Pretendere che l'Unione europea - tra le organizzazioni politiche più complesse che la storia ricordi - riuscisse in poco meno di tre giorni a decidere da chi (e come) farsi governare nei prossimi cinque anni era probabilmente troppo.

Se l'elezione di Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione ha segnato un interessante passo in avanti (non per le qualità in sé dell'ex premier lussemburghese, quanto per il fatto che la sua nomina sia avvenuta seguendo quantomeno un abbozzo di "democrazia" e rispettando l'esito delle elezioni parlamentari di giugno), il rinvio di un mese e mezzo delle trattative intergovernative tra i Ventotto per riempire tutte le altre caselle del potere comunitario riporta l'Ue ai suoi vecchi ritmi.

 

Renzi Mogherini

Se ne è lamentato, con l'ormai immancabile ironia da tweet ("Bastava un sms e risparmiavamo il volo di Stato", ha detto), il nostro premier Matteo Renzi. Convinto di poter capitalizzare il suo personale successo piazzando il suo ministro degli Esteri al posto che per pochi mesi sarà ancora di Catherine Ashton, torna a Roma a mani vuote.

Una scelta comprensibile, quella di candidare Federica Mogherini: una giovane donna, messa in una posizione altamente simbolica e mediatica, ma sostanzialmente evanescente - un portavoce più che un "ministro", tale è il ruolo di Alto Rappresentante a meno che non si abbiano la capacità e l'esperiezna (e anche la volontà) di strappare spazi agli Stati e alle loro politiche estere - e soprattutto "innocua" dal punto di vista della competizione politica nazionale.

Un'accelerazione compiuta - sospettano i maligni - per evitare che prendesse forza la candidatura di Enrico Letta alla ben più prestigiosa (e pericolosa, in un'ottica renziana) guida del Consiglio Europeo. Un nome del Pse "benedetto" però da Angela Merkel e dall'attuale presidente Herman van Rompuy, gradito a tutte le famiglie politiche della "grande coalizione" europea, benvisto da Washington e generalmente apprezzato a livello internazionale; un profilo da mediatore, perfetto per un ruolo che richiede pazienza più che carisma.
Un nome che però, assicura Renzi, "non è mai stato messo sul tavolo" (anche perché in caso, sul tavolo, avrebbe dovuto metterlo lui, si potrebbe obiettare).

E dunque, avanti con Mogherini. La quale, però, è "troppo vicina a Mosca", tuona la presidente lituana Dalia Grybauskaite (atlantista di ferro, anche lei fra i candidati alla successione di van Rompuy e per ora capofila della "fronda dell'Est"); ed è "troppo inesperta", avvertono dal Wall Street Journal. Così, mentre lo stesso Juncker si mostrava freddo se non gelido e in casa Merkel si sponsorizzavano altri nomi (dalla francese Guigou alla bulgara Georgieva), il Partito socialista europeo alla fine ha dovuto seguire Renzi candidando ufficialmente la ministra in tandem con la premier danese Helle Thorning-Schmidt alla guida del Consiglio, ben sapendo che difficilmente si potranno occupare entrambi i posti. Un mezzo pasticcio, insomma, che alla fine ha costretto tutti a rimandare la discussione a fine agosto, nella speranza che l'estate porti consiglio.

Meglio sarebbe stato per il premier italiano puntare subito su una poltrona forse meno appetibile dal punto di vista dell'immagine, ma certamente più strategica (commercio interno, commercio estero, agricoltura...)? Probabilmente sì, ma sarebbe stata una scelta poco "renziana". Ed è proprio il "renzismo" che sembra uscire, per ora e al di là di quelli che saranno i risultati finali della trattativa, sconfitto. Quand'anche alla fine Mogherini dovesse spuntarla, Matteo Renzi ha dimostrato, da presidente di turno dell'Unione, di non saper ancora incidere sulle dinamiche comunitarie.

Il sarcasmo, l'aria impaziente da "rottamatore", le battute su D'Alema, le citazioni da terza liceo (con cui il premier ha arricchito, ahinoi, anche il discorso di inaugurazione del semestre italiano, tra Telemaco e i "selfie"): roba che funziona solo in Italia. Vincere le europee e convincere l'Europa di essere uno statista sono cose assai diverse. E l'assenza, a Roma, di una vera opposizione con cui farsi le ossa e affinare le doti di mediazione, inizia a sentirsi. Perché Merkel non è Di Maio, e il potere europeo non si costruisce in streaming.