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La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritirare il suo paese dall’Accordo di Parigi del 2015 sul contrasto ai cambiamenti climatici è stata accolta con sdegno e condanna da parte di quasi tutta la politica mainstream.

La posizione di Trump, rompendo il sostanziale unanimismo sull’argomento, è per molti versi preziosa in quanto consente di riaprire spazi di agibilità politica per chi contesta i presupposti delle principali politiche transnazionali in materia ambientale.

Fino a questo momento le posizioni dei “climatoscettici” sono state quasi sempre liquidate in maniera sbrigativa, senza alcun interesse per discutere effettivamente nel merito le critiche che muovono. Nei loro confronti si è scomodata persino una parola molto pesante: “negazionismo”: i climatoscettici sarebbero coloro che negano, per qualche inconfessata ragione, l’evidenza della scienza o che provano a contendere il “dibattito sul clima” appellandosi a posizioni marginali e minoritarie.

Ora, per chi – come i climatoscettici - comprende la pericolosità delle politiche antisviluppo sottese dalla campagna contro il riscaldamento globale, è più che normale mettere in atto una controffensiva su diversi piani ed in questo senso si inserisce la valutazione anche delle argomentazioni scientifiche che confutano in sé il fatto che sia in atto un processo di riscaldamento globale.

Molte obiezioni, tutt’altro che a vanvera, possono essere portate alla lettura “maggioritaria” dei trend climatici. Tuttavia, quello che spesso non si coglie è che non è affatto necessario confutare il riscaldamento globale come dato scientifico per opporsi alle politiche attualmente in voga in materia. Infatti, quand’anche i sostenitori della presenza di un riscaldamento globale “vincano” il dibattito scientifico sull’argomento, la scienza lì finisce e da essa non è legittimo derivare in modo automatico politiche economiche e sociali destinate a condizionare la vita di miliardi di persone.

Quand’anche si accetti l’evidenza di un trend al riscaldamento planetario, questo innanzitutto ancora non ci dice che tale riscaldamento abbia in modo significativo cause antropiche, cioè derivate dall’attività umana. Ma anche ammesso di accettare sia il riscaldamento globale, sia il fatto che il trend abbia causa antropiche, questo non basta per affermare che tale fenomeno abbia incontendibilmente conseguenze negative. Realisticamente è probabile che abbia conseguenze negative per alcuni aspetti e per alcuni luoghi e conseguenze positive per altri aspetti e per altri luoghi. Da sempre, in fondo, il freddo uccide più del caldo e l’aumento delle temperatura potrebbe aumentare significativamente l’abitabilità di alcune aree del pianeta.

Facciamo un altro passo nell’esercizio. Supponiamo di accettare non solo il riscaldamento globale, non solo la sua dipendenza da cause antropiche, ma anche il fatto che le conseguenze dell’aumento della temperatura siano prevalentemente negative; basterebbe questo a giustificare le politiche ambientaliste previste dall’Accordo di Parigi?
 E’ qui che viene il vero punto. Siamo realmente convinti che la reazione più efficiente al fenomeno del riscaldamento globale sia il tentativo di contrastarlo?

Non potrebbe, invece, rivelarsi più semplice, sensato ed economicamente razionale continuare a fare quello che l’umanità nella storia ha sempre fatto, prima che Al Gore si mettesse in testa che si possa “governare” il clima” – cioè banalmente adattarsi al cambiamento ed a condizioni climatiche diverse?

Se ci si pensa, nell’antichità la civiltà ha cominciato a svilupparsi a partire da quelle aree, come il Mediterraneo, che erano benedette da un clima più favorevole. Però, mano a mano che il progresso è andato avanti, gli uomini hanno trovato il modo di attrezzarsi per sviluppare anche le aree geografiche con un clima ostile. L’umanità ha saputo far fiorire il deserto e rendere non solo abitabili, ma addirittura molto ricche, regioni della Terra che d’inverno hanno -30° di temperatura.

Insomma, la vera questione non è se la Terra si riscalderà o meno di uno o due gradi. La vera questione è se davvero l’umanità abbia smarrito la bussola al punto da non riuscire ad adattarsi ad una variazione di due gradi nel 2100. E’ chiaro che la risposta a questa domanda non ce la può dare la scienza, perché il reale tema sotteso dal dibattito non è scientifico, ma è prima di tutto morale e culturale.

