Il caso Incalza/Lupi/etc. dal punto di vista politico-giudiziario è finora racchiuso nella manciata di intercettazioni, di cui i provvedimenti che autorizzano la custodia cautelare in carcere per l'ex boss dei lavori pubblici hanno, di fatto, sdoganato la pubblicazione.

salerno - Copia

Tutto quello su cui la gente si accende e la politica si accapiglia è il sottoprodotto mediatico di un'indagine, particolarmente sensibile per l'oggetto e i protagonisti e a prima vista verosimile negli addebiti e negli anticipati giudizi di colpevolezza per gli indagati (e, per sovrannumero, pure per i non indagati, come il ministro Lupi).

In teoria sarebbe troppo presto per trarre conclusioni da una vicenda – quella giudiziaria, intendo – che è molto lontana dal concludersi, ma è ancora una volta troppo tardi per discutere delle ragioni che rendono in Italia gli appalti pubblici una naturale materia da Procura, prima ancora che da Tar, dopo "rivelazioni" che testimoniano sempre di una costitutiva opacità e sembianza criminale, prodotta dal mix di norme sibilline ed eccezioni imposte dalla necessità di scavallare, per ragioni di fatto, la paradossale inefficienza delle norme di diritto.

Anche di fronte a questa vicenda, la discussione politica ha scelto subito il lato sbagliato della questione, che è quello più facile e popolare. L'ennesima emergenza – che emergenza non è, essendo al più l'ennesimo episodio di un fenomeno cronico ed endemico – ha imposto la perenne attualità di una riforma delle norme e delle pene in tema di corruzione, concussione e malversazioni pubbliche assortite, oltre che la consueta disputa sulle necessarie dimissioni del politico pizzicato – in modo penalmente irrilevante, ma molto sputtanante – in mezzo ai traffici della presunta cricca. Tutto inevitabile, appassionante e politicamente adrenalinico, ma completamente inutile. L'Italia, da Tangentopoli in poi, finge di illudersi che il rimedio al "caso Italia" di una corruzione quantitativamente e qualitativamente sopra il livello di guardia possa giungere da un mix di moralismo di Stato e diritto penale di guerra. Non siamo neppure più all'illusione e all'errore, ma a un caso plateale di cattiva coscienza.

Il vero mea culpa che sarebbe richiesto a mandanti a mandatari dell'infinita "Mani Pulite" riguarda gli straordinari incentivi istituzionali e burocratici alla corruzione, che lo Stato accumula mischiando in un solo calderone buone intenzioni e cattivi esempi, istanze di controllo parossistico, che rendono impossibile fare normalmente (in tempi e modi certi) alcunché, ed esigenze di efficienza "verticale", che spingono alla derogabilità incontrollabile di qualunque norma e buon senso amministrativo e alla concentrazione di poteri influenti e decisivi.

Eppure, in teoria, non ci vorrebbe molto a comprendere come questo brodo di coltura primordiale della corruzione abbia a che fare con la scadente funzionalità dello Stato e non con la frequente disonestà dei suoi rappresentanti, che è un prodotto della prima, in virtù della nota relazione che lega l'occasione all'uomo ladro. Una riflessione altrettanto severa e onesta meriterebbe anche il fatto che una diffusione così capillare della corruzione implica necessariamente anche fattori culturali predisponenti, a partire – ne abbiamo già scritto – della sfiducia nella possibilità di regolare i rapporti economici, e soprattutto quelli con lo Stato, secondo regole chiare e impersonali e non secondo quello speciale "diritto di relazione" che è l'altra faccia del nostro "capitalismo di relazione".

Invece, niente. Continuiamo a pestare l'acqua nel mortaio della questione morale e della propaganda anti-Casta, come se la corruzione fosse un vizio da establishment e non una caratteristica strutturale della società italiana. Siamo quasi giunti a teorizzare – vox populi, vox dei – che il legame tra grandi opere e corruzione sia un legame tra causa ed effetto, e che quindi per prevenire la seconda occorra scongiurare le prime e confinarle tutte le regno dell'impossibile. Il legame organico tra corruzione e burocrazia tecnico-normativa è invece indicibile, se non dai patiti dell'etica e della logica delle conseguenze, che in Italia non sono la maggioranza e non godono neppure di buona stampa.

Così, fino al nuovo scandalo, fino alla carne fresca di un nuovo potente nella polvere, discuteremo delle amicizie e delle relazioni di Incalza e delle dimissioni o della resistenza di Lupi senior o degli orologi e stipendi di Lupi junior. E convocheremo, a reti unificate, maggioranza e opposizione unite nella retorica, la resistenza "legislativa" alla corruzione: pene più alte, prescrizioni più lunghe, norme più severe e implacabili e bla-bla-bla... Dall'eccezionalismo amministrativo a quello giudiziario, andata e ritorno, in eterno.

Ma neanche questo basta, se un Presidente del Consiglio costretto (non sappiamo quanto a malincuore) a bere fino in fondo l'amaro calice della demagogia "indignada" si sente apostrofare dal capo sindacalista dei magistrati italiani come carezzatore di corrotti e schiaffeggiatore di giudici.

@carmelopalma