logo editorialeNessuno, oggi, può mettere in discussione lo speciale talento di un premier spericolato, costretto a raschiare (e a sfondare) il fondo del barile del bilancio pubblico e capace tuttavia di accrocchiare soluzioni che piacciono più (e comunque dispiacciono meno) di quelle del precedente governo e soprattutto suggeriscono l'idea di una svolta e ristabiliscono un clima di fiducia e speranza verso la politica.

Renzi ha oggettivamente spiazzato Grillo, che era abituato a assediare i governi ed oggi è costretto ad inseguire un esecutivo che corre a cento all'ora e che chissà dove va e ha intrappolato Berlusconi e un centro-destra culturalmente anodino, che ha campato per due decenni sul genio agnostico di un leader capace di fare tutto e il contrario di tutto e adesso se ne ritrova il figlio, di quarant'anni più giovane, sull'altra sponda, con la stessa improntitudine, lo stesso "sole in tasca", lo stesso eclettismo ideologico e la stessa attitudine a guardare al governo ai fini del consenso, e non viceversa.

Nessuno dunque può mettere in dubbio che Renzi, oggi, sta stravincendo la sua guerra di conquista del cuore di un Paese che, per parafrase Chesterton, non credendo politicamente più a niente è incline a credere a tutti. Però è forse possibile mettere in dubbio la natura, la qualità e gli effetti delle misure economiche per cui Renzi è riuscito a conquistare una indiscutibile popolarità. Al netto degli aspetti più tecnici, di cui alcuni (pochi) stanno provando a discutere, sopraffatti dal frastuono di un consenso poderoso, ma superficiale e pregiudiziale, si può sostenere che la Renzinomics sia composta:

1. da un sacco di cose un sacco di sinistra e, dal nostro punto di vista, un sacco sbagliate, a partire dalla riduzione dell'imposizione Irpef riservata ai soli lavoratori dipendenti e dall'aumento dell'imposizione sui redditi da capitale. Quello della discriminazione morale e quindi fiscale dei redditi e dei loro percettori è il residuo ideologico della lotta di classe e la quintessenza del luogo-comunismo di sinistra e Renzi vi ha aderito perfettamente, sposando anche il pregiudizio "pensionista" che vuole ufficialmente poveri i beneficiari di trattamenti retributivi sopra i 2500 euro mensili. Non diversamente "sinistrista" è anche l'idea che un taglio modesto dell'Irap debba essere compensato da un'accresciuta tassazione delle cosiddette rendite, perché ciò che va alle imprese deve essere comunque preso ai "ricchi", no?

2. da una cosa un sacco di destra, nel senso berlusconiano del termine, che è la liberalizzazione fino a tre anni del tempo determinato e che forse (molto forse) potrà favorire una parziale ripresa occupazionale, ma, in assenza di altre misure atte a ridistribuire più equamente pesi e tutele della flessibilità tra i figli e i figliastri del nostro mercato del lavoro, non supererà, bensì cronicizzerà la dualità del sistema. Non si tratta, si badi, di una misura incivile, ma potrebbe non essere una misura efficiente né dal punto di vista economico, né da quello sociale. L'alternativa, sarebbe stata quella di procedere nella direzione timidamente aperta dalla riforma Fornero sull'art. 18, invece Renzi alla fine ha fatto il Job Act che avrebbe fatto Sacconi e che va benissimo ovviamente anche alla Camusso, che dei "figliastri" notoriamente non si occupa e poco anche dei figli (solo dei padri e soprattutto dei nonni);

3. da un'idea molto, diciamo così, dinamica delle coperture finanziarie, che forse ha tecnicamente le sue ragioni, ma storicamente ha avuto il torto di scavare voragini economiche e morali sotto i piedi della politica italiana e di alimentare la diffidenza di quanti, a Bruxelles e Francoforte, sui nostri conti hanno, per nostra scelta e necessità, molta voce in capitolo.

È vero che è fin troppo facile criticare un governo subentrato ad un altro che, per non farsi criticare, aveva smesso di fare. Però è anche troppo facile pensare che siano gli applausi del "popolo" e l'apertura di credito della classe dirigente italiana a giustificare la virtù e la giustezza delle scelte economiche degli esecutivi più "popolari". Basta pensare al Berlusconi 2008, per togliersi l'illusione.

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