IL 2014 ha deluso chi credeva che bassi tassi, bassa inflazione e fiumi di liquidità monetaria significassero stabilità. Potenti fattori geopolitici fanno chiudere l'anno dimostrando ancora una volta che analisti e politici – ma anche alcune banche centrali – tendono a sottovalutare la percezione dei rischi. Partiamo dunque da un'osservazione sull'Italia, torniamo ai mercati, e chiudiamo infine con alcune riflessioni sul 2015 che ci aspetta come italiani.

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Sono proprio le stime di crescita attesa per l'Italia nel 2015, a mostrare che in questo fine 2014 molti hanno le idee confuse. Limitandoci alle più recenti nelle ultime 8 settimane, il FMI pensa che l'Italia crescerà l'anno prossimo dello 0,8%, il governo e la Commissione UE dello 0,6%, l'ISTAT dello 0,5%, Deutsche Bank dello 0,3%, Morgan Stanley e l'OCSE dello 0,2%, Merril Lynch dello 0,1%. Direte voi: differenze di zerovirgola. Certo, peccato che in una crescita stimata che è tutta di zerovirgola, un coefficiente di dispersione di questo tipo ci dice solo che i modelli econometrici non sono in grado di stimare davvero che cosa ci capiterà.

In effetti, è così. Perché la molla a breve più efficace per aggiungere zerovirgola alla crescita italiana nel 2015, tanto per cambiare l'export, è soggetta a variabili esogene geopolitiche che non starà a noi poter certo infuenzare. Sulla stima di un ritorno alla crescita del commercio mondiale oltre il 4% nel 2015, che potrebbe significare un aumento dell'export superiore anche significativamente al 3% per l'Italia, gravano attualmente fattori di incertezza maggiori di quelli che hanno visto nel corso del 2014 un continuo abbassamento di previsioni che erano altrettanto ottimistiche in partenza, per chiudersi poi intorno al 25% inferiori alle stime di inizio d'anno.

Da una parte la discesa dell'euro sul dollaro, via via sempre più prossima a 1,20 che è la media 1999-2014, traina l'export nostrano verso gli USA. E il calo del 47% del petrolio da giugno, se stabilizzato, consente un +0,3% di crescita a un Paese come il nostro, dipendente per il 75% del suo fabbisogno energetico primario da gas e petrolio estero. Dall'altra parte il deprezzamento contemporaneo di molte valute dei paesi emergenti, cui ci si attende si aggiunga una spinta analoga dello yen giapponese dopo la vittoria elettorale di Abe, rischia di dare origine a forte instabilità (alla Cina non piace per niente, tanto per cominciare).

Noi siamo esposti col nostro export a paesi a propria volta esportatori di energia e materie prime, e la crisi russa rischia di essere più grave di quella del 1998 per le sue conseguenze sulla UE. In questi ultimi tre anni si stima che i paesi emergenti abbiano rastrellato oltre mezzo trilione di dollari di liquidità emessa dalle banche centrali occidentali, attraverso veicoli offshore al servizio di investimenti di aziende di Stato e di arbitraggi di cambio. Ma con il crollo delle loro valute potrebbero determinarsi default a carattere anche sistemico (solo la Cina detiene riserve di debito corporate e sovrano occidentali tali da tenersi al riapro, ma anche nel suo caso la banca centrale cinese è costretta a continui interventi straordinari, a sostegno dei cattivi asset delle banche domestiche, esposte nella frenata degli investimenti).

Anche nei paesi Ocse, in realtà, la continua espansione degli aggregati monetari tanto invocata dalla politica favorisce grossi prenditori che dominano i mercati con emissioni di obbligazioni e azioni rastrellandone la liquidità, e di qui l'ondata di fusioni e acquisizioni del 2014. Ma poco della liquidità aggiuntiva perviene alle imprese di dimensioni più contenute.
In più, restringendo l'obiettivo all'Europa, la crisi greca rischia di sfuggire di mano. Perché Syriza vuole il ripudio dei due terzi dei 320 miliardi di debito pubblico greco, quelli detenuti dai paesi dell'euroarea e dalla BCE, dopo il doppio default già avvenuto nel 2010 e 2011. Tutti sono ora molto ottimisti che quand'anche Syriza vincesse non ci sarà contagio per l'Italia, forte del suo avanzo primario e del fatto che siamo uno dei 5 paesi al mondo con un avanzo commerciale nel solo manifatturiero superiore ai 100 miliardi di dollari. Sarei meno ottimista.

