I quotidiani turchi hanno parlato di "giorno nero della Turchia", ma il timore maggiore è che il peggio debba ancora venire. Il tragico epilogo del sequestro del giudice Mehmet Selim Kiraz ha dimostrato quanto il Paese sia vulnerabile e come nemmeno lo strapotere del Presidente Recep Tayyip Erdogan e del suo partito Akp, sulla carta ancora islamico-moderato, ma nei fatti oggetto di una deriva inquietante, riescano a tenere sotto controllo le istanze che stanno fermentando all'interno della Mezzaluna.

Erdogan

Occorre dire che il sequestro di Kiraz è stato un vero e proprio messaggio diretto al Capo dello Stato. I terroristi del DHKP-C, una sigla comunista che in passato si è resa protagonista di altri attentati, sapevano perfettamente che non sarebbero sopravvissuti al dispiegamento di forze dell'ordine messo in atto per fermarli e al blitz dei reparti antiterrorismo. Ma hanno voluto mostrare la vulnerabilità del Paese in un giorno in cui la Turchia era già in ginocchio a causa del maxi black-out che ha colpito 44 province su 81, lasciando milioni di persone e migliaia di aziende ed edifici senza la corrente elettrica. Fra questi ultimi probabilmente, c'era anche il palazzo di Giustizia di Caglayan, inaugurato solo nel 2011 e che veniva considerato uno dei più grandi e più sicuri d'Europa.

Eppure, in questo gigante da migliaia di stanze, dove lavorano alcuni fra i magistrati più importanti del Paese, due terroristi sono potuti entrare sostanzialmente indisturbati, salire al sesto piano, uccidere tre poliziotti e barricarsi in un ufficio con un pubblico ministero a cui erano stati affidati alcuni dei dossier più critici sulla rivolta di Gezi Parki del 2013, quando milioni di persone scesero in piazza e per Erdogan sembrava veramente finita.

Il quotidiano Cumhuriyet ha scritto che i due terroristi cercavano faldoni in cui fossero contenute le prove della responsabilità della polizia nella morte di Berkin Elvan, la più giovane delle vittime di Gezi Parki, ucciso da una cartuccia di un lacrimogeno mente stava andando a comprare il pane. Un adolescente innocente, che non stava neanche partecipando alle rivolte, spirato dopo oltre 150 giorni di come ad appena 15 anni e diventato in Turchia il simbolo dell'ingiustizia e della deriva autoritaria di Erdogan. Le manifestazioni che seguirono dopo il suo decesso furono represse con violenza dalla polizia turca, fu l'ultimo momento di grande vitalità della società civile della Mezzaluna prima di mesi di silenzio pressoché assoluto.

Il sequetro di Kiraz, dimostra che Erdogan può forse ancora sperare di tenere a bada la piazza con metodi e leggi sempre più autoritarie, come quella approvata a fine marzo dal parlamento e che assegna super poteri alla polizia, anche senza passare dalla magistratura. Ma a furia di tirarla, la corda di spezza e più si stringe la morsa, più non ci si può sorprendere se la reazione è quella della violenza e di un terrorismo che, come nel caso del Pkk, a volte può ottenere anche legittimazione popolare.