Nel 2012, stando ai dati contenuti nella relazione annuale dell'Agcom, Mediaset ha raccolto quasi due miliardi di pubblicità e la Rai meno di settecento milioni. Eppure la tv di Stato e il Biscione si dividono in parti quasi uguali i tre quarti dell'audience televisiva (la RAI con il 40% dello share medio e Mediaset con il 35%). Perché la Rai raccoglie solo un terzo della pubblicità di Mediaset?

Perché la legge Gasparri impone alla concessionaria pubblica un tetto dell'affollamento pubblicitario molto inferiore a quello dei concorrenti privati, compensando i mancati introiti con il canone (1,65 miliardi nel 2012). Così alla fine i ricavi televisivi di Rai e Mediaset finiscono per riallinearsi (circa 2,5 miliardi complessivi per Mediaset, comprese le offerte pay e 2,35 miliardi per la Rai). Il meccanismo canone+tetto non è solo una garanzia per la Rai, ma anche un sussidio indiretto per Mediaset, che in normali condizioni di mercato non avrebbe gli attuali ricavi pubblicitari. Certo, le scelte degli inserzionisti sono anche qualitative, e considerano non solo i volumi, ma anche le caratteristiche degli ascolti. Nondimeno è difficile immaginare che le reti Rai, con ascolti superiori a quelle Mediaset, continuerebbero in assenza del tetto a raccogliere circa un terzo dei ricavi pubblicitari delle concorrenti private.

L'abolizione del tetto pubblicitario per la Rai e la contestuale abolizione del canone - senza altri meccanismi di garanzia fiscale da parte dell'azionista pubblico - costringerebbe la Rai ad una robusta dieta dimagrante e a un recupero di efficienza (dal mercato pubblicitario non otterrebbe ricavi pari all'importo del canone). Ma anche per Mediaset cambierebbe la musica. Non godere più della rendita pubblicitaria legata al tetto della Rai la costringerebbe a ripensare le proprie scelte e il proprio modello di tv generalista e sopratutto non le consentirebbe di sussidiare le offerte pay contro Sky con quello che, a tutti gli effetti, è un sovraricavo pubblicitario legato al canone Rai. L'abolizione del tetto e la contestuale abolizione del canone costituirebbe per la Rai una privatizzazione di fatto, che sarebbe meglio, diciamo così, per prudenza accompagnare con una privatizzazione di diritto, anche se le vie del sussidio pubblico in Italia sono infinite e nulla tratterrebbe un governo "patriottico" dal salvare la "televisione di bandiera", ancorché formalmente privata, con l'ingresso nel capitale di Poste, Cassa depositi e prestiti o qualche altro salvatore para-pubblico.

D'altra parte, l'ideologia del cosiddetto servizio pubblico oggi non risponde più a una mission istituzionale, ma all'interesse degli editori politici di riferimento della Rai. Anche del Berlusconi capo del PdL, che quando è all'opposizione la contesta, e quando è al governo la occupa, mentre il Berlusconi padrone di Mediaset continua a godere, con qualunque maggioranza politica, della rendita del duopolio assistito. È  vero che in tutta Europa il mercato televisivo continua a rispondere a vecchi criteri da economia mista e a prevedere televisioni pubbliche fiscalmente sussidiate. Ma in Italia oggi la semplice esistenza di una Rai pubblica e pubblicamente finanziata è un fattore di disturbo sia del mercato dell'informazione che del mercato politico.

Se si procedesse a questa "piccola" riforma - niente canone, niente tetto e privatizzazione de iure e de facto - gli italiani risparmierebbero un miliardo e seicento milioni, a pagare Fazio sarebbe il mercato e Brunetta troverebbe comunque altre ragioni populisticamente corrette per indignarsi e agitarsi in TV.

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