuzione. Gli unici espulsi sono propagandisti che mirano ad alimentare odio inter-etnico, nessuno ha mai pagato per i crimini del regime staliniano e sovietico commessi in Lituania fra il 1940-41 e fra il 1944-1991”.