Se in tutto o in parte qualcuna di queste tessere sfavorevoli dovessero comporsi a mosaico, le conseguenze su un paese dove a breve tira solo l'export potrebbero anche essere tali da azzerare i pochi decimali di crescita attesa. E la BCE di Mario Draghi, anche in caso di acquisto di bond sovrani adottati a maggioranza, potrebbe al massimo salvarci da uno spread che rischizza verso l'alto, ma non certo ridarci la crescita.

Diciamolo chiaro. Il problema fondamentale del nostro Paese – qualunque cosa avvenga all'estero – si chiama da 20 anni produttività. Facciamo due conti comparati con la Germania. Il consumo per capita dei tedeschi è cresciuto in modo forte, da 21800 Euro nel 2007 a 25600 nel 2013, cioè del 17,4 per cento. L'Italia a fine 2013 era ferma a 20.500 Euro del 2007, e a fine 2014 è ancor più indietro. Credere che la risposta a questo problema debba venire da fuori e cioè da un aumento dei consumi tedeschi come traino al nostro export, come dicono molti che indentificano il problema italiano nella necessità di un "cambio di segno" della Germania, semplicemente non sta in piedi numeri alla mano.

La Germania importa infatti complessivamente per circa 1000 miliardi di euro all'anno, ma la quota di mercato dell'Italia sul mercato tedesco è in discesa: nel 2013 con 47,5 mld rappresentava il 5,3% dell'import tedesco rispetto al 5,8% del 2008, al 6,6% de 2000, al 9,1% del 1990. Ergo: il traino tedesco potrà essere utile, ma non risolve la nostra crescita piatta.

Paragoniamo la produttività multifattoriale. Se assumiamo quella 1997 come base 100, abbiamo i risultati seguenti: l'Italia è scesa a fine 2013 a 97,1 mentre la Germania è salita a 110,8. Ergo: la Germania può anche aumentare i salari del 10,8 per cento senza passare a segno meno di competitività rispetto a noi . Ma l'Italia ha due sole possibilità: o abbassa i salari, e certo nessuno vuole farlo, oppure c'è una sola via d'uscita: il Costo del Lavoro per unità di Prodotto (CLUP) deve scendere. Il Centro Studi Confindustria ha appena aggiornato i dati dell'andamento del CLUP. Nell'industria, il nostro CLUP è aumentato del 15% dal 2000 al 2007, e di un altro 22% da allora a fine 2014. In Germania continua a essere oggi inferiore al 2000, dopo aver perso il 9% per effetto delle riforme Schroeder nei primi anni 2000, e aver recuperato poi 8 punti fino a oggi. In Spagna era aumentato del 15% come da noi fino al 2007, ma da allora si è fermato.

E' questo fattore strutturale, non solo il crollo della domanda interna per il 15% di calo del reddito medio procapite nella crisi, e la rapace fiscalità su impresa e lavoro rispetto a quella di tutti gli altri paesi, a spiegare la caduta del margine lordo sul valore aggiunto manifatturiero in ITA: dal 38% di metà anni 90, a meno del 20% oggi.

Alzare la produttività non è problema che riguardi le 5mila multinazionali tascabili del quarto capitalismo, le 40milaimprese che esportano oltre il 20% del fatturato, e le 140-150mila che le tanno "sotto", nelle filiere dell'export. Riguarda però l'80% del PIL italiano no-traded cioè non esposto a una significativa e salutare concorrenza: gran parte del complesso dell'offerta iper regololamentata dei servizi privati, tutti quelli offerti e domandati dal pubblico. Le diecimila municipalizzate e società regionali, il trasporto pubblico locale, gli acquisiti pubblici parcellizzati e opachi, le eccezioni perduranti come regola al principio dell'evidenza pubblica delle gare, i servizi alla persona, tutti gli ordini professionali... Sindacati e partiti che sbuffano al Jobs Act – con tutti i suoi limiti - litigano pensando che crescita e occupati possa darli lo Stato, quando il problema italiano è di moltiplicare per dieci interventi come il Jobs Act.

