La sostenibilità presente e futura dell'intero sistema previdenziale non è assicurata per editto divino, tutt'altro. In un paese che ha smesso da troppo tempo di crescere, con una disoccupazione giovanile spaventosa e una popolazione sempre più anziana, quanto saremo in grado di assicurare assegni adeguati a chi è in pensione oggi e – soprattutto – a chi lo sarà domani?

Partiamo da un assunto: i contributi previdenziali che ogni santo mese noi paghiamo all'Inps non costruiscono un gruzzoletto per il nostro futuro, ma finanziano le pensioni attuali. Sono una forma di tassazione, non un risparmio. I nostri soldi non ci saranno restituiti con gli interessi maturati. Ad oggi, la "promessa" che la legge ci fa è quella di riconoscerci in futuro una pensione parametrata a quanto avremo nel frattempo versato nel corso della nostra vita attiva. Ma i parametri del calcolo sono mutevoli e soggetti inevitabilmente alle condizioni finanziarie contingenti che nel tempo l'Italia affronterà e all'andamento del Pil, sulla base del quale si rivalutano i contributi versati. Se l'economia sarà florida e produrrà gettito fiscale e contributivo, avremo buone pensioni; altrimenti, no.

Tanto è semplice questo assunto, tanto è cruda la sua conseguenza: chi oggi propone un referendum per l'abolizione della riforma Fornero (e dunque il ritorno a soglie anagrafiche di pensionamento più generose) sta irresponsabilmente chiedendo a chi lavora di pagare più tasse. Con buona pace della crescita economica presente e futura. Chi dice che un lavoratore dovrebbe essere libero di lasciare il lavoro quando vuole, avendo in cambio un assegno previdenziale parametrato ai contributi pagati, sostiene una cosa teoricamente ineccepibile, ma non praticabile: anzitutto, peggiorerebbe ulteriormente il rapporto tra lavoratori paganti e pensionati riceventi, mentre c'è molto bisogno di ampliare la platea degli occupati; poi, finiremmo per subire il "ricatto morale" di chi, andato in pensione con assegni miserrimi, chiederebbe alla collettività di essere aiutato contro la fame.

La verità è che – oggi più che mai ed ogni giorno di più – la prospettiva da perseguire è il graduale affrancamento dei più giovani da questa angosciante e mastodontica "catena di Sant'Antonio" del sistema previdenziale a ripartizione. Occorre una secessione dall'Inps. Bisogna consentire ai più giovani di destinare una quota della propria contribuzione obbligatoria alla previdenza complementare, cioè a fondi pensione che davvero conservino e valorizzino il gruzzoletto. Si può iniziare da una piccola quota, lasciando il grosso all'Inps e trovando con tagli di spesa le risorse fiscali necessarie per compensare i mancati introiti dell'istituto pubblico. Ciò che non si può davvero fare è credere che – in prospettiva – il sistema resti solido e stabile. Senza una visione coraggiosa, ci troveremo un giorno a parlare non più di "catena di Sant'Antonio", ma di "schema Ponzi".

@piercamillo