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Nel primo anniversario della morte di Pannella i radicali si presentano divisi alla celebrazione del ricordo, come divisi da ostilità inestinguibili e da una rottura già definitivamente consumata si presentarono al momento del commiato. I pannelliani da una parte, i boniniani dall'altra - per stare alla vulgata giornalistica - ciascuno con i propri nomi e i propri volti, tutti legittimamente e autenticamente radicali, ma tutti ormai incapaci di riconoscersi come parte di una storia comune.

Tra i tanti modi di rileggere il legato politico pannelliano, quella della vicenda postuma e della polverizzazione settaria della cosiddetta "galassia radicale" può apparire la più banale e pettegola e la meno connessa, comunque, alle responsabilità del suo leader storico.

Si potrebbe perfino sostenere che questa deriva è la dimostrazione dell'inadeguatezza degli eredi - tutti, ciascuno a suo modo - alla dimensione e alla natura dell'eredità che la morte di Pannella ha consegnato loro, ma questa interpretazione elude una questione evidente e storicamente documentabile.

Le insanabili divisioni politiche che oggi fanno vivere i radicali come separati in una casa di cui si contendono il titolo sono divisioni che, in larga misura, è lo stesso Pannella ad avere concepito, imposto e fatto conflagrare - ben prima della fase terminale della sua malattia - come nuovo e estremo "specifico" della storia radicale. È Pannella ad avere scelto di portare alle estreme conseguenze una teoria del regime e della cosiddetta "democrazia reale", che esigeva come obbligo di coerenza una sorta di disimpegno politico in nome di una predicazione meta-politica, che le battaglie sull'amnistia e sul diritto alla conoscenza riempivano di una pienezza evocativa, ma meramente simbolica, ai margini (o anche oltre in margini) della vita politica reale, di cui Pannella era stato per parecchi decenni uno spericolato e spregiudicato giocatore.

È sempre Pannella ad avere scelto, in casa radicale, i "suoi" contro gli "altri" e ad avere voluto un modello di governance fiduciaria che oggi viene rimproverata ai pannelliani, diventati però titolari di quel che rimane della roba e del patrimonio politico non per usurpazione, ma per volontà esplicita del fondatore. È sempre Pannella ad avere pensato che solo un "partito personale", cioè pannelliano, che lo faceva giuridicamente padrone di tutto, avrebbe consentito un governo generosamente politico di un complesso contorto di società, associazioni e campagne, che avrebbero trovato in lui un punto di ordine e di unità, per non finire dissipate in una gestione burocratica e separatistica o soffocate da una logica meramente aziendale.

È sempre Pannella ad avere ripudiato la Bonino e ad averle rivolto, con il suo stile, le accuse di tradimento che molti ora, con altro (e peggiore) stile, continuano a rinnovare contro l'unico altro dirigente del partito che abbia saputo esercitare una leadership radicale autentica e per molti versi alternativa a quella di Pannella. Ed è lo stesso Pannella, molto oltre l'utilizzo del lessico religioso, così ricorrente nella sua retorica laica, ad avere infine trasformato l'organizzazione radicale in una sorta di comunità ecclesiale, che paradossalmente autorizza l'accusa di "scisma" rivolta ai radicali più riluttanti a conformarsi alla regola o più imbarazzati dalla "guruizzazione" della sua leadership.

A distanza di un anno dalla morte di Pannella, lo stato dell'organizzazione radicale riflette in maniera dolorosa, ma coerente, tutto ciò che Pannella ha fatto nel prima e deciso in vista del dopo. Anche questo appartiene a lui e in primo luogo a lui, prima che a quelli che oggi si ritroveranno, divisi e nemici, a onorarne la memoria e a proseguirne l'impegno.

@carmelopalma