Da un punto di vista puramente tecnico, infatti la risposta appare banale. Abbiamo tutti gli strumenti per gestire il cambiamento climatico; non c’è nessuna ragione per la quale non si dovrebbe riuscire ad adattarsi in termini di efficienza a mutamenti comunque sufficientemente lenti.
Il ragionamento si sposta inevitabilmente su un altro piano, quello della scelta politica tra il primato dell’Uomo ed il primato di Gaia – tra una visione che mette al centro l’Umanità, il suo sviluppo ed il suo benessere e una visione immutabile e romantico-sacrale della Natura.

L’applicazione del Trattato di Parigi ha conseguenze economiche gravi di cui pochi – è lodevole l’eccezione del presidente Trump – paiono realmente interessati a valutare l’impatto.

In un momento comunque delicato per l’Occidente, imporre nuovi vincoli alle attività industrali vuol dire distruggere posti di lavoro, rallentare la crescita, contribuire ad alimentare quel disagio sociale e quella frustrazione che poi sono alla base della degenerazione della qualità della democrazia in molti paesi.
 Fuori dal primo mondo le conseguenze della regolamentazione saranno ancora più gravi, impedendo ai paesi poveri di avviarsi su quello straordinario percorso di sviluppo intrapreso dall’Occidente negli ultimi due secoli e da paesi come la Cina negli ultimi vent’anni.

La Cina in un paio di decenni ha portato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone, attraverso politiche aggressive di industrializzazione che non sarebbero mai state possibili sulla base dei dettami dell’ambientalismo moderno. Però quel tipo di crescita potrebbe non essere ripetibile in futuro in altri paesi a fronte di vincoli ambientali transnazionali sempre più pervasivi.

Politiche come quelle di Kyoto o di Parigi rendono più costoso e quindi più elitario lo sviluppo e perciò, alla fine, nelle aree più svantaggiate del mondo si tradurranno inevitabilmente in fame, miseria, instabilità politica e guerre per il controllo delle risorse. Quello che la grande politica pare non comprendere è che sono queste – non qualche grado in più di temperatura – le vere minacce all’abitabilità della Terra nei prossimi decenni.

Ma com’è possibile che le classi dirigenti occidentali appaiano così tetragone nel sostenere la causa della “lotta” al riscaldamento globale? La questione è come sempre di convenienza elettorale. Il “global warming” è uno dei grandi “temi vincenti” della politica di questi anni – in grado di mettere d’accordo per una volta le élite politiche e culturali, le grande aziende che hanno capito la strategicità del “greenwashing”, la sinistra moderata e quella estrema, la destra “presentabile”, i complottisti da tastiera ed i “no tutto”.

Per un politico oggi iscriversi al movimento contro il riscaldamento globale comporta solo vantaggi. Da un lato consente di capitalizzare in termini elettorali non solo il sentimento verde, ma soprattutto il sentimento trasversale e largamente maggioritario di ostilità nei confronti degli interessi capitalistici. E gli svantaggi? Sostanzialmente nessuno. Non si devono temere più di tanto le opposizioni nel merito, perché le posizioni dissenzienti sono immediatamente tacitate e messe all’indice dalla maggior parte dei media mainstream.

Soprattutto i leader europei che sostengono il trattato di Parigi sanno perfettamente che i fattori che concorrono all’evoluzione climatica del pianeta sono molti e complessi e che quindi tra 5, 10 o anche 20 anni non ci sarà alcun modo di misurare se le politiche adottate hanno in qualche modo funzionato.

Al tempo stesso, in assenza di controprova, non ci sarà modo di misurare i danni economici prodotti da tali politiche. Magari potranno anche appuntarsi qualche medaglia al petto evidenziando i “posti di lavoro verdi” creati grazie alle loro scelte, ma per le ragioni che spiegava bene Frédéric Bastiat – quello che si vede vs. quello che non si vede – nessuno sarà in grado di mostrare i tanti posti di lavoro che non sono stati creati per colpa di quelle scelte.

Insomma, difficilmente l’elettorato sarà mai nelle condizioni di fare un vero assessment di certe politiche ambientali – o, se ciò avverrà, sarà comunque ben oltre l’orizzonte temporale di qualsiasi politico attuale. Alla fine quindi le politiche sul “climate change” pongono i politici in condizioni pressoché ideali: massimo consenso e nessuna accoutanbility.

Barack Obama ha accusato il suo successore Trump di “rifiutare il futuro”, ma la verità che è sono gli altri a rifiutare di puntare sul futuro, sullo sviluppo, sull’industrializzazione in nome di un interesse politico di breve periodo. La scelta dell’ambientalismo ideologico non è una scelta “scientifica”; è una scelta tutta “politica” di decrescita – una decrescita che non sarà felice.