Se l’Europa, sempre più stanca e marginale, sceglierà di rispondere alle misure isolazionistiche annunciate da Trump innalzando muri a sua volta o 'indignandosi', danneggerà soltanto se stessa. L’unico modo di uscire dall’angolo, per il Vecchio Continente, è ridiventare competitivo sia in economia sia in politica, abbattendo le barriere commerciali, diminuendo la burocrazia per chi vuole fare impresa e studiando una propria strategia unitaria per trattare a livello mondiale.

Falasca Trump

Non avrà molto senso passare i prossimi 4 anni (o magari 8) a “indignarci” quotidianamente per le dichiarazioni di Donald Trump. Sarebbe una strategia abbastanza stucchevole e inutile, soprattutto se arriva da un Continente - l'Europa – che ha affossato il TTIP ben prima del nuovo presidente americano, che ha lasciato mani libere alla Russia in Siria ben prima di Trump e che ha ancora bisogno degli Stati Uniti più di quanto loro abbiano bisogno dell’Europa. Sembriamo, noi europei, come una vecchia famiglia nobile ma decaduta e indebitata, indignata per i modi volgari e prepotenti del suo principale creditore. Imporrà tasse sulle importazioni verso gli USA? Renderà più difficile per le multinazionali servire il mercato americano attraverso fabbriche e impianti localizzati altrove? Minaccia il disimpegno americano dalla Nato e dall’Onu?

Con le sue affermazioni, e forse con le sue future azioni, Trump destabilizza il quadro economico e geopolitico, ma compie anche una prova di forza. L’America non ha bisogno dell’intermediazione dei paesi europei o di qualche organizzazione internazionale per “ingaggiare” con la Russia o con la Cina, che sia un dialogo o uno scontro. Il mercato interno a stelle e strisce - forte delle sue dimensioni, della sua ricchezza e di una demografia ancora in crescita – potrà sopportare le provocazioni protezionistiche della Casa Bianca, tanto più se il dollaro riprenderà a crescere. L’ipotesi di una riduzione delle tasse per Corporate America galvanizza gli investitori (non solo interni), e la sua inevitabile contropartita, un maggiore deficit fiscale, non compromette l’appetibilità dei titoli di stato americani per i risparmiatori del pianeta: hanno forse posti più sicuri dove mettere i loro quattrini? I costi del trumpismo rischiano di essere scaricati soprattutto oltre confine, massimamente in America Latina e nel Vecchio Continente.

“Indignarci” quotidianamente e metodicamente a ogni tweet del Berlusconi di New York non cambierà le carte in tavola, ci farà solo perdere tempo ulteriore. Se, nonostante Trump, un investitore dovesse preferire comunque l'America all'Europa, allora le chiacchiere starebbero a zero. La globalizzazione è anzitutto competizione, e dunque la migliore risposta ai profeti del neo-protezionismo non è lamentarsi di quanto loro siano brutti e cattivi, ma offrire come contraltare soluzioni pragmatiche, attraenti e competitive.

Il paradosso è che la risposta europea al Trump protezionista sembra peggiore del male che intende contrastare. La critica all’austerità fiscale, la faccia feroce con le multinazionali del web, la strenua difesa del piccolo mondo antico (contro gli OGM, ad esempio, o contro le fonti fossili) e l’opzione redistributiva ed egualitaria in ogni salsa: in Europa ci si illude di contrastare l’antiglobalismo di destra con un antiglobalismo di sinistra, politicamente corretto. In Italia alziamo le barricate contro un imprenditore francese interessato - con i mezzi propri della finanza, inclusa un’opa ostile – a rilevare un grande gruppo italiano. Demonizziamo qualche litro di olio d’oliva tunisino (di cui peraltro abbiamo bisogno, perché consumiamo più olio di quanto ne produciamo) e vorremmo impedire alle società di call center di lavorare dalla Romania o dall’Albania.

All’isolazionismo in politica estera, c’è chi vorrebbe contrapporre uno sterile pacifismo rivisitato, o una riedizione del multilateralismo onusiano (nel senso di Onu), buono per lavarsi la coscienza e poco più. Ma nelle relazioni internazionali valgono sempre le parole di Theodore Roosevelt: “Speak softly and carry a big stick”. Ecco, noi il bastone ci ostiniamo a non averlo e pensiamo di farla franca rispetto a Trump che, a torto o a ragione, sta venendo a battere cassa e a chiedere un maggior impegno finanziario degli alleati nelle spese di sicurezza e difesa collettive. Il nuovo inquilino della Casa Bianca è uso distorcere numeri e dati, ma su un tema le sue parole sono confermate dai fatti: 23 membri Nato su 28 (tutti tranne USA, Regno Unito, Polonia, Grecia ed Estonia) non rispettano l'impegno di destinare alla difesa una quota superiore al 2 per cento del Pil.

Mentre ci baloccheremo nelle nostre indignazioni, le università e le aziende americane continueranno a essere il motore mondiale dell’innovazione, e Washington continuerà a investire nella difesa più di quanto investiremo noi. Se sarà più faticoso vendere negli Stati Uniti, molte imprese taglieranno la testa al toro: diventeranno americane, investiranno direttamente sul suolo a stelle e strisce.

Può l’Europa contrastare questo destino amaro? Certo che può, ma muovendosi in una direzione radicalmente opposta alla vulgata prevalente. Con l’America non si deve combattere, ma si può competere, anche rispetto alle enormi potenzialità offerte oggi dal tumultuoso sviluppo asiatico. Dovremmo chiederci: come creare innovazione e sviluppo, come attrarre capitali e talenti, come rendere le città europee (e italiane) dei centri pulsanti di vita e futuro?

La migliore sfida a chi alza barriere al commercio è abbattere le proprie barriere unilateralmente, come fece il Regno Unito a metà dell’Ottocento iniziando una straordinaria stagione di libero scambio ed egemonia commerciale. Le barriere fiscali, regolatorie e culturali sono invece in Europa (e massimamente in Italia) muraglie altissime, capaci di inibire un investitore molto più dei tweet di The Donald. Ridurre le tasse e la burocrazia può apparire banale e scontato, ma resta la migliore garanzia di competitività.

La rivoluzione necessaria è innanzitutto culturale. L’Europa dovrebbe accettare di essere quel che è, non quel che è stata. C’è da togliere ragnatele, snellire regole e procedure, gettare alle ortiche la sindrome Nimby e rinunciare a un welfare mastodontico e ingiusto verso le generazioni più giovani. E poi, forse, è davvero il momento che i paesi europei investano più risorse nella difesa comune, perché in un mondo dove tornano di “moda” le sfere di influenza e i grandi imperi, è bene attrezzarsi.

@piercamillo