Da meno di un anno - era la fine del 2014 - l'Italia ha approvato la legge di ratifica ed esecuzione del "Protocollo concernente le preoccupazioni del popolo irlandese relative al Trattato di Lisbona". Al primo punto delle riserve espresse dal governo di Dublino c'era proprio il possibile contrasto tra i principi costituzionali nazionali e la politica dell'Ue in materia di difesa della vita e della famiglia. Infatti, l'art. 1 del Protocollo stabiliva che nessuna disposizione del Trattato di Lisbona, che attribuisca uno status giuridico alla Carta dei diritti fondamentali dell'UE o che riguardi lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, avrebbe potuto pregiudicare l'ambito e l'applicabilità della tutela del diritto alla vita, alla famiglia e all'istruzione sanciti in varie disposizioni della Costituzione irlandese. Una sorta di opt-out valoriale, insomma.

L'altro ieri, con un'accelerazione davvero impressionante, gli irlandesi hanno deciso per referendum di andare ben oltre la Carta di Nizza, altro che "preoccupazioni" sulla famiglia. Infatti gli elettori si sono espressi a grande maggioranza a favore di dell'inclusione nell'articolo 41 della Costituzione - proprio quello che regolamenta l'istituto della famiglia - di un principio antidiscriminatorio che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato eversivo: "Il matrimonio può essere contratto secondo la legge da due persone, senza distinzione di sesso".

L'Irlanda dunque, che è stata per anni come l'Italia uno dei Paesi più riluttanti nell'aggiornamento della legislazione in tema di diritti individuali, fa una svolta radicale, scegliendo per via referendaria la piena equiparazione delle coppie eterosessuali e omosessuali nell'accesso all'istituto del matrimonio. Da questa vicenda, possiamo tratte due conclusioni che riguardano da vicino l'Italia.

La prima è che la modernizzazione della legislazione sui diritti di libertà in campo sessuale e familiare non è in contrasto con la tradizione e con le "radici" culturali dell'Ue, ma al contrario ha costituito e continua a costituire un elemento fondativo della sua identità civile e dei suoi valori di rispetto della libertà delle persone e di tolleranza. Questo principio di attrazione e di coesione europea spiega il voto a prima vista sorprendente di un Paese in cui l'omosessualità, poco più di vent'anni fa, era ancora illegale.

La seconda è che un governo e una maggioranza che vogliano salvaguardare l'ancoraggio europeo dell'Italia non possono continuare a giustificare un'eccezione sul tema dei diritti civili. Peraltro, i ritardi italiani non sono affatto giustificati da una resistenza sociale diffusa e potenzialmente maggioritaria, ma da una sorta di rendita di posizione assicurata al "partito del no" dalla perenne fragilità degli equilibri istituzionali e di governo. Un fenomeno di ostruzionismo di Palazzo, neppure di vera opposizione politica.

In Parlamento esiste un'ampia maggioranza per procedere, come minimo, al pieno riconoscimento giuridico delle coppie gay. Sarebbe non solo pericoloso, ma politicamente grave, che i maggiori ostacoli e i principali veti a questa decisione arrivassero dall'interno della compagine di governo.

Rispetto a una legge che oggi non rappresenterebbe affatto una "fuga in avanti", ma l'espressione più piena e matura dell'europeismo dei diritti, nessun ritardo in Italia sarebbe più ammissibile, né soprattutto comprensibile. Ricordiamoci che quarant'anni fa molti erano contro il divorzio e un nuovo diritto di famiglia basato sulla parità uomo-donna. Per le coppie gay non è diverso e non sarà diverso: meglio arrivarci prima che dopo, per il bene e la libertà di milioni di italiani di oggi e domani.

@bendellavedova