Fuori da questo quadro, ci sono molte illusioni. Quelle di riguadagnare ragioni di scambio sui mercati tornando traumaticamente alla liretta e svalutando. Dimenticando che negli anni '70 e fino al '93 con la liretta ben sei volte di seguito finimmo col cappello in mano al Fondo Monetario, a Washington e guarda caso a Berlino, per elemosinare prestiti mettendo le riserve auree in garanzia, mentre eravamo costretti a raffiche di vincoli sui capitali e a depositi monetari infruttiferi cautelari a garanzia del commercio estero. Non sarà la svalutazione e l'inflazione, a far lavorare due italiani su tre invece di uno su tre come oggi. Speriamo che nel 2015 le classi dirigenti italiane lo capiscano. Perché gli italiani, con tutto quello che hanno perduto nella crisi tornando indietro in termini reali di decenni, meritano di meglio che nuove illusioni.

La legge di stabilità per il 2015 non offre affatto 18 miliardi netti di meno tasse come ripetuto fino alla noia dalla propaganda, perché equilibra i tagli all'IRAP – comunque positiva – con una stangata retroattiva sul risparmio previdenziale e il resto degli interventi è finanziato in deficit. Non credo che ci fermeremo al 3% di deficit nel 2015 ma conta poco, quel che rileva di più è che il più dei problemi di finanza pubblica è stato spostato agli anni 2016-2018, come le clausole di salvaguardia di aumento dell'IVA per 30 miliardi di maggiori entrate. Il piano Cottarelli di tagli di spesa, municipalizzate e centri di acquisto e appalto è stato accantonato, siamo tornati alle nazionalizzazioni con l'ILVA dimenticando gli oltre 20mila miliardi di lire persi nell'acciaio di Stato nei soli 15 anni precedenti alla privatizzazione.

E' sterile prendersela con Renzi. Con tutti i limiti della sua annuncite e di misure come il bonus 80 euro onerose e senza effetto sui consumi, con tutti i difetti di aver ribastonato le partite IVA e di non capire che se si rialza la propensione al risparmio degli italiani non è per pavidità ma per riequilibrare le perdite di valore di ricchezza media incorporate patrimonialmente per effetto dell'aumento delle tasse su mattone, con tutto quello che volete voi sulla cerchia ristretta di fedeli sotto un gradino piuttosto che competenti e tosti, Renzi è stato e continua a essere comunque una grande rottura positiva rispetto a stile e contenuti del leader Pd e del premier di sinistra sperimentato con diverse varianti nella seconda Repubblica.

E' a destra, per i liberali autentici, che c'è il cimitero. Le varianti di populismo antieuro lepeniane son buone a rubar voti a Forza Italia che non porta più i suoi a votare, ma certo non faranno mai una maggioranza di governo possibile. E potabile, per chi è liberale, cioè non nazionalista e autarchico e filo putiniano.

Ergo, per chi la pensa come noi il 2015 sarà un altro anno di pontificato, nel senso ovviamente di costruzione di arcate di ponti verso il futuro. Costruiamo avendo alle spalle materiali diruti e nella nebbia. Ma leadership e programmi per aggregare e vincere non si forgiano dal nulla. Hanno bisogno di tenaci costruttori che continuino a impastare mattoni, a seminare dubbi, a macinare numeri. Milioni di italiani votano Renzi perché "sembra" moderato. Da immoderato quale è. Espressione che qualcuno usò, nella campagna elettorale del 2013, per indicare un'alternativa liberale al centrodestra privo di futuro e a una sinistra troppo prigioniera del passato.

Buon 2015 a tutti, cari amici di Strade.