Dove custodire le scorie nucleari italiane? È una delle tante questioni sulle quali vari Governi si sono impantanati dopo la dismissione delle centrali nucleari, senza mai venirne a capo. Dopo le pessime esperienze – e le forti contrapposizioni popolari – con i siti “calati dall'alto”, l'ultima proposta è quella di dare vita, finalmente, a un percorso partecipato, che però non è scevro da criticità.

Dorazio nucleare sito

Probabilmente quando leggerete questo articolo la Sogin (la società di Stato responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi) avrà già reso pubblica la Carta delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare il Deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti nucleari, con annesso Parco tecnologico.

Servirà a mettere in sicurezza circa 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi: 75mila derivanti dallo smantellamento delle vecchie centrali nucleari (e oggi distribuiti in 24 siti sparsi per l'Italia) e i restanti 15mila di origine industriale, medica e per scopi di ricerca scientifica. Su quel documento - redatto secondo i parametri e le indicazioni stabiliti dall'Ispra - si avvierà un confronto aperto ad amministrazioni locali, istituti di ricerca, sindacati, industriali, associazioni etc., che culminerà in un "Seminario nazionale".

Questa volta sembra si sia imparato qualcosa dal fallimento del 2003, quando Scanzano Jonico venne designata dall'alto e 'senza chiedere il permesso' come sito unico provocando una mobilitazione massiccia e proteste della popolazione: l’impatto fu tale che in meno di due settimane il provvedimento fu modificato e poi sospeso. “Dopo i problemi creati dallo stile 'dirigista', Sogin ha optato per una strategia alquanto diversa – spiega Luigi Pellizzoni, professore di Sociologia dell’ambiente all’Università di Trieste ed esperto di problemi ambientali, rischi tecnologici, partecipazione e democrazia deliberativa - Sulla carta, il processo appare ragionevole e condivisibile. Si definisce una serie di criteri, sulla base di valutazioni tecniche; si applicano questi criteri al territorio nazionale; si condividono i risultati con una ampia gamma di soggetti, per giungere poi alla decisione”.

C’è già chi ha messo le mani avanti come, ad esempio, la Sardegna, probabilmente una delle aree con le caratteristiche migliori per ospitare il sito, che ha già detto “no, grazie”. Altri dinieghi arriveranno di sicuro. Ma prima di giudicare simili opposizioni preventive solo come l'ennesimo palesarsi della sindrome Nimby (Not in my back yard), è bene analizzare quali siano i punti di criticità evidenziabili nel progetto Sogin, anche alla luce del nostro pregresso storico e culturale.

“Alcuni dei criteri indicati saranno probabilmente più di altri oggetto di contestazione – prevede Pellizzoni - per esempio la 'distanza adeguata dai centri abitati', o la 'presenza di produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico', ma anche le 'condizioni meteo-climatiche'.” Non solo: l'operazione trasparenza, pur presentandosi con i migliori auspici, sconta il sospetto che si tratti più di un'operazione di marketing che di un reale processo partecipativo che, peraltro, richiede un livello di conoscenze diffuse abbastanza elevato dal punto di vista di vista qualitativo.

“Il dubbio che si tratti più di marketing che di sostanza è legittimo – conferma il professore - se non altro alla luce di molte vicende passate. C’è poi un elemento da non trascurare: il sapere implicato nel problema delle scorie radioattive è molto specialistico. Cittadini e comunità locali devono necessariamente contare su esperti che rappresentino il loro punto di vista, contestando, se del caso, le posizioni del Governo. Altrimenti - prosegue Pellizzoni - si troveranno di fronte a una serie di 'dati oggettivi', riassunti in forma 'semplificata e comprensibile al profano', quindi impenetrabile, di fronte ai quali non riusciranno a obiettare nulla. Il tutto si ridurrà a una campagna informativa un po’ più accorta rispetto al passato. Però la 'trasparenza', se presa seriamente, riguarda non solo e non tanto la comunicazione dei dati, ma piuttosto il modo in cui i dati sono prodotti”.

In fondo, la vera lezione di Scanzano Jonico non è solo che “le scelte importanti non si possono imporre”, come rimarca il professore dell'Università di Trieste, ma soprattutto che “non basta appoggiarsi all’autorità scientifica quale depositaria di criteri oggettivi per una scelta ottimale. Questo per due ragioni – spiega Pellizzoni - la prima è che ci sono problematiche la cui complessità impedisce una risposta univoca, incontrovertibile, aprendosi a scelte con inevitabili elementi di opinabilità; la seconda è che, rispetto a questi elementi, gli scienziati e gli esperti tendono spesso a propendere a favore degli interessi 'forti': non perché siano corrotti (anche se ovviamente questo può capitare), ma perché appunto, laddove sussistono elementi di opinabilità, è quasi naturale attestarsi sulla linea più favorevole agli interessi organizzati”.

Tutto ciò in un panorama in cui “la credibilità degli esperti è stata negli anni sensibilmente deteriorata da quello che alcuni chiamano il 'doppio binario' della comunicazione scientifica: da un lato assicurazioni che 'tutto è sotto controllo'; dall’altro, quando il problema 'imprevisto' si verifica, l’accusa che il pubblico è scientificamente ignorante e pertanto non capisce che la scienza offre un sapere limitato e ipotetico, e che quindi la richiesta del 'rischio zero' è irragionevole. Certo che il rischio zero non esiste. Ma andrebbe detto prima, e non dopo”.

Tra gli ostacoli da considerare c'è anche la sostanziale diffidenza degli italiani verso il nucleare, probabilmente rafforzata dagli eventi di Fukushima e frutto, secondo Pellizzoni, di tre fattori: “Uno culturale, legato al modo di rapportarsi alla natura, l’ambiente, il paesaggio, che gli italiani tendono a identificare come più 'vicino' e 'domestico' rispetto ad altre culture. Un altro fattore è razionale: gli italiani si rendono conto che la morfologia del Paese si presta poco e male a ospitare siti nucleari, e che con il denaro pubblico investito in una centrale si potrebbero invece fare molte cose per migliorare l’efficienza energetica. C’è poi, credo, un fattore politico: tali e tanti sono gli scandali, passati e recenti, legati a grandi opere, che non è irragionevole temere che anche un programma nucleare ne potrebbe essere affetto, con immaginabili conseguenze sulla sicurezza degli impianti”.

Affinché tutto funzioni è dunque necessario che tutti i soggetti coinvolti tengano conto già da subito dei punti più deboli del progetto partecipativo: da una parte per migliorarne l'impianto e cancellare i sospetti, dall'altra per giungere a una decisione finale veramente partecipata, realmente compresa e il più possibile condivisa. Il tempo fino al 2020, anno in cui è previsto l'inizio dei cantieri, c'è tutto.

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